Padellaro in Valtiberina: un libro per ricordare la moglie e il passato dell’Italia

Doppio incontro a Pieve e Caprese. Fra i temi toccati la selezione della classe dirigente e la credibilità dell’informazione

“Questo libro è un gesto d’amore”. Antonio Padellaro, 80 anni compiuti a giugno, descrive così Quando eravamo felici, sua ultima opera pubblicata da Piemme. Il volume è una via di mezzo tra un’autobiografia e un romanzo storico, in cui l’autore rievoca il periodo degli anni ‘60, l’adolescenza, le vacanze in Versilia, ma anche l’Italia del boom economico, la ricostruzione postbellica, l’Oscar della moneta alla lira, il grande cinema tra Fellini e Visconti, il quarto governo Fanfani e, soprattutto, Paola, la donna di cui il protagonista si innamora e che diventerà poi sua moglie. Un libro che parla del passato “ma senza nostalgia”, dice l’autore.

Piemme Edizioni lo definisce: “Un flusso ininterrotto di ricordi. Qualche volta incoerenti, spesso vaganti, che procedono a tentoni, come chi è bendato in una stanza oscura ma dagli spazi che gli sono familiari”.

Padellaro, alle Logge del Grano nel centro storico di Pieve Santo Stefano, ha raccontato così la genesi dell’opera: “Erano anni che Piemme mi chiedeva di scrivere un libro autobiografico, ma io non volevo farlo. A un certo punto mia moglie, Paola, mi disse: ‘Se non ti va di scriverlo, racconta a me gli episodi più belli’. Da lì ho cominciato e non mi sono più fermato. Ho pensato che fosse giusto e doveroso pubblicare questa storia. Questo libro è un gesto d’amore per mia moglie”.

Paola, moglie del giornalista, è mancata lo scorso marzo dopo una lunga malattia. I due hanno passato insieme 55 anni di matrimonio. Una vita ricordata dall’autore con commozione composta, stoica, mentre incrocia le dita tra cui brilla ancora la fede.

L’incontro di Pieve, parte della serie degli A tu per tu dell’associazione culturale Il Corsaro, ha spaziato su più tematiche, in un botta e risposta tra il piccolo pubblico locale e il giornalista, ma anche tra la Storia e l’attualità. L’argomento più sentito e discusso è stato quello del rapporto tra la politica odierna e quella del passato, nell’epoca d’oro della Repubblica. Le motivazioni del cambiamento, secondo Padellaro, sono varie, ma ce n’è una in particolare che pesa: “Una volta la classe politica del nostro Paese veniva selezionata dai partiti attraverso le sezioni locali: c’erano strutture gerarchiche fisse, che però permettevano, se uno era capace e meritevole, di fare la scalata. Oggi queste strutture sono venute meno, la politica è sempre più legata al semplice consenso, e quindi si guardano i sondaggi più che selezionare la dirigenza”.

Venendo all’attualità, non sono mancate anche due stoccate: la prima al leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci, la seconda al conduttore di Report Sigfrido Ranucci. Nel primo caso, più velatamente, per criticare l’eurodeputato di destra, Padellaro ha criticato i suoi avversari politici: “Nel nostro Paese la sinistra non fa più la sinistra, non ha visione e non detta la linea. Cerca solo di seguire i sondaggi, mettersi insieme per poi partire con l’insurrezione contro il governo. In Italia la sinistra insorge continuamente, eppure non cambia mai nulla, perché nessuno vuole fare le riforme, anche quelle necessarie ma impopolari. Al governo non ci sono i fascisti, ma i fascisti in Italia ci sono eccome, sono quelli a cui Vannacci parla. Il motivo per cui riescono a prendere consenso – che, ricordiamo, sono i voti di persone come noi: ognuno di noi in democrazia vale uno – è perché la sinistra non riesce a fornire un’alternativa credibile”.

Ranucci, invece, pur essendo estraneo a qualsiasi procedimento giudiziario, sarebbe colpevole di aver intrattenuto rapporti di amicizia con un pregiudicato come Valter Lavitola: “I giornalisti sono figure pubbliche, noi siamo il mezzo attraverso cui le persone ricevono le notizie. Se tu frequenti persone opache coinvolte in loschi affari, stai facendo uno sbaglio, perché metti a rischio la credibilità tua e di tutto un gruppo di persone che lavorano con te. Io Valter Lavitola lo conosco, lo conosco bene, e so che da gente come lui bisogna stare alla larga. Diversamente da Paolo Mieli, mi vanto di non essere mai andato a mangiare al Cefalù, anche se mi piacciono un sacco gli spaghetti con le vongole”.

La battuta fa riferimento a un’intervista rilasciata dal giornalista Paolo Mieli a Tommaso Labate per la sezione romana del Corriere della Sera – la stessa dove, molti anni fa, lavorò anche Padellaro e sulle cui pagine raccontò come cronista l’omicidio di Pier Paolo Pasolini.

La critica a Ranucci è però da inserire in una critica più generale ai mezzi di informazione: “Io faccio il giornalista da moltissimi anni e ho avuto la fortuna di vivere l’epoca d’oro di questo mestiere, in cui potevi scegliere tra tantissimi giornalisti e quotidiani di immensa qualità. Ora le cose sono cambiate, la carta va verso l’estinzione e un abbonamento digitale vale un terzo di una copia cartacea di un quotidiano. La situazione è profondamente cambiata. Attilio Bolzoni ha scritto un bellissimo articolo su Domani, dove dice che i giornalisti hanno una funzione: dare le notizie. Al centro dell’informazione ci devono essere le notizie. Quando il giornalista diventa la notizia vuol dire che qualcosa non ha funzionato”.

L’incontro pomeridiano si è svolto con una curiosa circolarità: il romanzo di Padellaro è ambientato nell’estate del 1962, sotto il governo di Amintore Fanfani, nato proprio a Pieve Santo Stefano, ma è anche un’opera sulla memoria, in cui la piccola storia di persone comuni racconta la grande storia degli eventi del nostro Paese.

Per questo motivo Padellaro ha ringraziato l’Archivio dei Diari, rappresentato dalla direttrice Natalia Cangi, per il lavoro meritorio che svolge ogni giorno da più di 40 anni. “Attraverso un’idea straordinaria di Saverio Tutino è stato possibile dare impulso alla storia di un paese meraviglioso con un’idea intellettuale. La cultura è uno strumento che può generare ricchezza. Può essere un volano di attenzione e di progresso. L’Archivio, grazie alla sua memoria dal basso, è una grande iniziativa che può generare una crescita virtuosa”.

POPOLARI

- Partecipanti sostenitori -spot_img
spot_img

Indaghiamo, raccontiamo, approfondiamo

Supporta l'informazione locale: dona il tuo 5x1000 a Fondazione Progetto Valtiberina

- Partecipanti sostenitori -spot_img
- Partecipanti sostenitori -spot_imgspot_img