Leonardo da Vinci, Montedoglio e la gestione delle acque chianine e valtiberine

Opere e interventi idraulici come testimonianza di una secolare interazione tra l’uomo e l'ambiente

È trascorso più di mezzo millennio, da quando Leonardo da Vinci realizzò (attorno al 1503) la carta geografica della Valdichiana. Tale rappresentazione – che oggi fa parte delle collezioni reali di Windsor – fu commissionata da Cesare Borgia (il Valentino) per attuare il progetto di bonifica dell’area. Al tempo, infatti, dopo che gli Etruschi avevano provato a regolamentarne l’assetto idrico, la valle nel corso del medioevo si era pesantemente impaludata, provocando problemi di salubrità legati principalmente alla malaria.

Leonardo da Vinci lavorò quindi al progetto che, per colmata, avrebbe dovuto far defluire le acque chianine verso l’Arno, andando così a creare un possibile collegamento navigabile tra Pisa e il Trasimeno. Anche quest’ultimo bacino lacustre, lo stesso che oggi si sta cercando di salvare dal possibile prosciugamento attraverso un apporto di acqua da Montedoglio, al tempo rappresentava più una minaccia che una risorsa. I tentativi di ridimensionarlo attraverso possibili canali emissari furono pertanto attuati a più riprese, fino praticamente alla metà del XX secolo, cioè fino a quando la malaria cessò di essere un’insidia.

Alla fine per condurre a compimento il progetto a cui lavorò Leonardo ci vollero circa quattro secoli, pertanto il genio di Vinci non ebbe modo di vedere la conclusione di un impresa storica: la completa sistemazione idraulica della Valdichiana. Nonostante ciò, di questa sfida quasi atavica che l’uomo ha nei secoli portato avanti per gestire le acque di un ampio territorio dell’Italia centrale, ci rimane una testimonianza cartografica il cui valore può essere colto sotto diversi punti di vista: storico, cartografico, artistico e, proprio per la ragione sopra espressa, antropologico.

Seppur in maniera diversa, anche la Valtiberina – che peraltro si scorge sulla parte alta della carta di Leonardo – è stata interessata da un secolare processo di antropizzazione che ha portato alla messa in atto di importanti opere di sistemazione idraulica. Tra queste rientra lo spostamento del letto del fiume Tevere che, nel 1197, fu deviato verso Sansepolcro. Il segno di questo intervento si percepisce ancora oggi sia dalla curvatura che sono in grado di restituire le carte geografiche, sia a occhio nudo quando, ad esempio, si scende per la ritta di Anghiari: poco prima di immettersi nel rettilineo che attraversa la piana, si può infatti notare un dislivello che va a contraddistinguere il tratto in cui un tempo scorreva il fiume. In seguito a tale opera venne poi realizzata la reglia dei mulini, così da poter garantire un approvvigionamento idrico agli anghiaresi.

Oltre a tali interventi, sia sulla piana del Tevere che sui rilievi che la delimitano, si sono da sempre concentrati gli sforzi dell’uomo per garantire una gestione razionale delle acque. Diffuse dimostrazioni di ciò possono essere ritrovate sulla fitta rete di fossi che scandisce questo territorio, sulle arginature del Tevere e dei torrenti, sui corsi d’acqua pensili che, nel far defluire le acque dai versanti collinari, hanno preservato il fondovalle dal rischio di impaludamento.

Quasi come a voler chiudere questa lista di interazioni uomo-ambiente, non si può non menzionare la diga di Montedoglio, ovvero lo sbarramento che ha dato origine a uno dei più grandi invasi dell’Italia centrale. L’idea di realizzare un bacino lacustre artificiale sul punto di confluenza del fiume Tevere e dei torrenti Singerna e Tignana nacque negli anni ‘60, in pieno boom economico. Nonostante il lungo protrarsi dei lavori, l’infrastruttura fu concretamente realizzata nel decennio successivo per garantire un approvvigionamento irriguo a tutta un’area che, oltre a comprendere l’Alta Valle del Tevere, appariva già allora estesa fino alla Valdichiana. Leggendo il passato alla luce del presente, Montedoglio può quindi essere considerato come un’ideale chiave di volta in cui confluiscono le lunghe vicende storiche che hanno riguardato sia il territorio chianino che quello valtiberino. A queste si può inoltre aggiungere anche la complessa gestione antropica del Trasimeno, sopratutto dopo che in questi ultimi mesi è ufficialmente entrata in funzione la condotta attraverso la quale ogni secondo 200 litri di acqua dell’invaso valtiberino raggiungono il lago umbro. In definitiva, da quando Leonardo ha realizzato la carta di questa grande porzione di territorio toscano e umbro sono trascorsi circa 523 anni. In questi cinque secoli sia il mondo che l’uomo sono cambiati notevolmente. Eppure, come dimostrano i fatti più recenti, quest’ultimo non ha rinunciato a dedicare il proprio ingegno e le proprie risorse a una gestione delle acque che, di volta in volta, possa essere conforme alle esigenze del presente.

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Montedoglio e le sue due linee di adduzione primaria (immagine reperita dal sito dell’EAUT).

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