Editoria e intelligenza artificiale, a Città di Castello l’informazione prova a immaginare il suo futuro

All’Università Link la terza edizione de “La Forza dell’Umbria del Nord” con editori, direttori, istituzioni e Agcom: “La qualità dell’informazione è un bene pubblico”

Giovedì 13 novembre, nella sede tifernate dell’Università degli Studi Link a Città di Castello, si è svolta la terza edizione de “La Forza dell’Umbria del Nord”, il convegno promosso ogni anno ad autunno dal Gruppo Corriere. Nata come iniziativa per raccontare l’economia della Valtiberina e dell’Alta Umbria, la giornata di quest’anno ha avuto un respiro più ampio e un titolo che sintetizzava bene il tema centrale: “Editoria e informazione: carta, digitale… e poi?”

Al centro del programma, il rapporto tra informazione e intelligenza artificiale, in un momento in cui gli strumenti di AI generativa non sono più un esperimento di nicchia ma una tecnologia già incorporata nelle abitudini di lettura e ricerca delle persone. Alla vigilia dell’evento, il direttore del Corriere dell’Umbria Sergio Casagrande aveva descritto l’AI non come un semplice passaggio tecnico – come era stato il passaggio dal piombo al digitale o dalla pellicola ai file – ma come una “svolta di sistema”, destinata a cambiare le regole del gioco più che gli strumenti.

I saluti e il contesto

La giornata è stata aperta dal vicedirettore Federico Sciurpa, che ha inquadrato il convegno come un momento di confronto sul futuro del giornalismo nell’era degli algoritmi. Sono seguiti i saluti istituzionali del sindaco di Città di Castello Luca Secondi, della presidente della Regione Umbria Stefania Proietti, del presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, dell’editore emerito del Gruppo Corriere Francesco Polidori e dello stesso Casagrande.

Nei loro interventi sono tornati alcuni temi ricorrenti: la necessità di garantire ai più giovani un’informazione “libera e aderente alla realtà”, la consapevolezza dei rischi legati a un uso non regolato dell’intelligenza artificiale e l’idea che i territori, anche periferici, possano essere luoghi in cui discutere di trasformazioni globali. Polidori ha rivendicato, tra le altre cose, la scelta di portare un’università in provincia, legando formazione, informazione e sviluppo locale.

Il video integrale del convegno

Editori tra crisi dei modelli e opportunità

La mattinata si è sviluppata come un unico lungo confronto che, pur articolato in panel, ha mostrato un filo conduttore molto netto: la difficoltà dell’informazione tradizionale di orientarsi in un ecosistema dove tecnologia, piattaforme e abitudini del pubblico si trasformano più velocemente della capacità dei giornali di adattarsi.

Il dibattito iniziale (ospiti: Maurizio Belpietro, Alessandro Bompieri, Carmela Colaiacovo, Lino Morgante, Giuseppe Cerbone) ha messo subito a fuoco il punto critico: non è l’intelligenza artificiale in sé a creare problemi, ma la perdita di centralità dei giornali nell’intermediazione della notizia. La caduta del traffico sui siti, la dipendenza dagli algoritmi e la competizione con strumenti che offrono risposte immediate stanno obbligando le aziende editoriali a ripensare radicalmente i propri modelli. Alcuni dirigenti hanno insistito sul valore del brand come ancora di riconoscibilità; altri sull’urgenza di separarsi dalla “dittatura del clic” e tornare a produrre contenuti che facciano la differenza, anche a costo di perdere volume.

Nel corso del secondo panel, che ha visto l’intervento del sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini, è stato analizzato un altro tema fondamentale: la necessità di costruire regole adeguate a un mercato che non risponde più alle logiche del passato. Non solo per arginare fenomeni come i deepfake – per i quali è stata introdotta una norma specifica – ma anche per dare strumenti ai cittadini in un contesto in cui la manipolazione delle informazioni è sempre più sofisticata e accessibile. Barachini ha anche posto l’accento sul ruolo sociale delle edicole, che rimangono luoghi di prossimità e presidio della comunità in territori dove la presenza dei giornali è sempre più fragile.

Il confronto tra i direttori di quotidiani – Tommaso Cerno (Il Tempo), Massimo Martinelli (Il Messaggero), Claudio Rinaldi (Gazzetta di Parma), Pietro Senaldi (Libero) e Luca Telese (Il Centro) – ha portato invece la discussione su un piano più pratico. Diversi interventi hanno descritto come cambiano i flussi di lavoro nelle redazioni: se un tempo la notizia arrivava tramite l’inviato o le fonti dirette, oggi nasce spesso nelle conversazioni online e deve essere ricostruita e verificata in un ambiente dove tutto appare contemporaneamente vero e falso. Il tema dell’identità delle testate, intesa come stile editoriale e come rapporto diretto con il lettore, è emerso più volte come una possibile risposta alla dispersione del pubblico.

Una parte della mattinata è stata dedicata anche ai rischi del digitale: concorrenza tra piattaforme e giornali, contenuti anonimi difficili da contrastare, reputazioni costruite o distrutte in poche ore. Gli interventi di Francesco Dini (vicepresidente della FIEG) e Andrea Barchiesi (business e digital strategist) moderati da Sergio Luciano (direttore di Economy), hanno mostrato un settore ancora alla ricerca di strumenti per far fronte a un ambiente in cui la libertà di espressione convive con un livello di caos informativo senza precedenti.

L’ultimo intervento, affidato al presidente di Agcom Giacomo Lasorella con moderazione a cura di Alessandra Ravetta (direttrice Prima Comunicazione) ha rimesso al centro la questione culturale: se l’informazione sta cambiando così rapidamente, serve un’educazione alla lettura che oggi manca. Lasorella ha ricordato che la maggior parte dei giovani si informa attraverso i social, senza sviluppare la capacità di distinguere tra contenuti verificati e contenuti generati automaticamente. E ha ribadito che il giornale, anche nella sua forma digitale, resta l’unico strumento capace di “mettere in ordine” il mondo anziché semplicemente reagire al flusso continuo di aggiornamenti.

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