In Toscana il rischio di automazione riguarda in modo elevato una quota minoritaria ma significativa del mercato del lavoro. Secondo una nota di lavoro Irpet (l’Istituto regionale per la programmazione economica), il 16% degli occupati toscani si colloca in professioni ad alto rischio, mentre il 56% rientra nella fascia media e il 28% in quella bassa.
Il dato non va letto come una previsione diretta di perdita di posti di lavoro. L’indicatore utilizzato misura infatti l’esposizione potenziale delle professioni ai processi di automazione, sulla base del contenuto delle mansioni, e non gli effetti già prodotti dall’intelligenza artificiale generativa o dalle tecnologie più recenti. Il rischio è quindi legato soprattutto alla presenza di attività routinarie, standardizzabili e più facilmente traducibili in procedure tecniche o digitali.
La quota più ampia di occupati si concentra nella fascia a rischio medio. È proprio qui che, secondo la lettura proposta dalla nota, potrebbero manifestarsi gli effetti più diffusi: non necessariamente sostituzione immediata del lavoro umano, ma cambiamenti nell’organizzazione, negli strumenti utilizzati e nelle competenze richieste.
Tra i lavoratori dipendenti, l’esposizione più elevata riguarda in particolare i conduttori di impianti, gli operai di macchinari fissi e mobili e i conducenti di veicoli. Per settore, le quote più alte di occupati ad alto rischio si registrano nelle attività finanziarie e assicurative, negli alberghi e ristoranti, nel trasporto e magazzinaggio e nell’industria in senso stretto. Più contenuta, invece, l’esposizione in istruzione, sanità e servizi sociali, negli altri servizi collettivi e personali, nella pubblica amministrazione e nei servizi di informazione e comunicazione.
La distribuzione del rischio cambia anche in base alle caratteristiche dei lavoratori. Gli uomini sono più presenti nella fascia ad alto rischio, dove rappresentano il 58% degli occupati, contro il 42% delle donne. Per titolo di studio, la componente più numerosa è quella dei diplomati, pari al 56% degli occupati ad alto rischio. I lavoratori con titolo universitario o superiore rappresentano invece il 12%, confermando un effetto protettivo dell’istruzione più elevata, pur non assoluto. Tra i dipendenti, la quota di lavoratori ad alto rischio è invece molto simile tra italiani e stranieri.
Anche il reddito non offre una chiave di lettura lineare. Le professioni ad alto rischio non coincidono sempre con quelle meno pagate: accanto a profili operativi e dei servizi con retribuzioni più basse compaiono anche figure tecniche, amministrative e gestionali collocate in fasce retributive più elevate. A contare, più del livello salariale, è il contenuto concreto delle mansioni.
L’analisi degli avviamenti conferma il peso della fascia intermedia. Nel 2025 oltre la metà dei nuovi rapporti di lavoro attivati in Toscana riguarda professioni a rischio medio, mentre circa un avviamento su sei è associato a occupazioni ad alto rischio. La componente più esposta non è quindi dominante, ma resta rilevante per orientare politiche di formazione, riqualificazione e accompagnamento delle transizioni professionali.
Nel confronto territoriale, il rischio medio prevale in tutte le province. La quota di avviamenti ad alto rischio resta minoritaria ovunque, ma con differenze: Prato registra il valore più elevato, pari al 27%, distinguendosi dal resto della regione, mentre Arezzo ha il dato maggiore in termini di rischio medio (67%). Guardando ai settori che contribuiscono di più agli avviamenti ad alto rischio, alberghi e ristoranti pesano per il 38% del totale regionale e l’industria in senso stretto per il 27%.
Nel periodo 2012-2025 non emerge una crescita marcata della componente ad alto rischio sul totale degli avviamenti. La composizione resta complessivamente stabile: nel 2012 gli avviamenti erano distribuiti tra 28% a basso rischio, 57% a rischio medio e 15% ad alto rischio; nel 2025 le quote sono rispettivamente 29%, 55% e 16%. Il nodo principale, quindi, non è solo la possibile sostituzione di alcune professioni, ma la capacità del sistema produttivo e formativo di accompagnare una trasformazione già in corso.





