Centri estivi a Sansepolcro: se l’estate dei genitori che lavorano diventa un lusso

In una lettera alla redazione l’appello alle istituzioni locali e alle forze politiche: “Rimettere al centro il supporto alla genitorialità”

Sono una mamma di due bambini di 10 e 5 anni, vivo e cresco la mia famiglia a Sansepolcro. Con l’arrivo della bella stagione e la fine delle scuole, per me e il mio compagno — come per tantissimi altri genitori — si riapre puntuale lo stressante capitolo della gestione dei figli durante i mesi estivi. Una sfida che, per chi lavora a tempo pieno (io faccio la pendolare tutti i giorni fino ad Arezzo), si trasforma ogni anno di più in un vero e proprio percorso a ostacoli, sia logistico che economico.

La realtà con cui dobbiamo scontrarci nel nostro comune è ormai nota: da anni l’amministrazione non organizza centri estivi pubblici. Questo vuoto ci costringe a rivolgerci interamente al settore privato o alle realtà parrocchiali. Una situazione che salta ancora più all’occhio se guardo appena fuori dal nostro territorio: nei comuni vicini al nostro, infatti, alcune amministrazioni continuano a organizzare centri estivi pubblici per la fascia d’età dai 3 ai 12 anni, garantendo tariffe accessibili, leggermente al di sotto dei 100 euro a settimana.

A Sansepolcro, purtroppo, lo scenario è ben diverso. Anche uno storico punto di riferimento come il Grest, pur mantenendo tariffe un po’ inferiori rispetto ai privati, ha visto raddoppiare i propri costi negli ultimi due anni. Su questo punto ci tengo a fare una precisazione importante: a noi famiglie è ben chiaro che l’aumento delle tariffe non dipende da chi gestisce queste attività. Al contrario, voglio esprimere profondo sostegno e ringraziamento a tutti i volontari che dedicano il proprio tempo ai nostri figli. In un’epoca in cui il volontariato purtroppo fatica a resistere, sapere che ci sono ancora persone pronte a spendersi così per la comunità fa davvero onore al nostro territorio.

Tuttavia, l’impegno dei volontari non può colmare le lacune del sistema. Al di fuori del circuito parrocchiale, la tariffa media per le strutture private si aggira intorno ai 140 euro a settimana per bambino. Avendo due figli, la matematica per me è presto fatta: parliamo di una spesa vicina ai 300 euro settimanali. Per risparmiare quei 40 o 50 euro a settimana rispetto ai privati di Sansepolcro, molte famiglie sono costrette a fare i salti mortali e a spostarsi nei comuni limitrofi. Una scelta dettata dalla pura necessità, poiché quella differenza, moltiplicata per il numero di settimane estive, a fine stagione si traduce in una cifra considerevole che pesa enormemente sul bilancio familiare.

Siamo in tantissimi, tra i genitori, a lamentarci delle stesse identiche cose nelle chat, fuori da scuola, nei momenti di confronto. Ormai siamo arrivati al punto di dover chiedere aiuto economico o logistico a nonni e parenti pur di riuscire a organizzare l’estate e pagare le rette dei centri estivi. Ma non possono essere sempre i nonni la risposta a un problema strutturale che affligge ogni singola famiglia. Ai nonni deve essere data la possibilità di fare i nonni: devono poter godere dei nipoti con spensieratezza, affetto e nei tempi corretti. Non si può chiedere loro di trasformarsi nel “cassiere” di un welfare pubblico che non esiste, né di diventare ammortizzatori sociali a tempo pieno per coprire i vuoti delle istituzioni.

C’è poi un aspetto sociale profondo che spesso viene ignorato. Viviamo in un contesto che, seppur di dimensioni ridotte e a misura d’uomo, è diventato fortemente frammentato nella quotidianità. Le giornate dei bambini sono scandite dai ritmi frenetici di noi adulti. Diventa difficilissimo anche solo incontrarsi spontaneamente al parco o fuori dopo i compiti, perché i bambini sono quasi sempre accompagnati da nonni o baby sitter, ognuno isolato nelle proprie incombenze e nei propri orari. La socialità spontanea, quella nata semplicemente “scendendo in piazza”, sta scomparendo. I centri estivi rimangono, di fatto, uno dei pochissimi spazi rimasti in cui i bambini possono ritrovare i propri amici, giocare insieme e stringere relazioni reali e continuative.

Come ricordava la grande pedagogista Maria Montessori: «Il bambino è un corpo che cresce e un’anima che si svolge. […] Il bambino non è un essere isolato, ma vive in una complessa rete di relazioni sociali.» Se togliamo o rendiamo inaccessibili questi spazi di aggregazione, stiamo privando i nostri figli di un diritto fondamentale alla loro crescita emotiva e sociale.

A tutto questo si aggiunge un meccanismo temporale che trovo quasi perverso. Quando c’è la possibilità di accedere al pubblico (magari tramite bandi o nei Comuni vicini), le iscrizioni o le graduatorie si trascinano spesso fino a metà giugno. Nel frattempo, però, le strutture private aprono i battenti molto prima e i posti si esauriscono rapidamente. Questo problema è drammatico soprattutto per la fascia d’età 3-6 anni, dove i posti disponibili sono storicamente pochissimi. Noi genitori ci troviamo davanti a un bivio impossibile: aspettare i tempi del pubblico con il rischio di rimanere esclusi e trovare poi anche tutti i privati già pieni, oppure bloccare subito un posto nel privato a scatola chiusa, affrontando una spesa enorme pur di avere una certezza per quando andiamo al lavoro. Questo scollamento disincentiva le famiglie e ci intrappola in una corsa contro il tempo e contro il portafogli.

Mi chiedo allora: come può un nucleo familiare in cui entrambi i genitori lavorano full-time conciliare la vita professionale con quella privata senza subire un tale stress economico? Il diritto al lavoro di noi genitori e il diritto alla socialità dei nostri figli non dovrebbero gravare esclusivamente sulle nostre spalle.

Con queste parole non voglio fare una polemica sterile, ma lanciare un appello accorato e spero costruttivo alle istituzioni locali e a tutte le forze politiche di Sansepolcro. È urgente rimettere al centro il supporto alla genitorialità. Serve un impegno concreto per il futuro: che sia il ripristino di servizi comunali con tempistiche e bandi anticipati a inizio primavera, l’attivazione di contributi economici specifici o la creazione di convenzioni che abbattano realmente le rette delle strutture esistenti. Sostenere le famiglie che lavorano e che scelgono di restare a Sansepolcro significa investire direttamente sulla tenuta sociale e sul futuro della nostra comunità.

Giulia Da Mario
(anche a nome di tantissimi altri genitori che condividono questo pensiero)

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