La posizione assunta da Legambiente Emilia-Romagna sul progetto eolico Badia del Vento sta facendo molto discutere. Non solo per i contenuti, ma per il significato politico e culturale che quelle parole portano con sé, in un dibattito già fortemente polarizzato come quello sulla transizione energetica e sull’uso dei crinali appenninici per grandi impianti industriali.
Il parco eolico da sette aerogeneratori alti 180 metri, autorizzato dalla Regione Toscana nel territorio comunale di Badia Tedalda ma con impatti diretti anche sull’Alta Valmarecchia romagnola, è da mesi al centro di un confronto acceso che coinvolge istituzioni, associazioni ambientaliste, comitati locali e amministrazioni regionali. Uno scontro che si è ulteriormente inasprito nelle ultime ore.
La linea di Legambiente: “Scelta non più rinviabile”
A riaccendere il dibattito è stata prima una nota ufficiale di Legambiente diffusa il 31 ottobre scorso, alla quale ha fatto eco un’intervista rilasciata dal presidente regionale Davide Ferraresi il 29 gennaio al Resto del Carlino.
Per Ferraresi il progetto Badia del Vento rappresenterebbe un “beneficio collettivo” e “una scelta non più rinviabile” nella lotta al cambiamento climatico. Secondo Legambiente, continuare a opporsi a impianti eolici di grande scala significa rallentare una transizione energetica che, al contrario, dovrebbe accelerare. Le criticità ambientali e paesaggistiche vengono riconosciute, ma considerate gestibili e non tali da giustificare un blocco del progetto.
Ferraresi lo ha detto senza mezzi termini: non si può opporre il “diritto alla bellezza del paesaggio” al “diritto alla sopravvivenza climatica”. Un’affermazione che ha avuto l’effetto di spostare il confronto su un piano ancora più ideologico e simbolico.

L’attacco alla Regione Emilia-Romagna
Nel mirino di Legambiente è finita apertamente la Regione Emilia-Romagna e, in particolare, la linea espressa dall’assessora all’Ambiente Irene Priolo, che ha ribadito il parere contrario all’impianto e il sostegno al Comune di Casteldelci in caso di ricorso al Tar.
Per l’associazione ambientalista si tratterebbe di una posizione incoerente: da un lato l’Emilia-Romagna rivendica obiettivi ambiziosi su rinnovabili e decarbonizzazione, dall’altro si oppone a un impianto eolico collocato addirittura fuori dai confini regionali. Una contraddizione che si tradurrebbe in “segnali negativi verso chi vorrebbe investire nel settore delle energie pulite”.
La replica di TESS: “Ideologia verde, non transizione ecologica”
Alle parole di Ferraresi ha risposto con durezza la coalizione TESS – Transizione Energetica Senza Speculazioni, che in un comunicato diffuso nelle ultime ore ha contestato frontalmente la linea di Legambiente.
Secondo TESS, descrivere il maxi eolico di Badia del Vento come un “beneficio ambientale” significa forzare la realtà e ignorare dati scientifici consolidati. Il Monte Loggio, dove sorgerebbe l’impianto, viene definito un crinale appenninico fragile, studiato da enti pubblici e scientifici – dal CNR a docenti universitari, fino alle Regioni Emilia-Romagna e Marche e all’Ente Parco del Sasso Simone e Simoncello – che avrebbero evidenziato impatti gravi su ecosistemi, fauna protetta e stabilità idrogeologica.
Particolarmente netta la critica sul dissesto: “Invocare la lotta al cambiamento climatico per giustificare l’abbattimento di foreste e la trasformazione irreversibile di territori che oggi assorbono CO₂ e regolano il ciclo idrico è profondamente contraddittorio”, scrive TESS. E richiama le valutazioni di geologi come il professor Gian Battista Vai, che hanno messo in guardia dai rischi di grandi impianti eolici sui crinali appenninici, dove scavi, carichi concentrati e alterazioni del drenaggio possono riattivare frane quiescenti.
Nel comunicato di replica viene inoltre smontato uno degli argomenti utilizzati da Legambiente, quello del confronto con Paesi come Germania e Spagna. Secondo TESS, il modello tedesco – spesso citato come virtuoso – mostra oggi prezzi dell’elettricità tra i più alti d’Europa, con incentivi alle rinnovabili scaricati sulle bollette di famiglie e imprese. Un monito che riporta la discussione su un altro piano: non solo ambiente, ma costi sociali ed economici della transizione.
Due visioni opposte della transizione
Il caso Badia del Vento è ormai diventato il simbolo di una frattura più profonda, che attraversa non solo le istituzioni ma anche il mondo ambientalista. Da un lato c’è una visione che privilegia la velocità e la scala degli interventi, ritenendo inevitabili alcuni sacrifici territoriali in nome dell’urgenza climatica. Dall’altro, una concezione più selettiva e territoriale, che chiede di tenere insieme decarbonizzazione, fragilità ambientali e giustizia sociale, evitando che la transizione si traduca in nuovi squilibri. Non più uno scontro tra chi è “a favore” o “contro” l’ambiente, dunque, ma tra due idee diverse di sostenibilità.





