In un precedente articolo sono stati illustrati i motivi per i quali oggi, ancor più che in passato, sarebbe strategico creare un collegamento tra Sansepolcro e San Giustino attraverso un percorso che – in continuità con quanto avviene già in Umbria dal cosiddetto ponte di Pistrino fino alle porte di Perugia – possa servirsi del lungotevere per gli spostamenti della mobilità lenta. Si riprenderà ora il ragionamento, dunque, a partire dall’interrogativo che era rimasto in sospeso: perché, nonostante l’indubbio potenziale, fino ad oggi nessuno ha mai realmente provato a realizzare tale progetto?
Probabilmente una risposta a questa domanda può essere individuata soffermandosi su alcuni elementi che continuano a fungere da limite. Il primo di questi è riconducibile a una mera questione di spazio, nel senso che in alcuni punti del tratto toscano tra l’argine del Tevere e i campi coltivati non c’è, materialmente, una striscia di suolo da poter usare per un ipotetico tracciato.
Oltre a ciò, soprattutto nella sponda sinistra del fiume si trovano alcuni corsi d’acqua immissari che interrompono la continuità del percorso. Per poter creare degli attraversamenti sarebbe necessario, quindi, realizzare ponti e ponticelli per i quali bisognerebbe essere disposti a investire risorse non propriamente trascurabili.
Infine il tratto considerato è caratterizzato da limiti amministrativi, sia comunali che regionali, che possono essere superati soltanto attraverso un lavoro di confronto e condivisione tra più enti. In casi come questo il rischio di essere rallentati dalla burocrazia e dalle rispettive differenze di priorità è pertanto tangibile.
Il modo per ridurre notevolmente il peso di tali limiti, però, potrebbe esserci. A sostenere ciò è Stefano Bernieri, ex agente di commercio di Sansepolcro, oggi camminatore e amante della natura. Bernieri si è appassionato a questa sfida e, con l’intento di offrire liberamente alcune indicazioni preliminari, ha provato a perlustrare sia la sponda destra che sinistra del Tevere. Lo ha fatto dal ponte di via Senese Aretina fino a quello sulla Strada Provinciale 100 (detto comunemente “di Pistrino”), raccogliendo informazioni e proponendo possibili soluzioni.
Il primo dato che Bernieri fornisce è il seguente: la sponda destra del Tevere è verosimilmente più indicata per realizzare il percorso. Ciò si deve essenzialmente al fatto che in questo tratto il versante sud-occidentale della valle ha soltanto un corso d’acqua che si immette nel fiume principale. Si tratta della Gavina, ovvero del fosso che segna anche il confine tra Umbria e Toscana (in un punto in cui, peraltro, all’inizio del Settecento fu denunciata una manomissione dell’allora limite di Stato). Per garantire un passaggio sarebbe quindi necessario realizzare un piccolo ponte con una campata di circa 10 metri. Certo, un’opera del genere rappresenterebbe una spesa significativa, però sarebbe l’unica di questa tipologia che si dovrebbe provvedere a realizzare da questa parte.

La questione sarebbe invece ben diversa se si volesse scegliere la sponda sinistra, visto che su questa si contano ben quattro corsi d’acqua immissari (uno dei quali è il torrente Afra). Rimane il fatto che una soluzione del genere richiederebbe di attraversare il Tevere due volte, utilizzando il ponte “di Pistrino” e quello nuovo di Sansepolcro dedicato a Carlo e Gabriella Spini: la ciclovia umbra si trova infatti sull’argine opposto, così come il potenziale prosieguo dopo il suddetto ponte toscano, lo stesso che consentirebbe al percorso di ricongiungersi sia con la Via di Francesco, sia con la strada arginale che, dopo il vecchio ponte, risale verso Montedoglio e la sua centrale elettrica ormai dismessa.

Rispetto al fatto che in alcuni punti manchi lo spazio necessario a transitare lungo il fiume c’è invece da fare una considerazione: nella sponda destra sono tutto sommato abbastanza limitati i punti che presentano questo problema e comunque, in ognuno di questi, ci sarebbe modo di creare un piccolo passaggio. Questo, secondo Stefano Bernieri che ha provato ad addentrarsi persino nei punti in cui la vegetazione è piuttosto fitta, potrebbe essere ricavato attraverso la pulizia dell’area che si avvicina maggiormente all’argine, ovvero in quella striscia più prossima al Tevere che talvolta appare come una boscaglia. Nell’immediato l’idea di massima potrebbe essere quella di realizzare non tanto un tracciato amplio come quello della ciclovia umbra, quanto un sentiero che possa intanto essere percorso quantomeno a piedi o in MTB. Quando poi, in un secondo momento, tramite la collaborazione dei proprietari degli appezzamenti terrieri periarginali si riuscisse a destinare al percorso una piccola fascia del suolo attualmente coltivato (quella più a ridosso del fiume), allora si potrebbe provvedere ad allargare questo, rendendolo più pratico e funzionale.

Per effettuare interventi di questo tipo sarà comunque doveroso confrontarsi con tutti i Comuni che condividono questo tratto, oltre che eventualmente con i due enti regionali. Nella fattispecie, per rendere percorribile la sponda destra del Tevere, bisognerebbe riunire attorno allo stesso tavolo i sindaci di Sansepolcro, Citerna e Città di Castello (per quanto possa sembrare strano, è opportuno ricordare che – come si può vedere nella carta sottostante – la superficie di quest’ultimo Comune arriva praticamente a tangere quella toscana di Sansepolcro).

Rispetto a ciò non è fuori luogo ipotizzare che, in nome di un interesse comune, gli amministratori degli enti sopra citati possano materialmente trovare uno schema per adoperarsi in maniera propositiva. Quello che intanto appare come un dato certo è l’interesse che il primo cittadino di Sansepolcro, Fabrizio Innocenti, ha già espresso nei confronti del progetto: “Ho più volte avuto modo – ha affermato Stefano Bernieri – di svolgere dei sopralluoghi con il sindaco. Abbiamo visto ed esaminato assieme i punti che rappresentano maggiormente un ostacolo e dopo tali ricognizioni Fabrizio mi ha espresso personalmente la volontà di dedicarsi al progetto. Da quel momento sono trascorsi due anni, quindi la speranza è che a breve l’amministrazione possa davvero lavorare a questo in maniera convinta e concreta.”
In conclusione, bisognerà quindi stare a vedere se nei prossimi mesi ci sarà modo o meno di dare seguito a un collegamento che sin qui, alla luce di un rinnovato quadro di mobilita lenta, è stato definito strategico. C’è però un altro aggettivo che, nella sua apparente banalità, alla fine di questo approfondimento può essere utilizzato per definire lo stesso: bello. Proprio così, a prescindere dal fatto che possa essere più simile a un sentiero che a una ciclovia, il percorso che si è provato a ipotizzare darebbe accesso a luoghi e scorci di indubbia bellezza, oltre che a elementi di comprovato valore storico e paesaggistico. Rientrano tra questi le testimonianze di antichi interventi che nel corso dei secoli l’uomo ha eseguito sull’idrografia e, più in generale, sulla gestione di un territorio che, nel bene e nel male, ha sempre dovuto confrontarsi con la vicinanza del Tevere: argini e casse di espansione del fiume (come quelle dell’area del cosiddetto “patollo”), antichi tratturi, tracce di corsi d’acqua che sono stati spostati o razionalizzati in base alle esigenze agricole, alberate che fungevano da confini, ecc. In altre parole, un mondo intero che racchiude in sé un passato pressoché ignorato o dimenticato dai più.









