La novità risuona nello studio all’angolo di piazza Torre di Berta. Andrea Barone, classe ‘96, ha fondato una realtà musicale indipendente, incentrata sull’originalità e la formazione professionale per combattere l’hype e gli algoritmi. Oggi Andrea si occupa di formazione per musicisti, vocalist e artisti esordienti che hanno il desiderio di produrre la propria musica.
Un fatto che è una notizia, considerando che in tutto il territorio altotiberino si contano meno di dieci studi di registrazione e considerata la tendenza sempre più crescente – data dalla tecnologia – a realizzare ambienti di recording in casa propria.
Il nome Hypeless è già un manifesto: Il termine “hype”, diventato oggetto di studio dell’Accademia della Crusca già nel 2023, si può tradurre con espressioni quali: “attesa febbrile”, “trepidazione”, “smania di conoscenza o di possesso”. Una tendenza sempre più famelica al consumo, anche in campo artistico. Dopo anni di attività dietro le console e nelle piste dei club di tutta Italia con il nome di BARONE, Andrea ora è direttore artistico della nuova discoteca di San Giustino, il Duma, e svolge l’attività di produttore per aiutare gli artisti a trovare la propria voce.
Come nasce il progetto Hypeless Studio?
Non nasce: è la conseguenza di un percorso di un ragazzo normalissimo, con il suo zainetto pieno di chiavette che inizia a fare il dj ai tempi del liceo. La conseguenza è che, dopo gli esordi, ho cominciato a proporre brani miei. Per farlo ho cercato le prime digital audio workstation e ho iniziato a produrre mashup. Da lì ho lavorato ai primi brani totalmente inediti e ho iniziato a stringere contatti di collaborazione con le etichette discografiche. Dal mondo del deejaying sono poi passato alle produzioni e, infine, alla fonia. Ogni brano, una volta prodotto, deve essere pulito e lavorato prima di presentarlo al pubblico.
Qual è stato il tuo percorso per imparare queste differenti competenze?
Sono un autodidatta. Ho cominciato da adolescente a guardare i primi tutorial su YouTube e in giro. Da lì mi sono specializzato nella produzione audio e ho cominciato a lavorare come ghost producer. Nella community dei giovani dj si è sparsa la voce e ho cominciato a guadagnare vendendo quello che producevo.
Quando hai iniziato a occuparti di recording? Molti tuoi brani hanno visto la partecipazione di vocalist e altri musicisti.
Quando ho sentito la necessità di portare il lavoro a un livello tecnico superiore. Ho iniziato a studiare quali cavi e quali microfoni servissero, rivedere la strumentazione… questo processo ha portato in circa 5 anni alla ricerca di uno studio mio, in cui portare amici e collaboratori. Credo molto nell’idea di comunità e di fare le cose insieme.
Quali sono state le principali difficoltà?
Da un lato il fatto che non ho attestati e titoli che dimostrino il mio percorso, dall’altro il fattore economico, che quando si parla di studio recording è molto importante. Ho prodotto molti brani e fatto altri lavori per potermi permettere l’attrezzatura e lo spazio dove sono oggi. Ho capito che potevo effettivamente impegnarmi nel campo delle produzioni quando mia sorella mi fece ascoltare la demo di un suo amico registrata con il telefono. Sentivo che aveva del potenziale, che c’era qualcosa, ma aveva bisogno di essere registrata ed editata nel modo giusto.




Oggi come funziona il lavoro del produttore?
Per me coincide con l’amore per la musica. Io sono un ascoltatore a 360 gradi: vengo dal cantautorato, ma ascolto punk, metal, musica elettronica e il jazz – che adoro. Quello è un genere che mi ha insegnato che a un certo punto puoi riscrivere le regole. All’inizio producevo per gioco, ma, grazie alle persone che ho incontrato nel percorso, ho cominciato a capire concetti importanti: oggi il nome d’arte di un musicista non è la persona, ma è un brand. C’è un universo privato e uno pubblico. Partendo da qui, ho realizzato che un brand, di qualsiasi tipo, genera prodotti, che devono essere venduti. Il punto fondamentale quando si realizza un prodotto musicale è l’originalità: è inutile fare le copie delle scarpe Air Force, perché chi ha la possibilità continuerà sempre a comprare quelle. La cosa più importante è creare qualcosa che racconti veramente chi si è, cosa si vuole comunicare con la propria musica. Dopo anni in cui ho scritto e ascoltato tantissimi lavori, oggi posso, per esempio, aiutare i cantanti a capire qual è il loro range vocale, per poter lavorare al meglio su di esso. Oggi nel mio studio mi occupo di deejaying, produzione, mastering, vocal coaching e posso realizzare anche backing voices e testi per brani originali.
Il fenomeno dello studio recording sta scomparendo dal centro delle città e nei Paesi sono ormai pressoché assenti. Cosa ti ha spinto ad aprire uno spazio in Piazza Torre di Berta a Sansepolcro?
Io ho lavorato per anni in un supermercato. L’ambiente era positivo e quando avevo 26 anni mi offrirono un contratto a tempo indeterminato. Di fronte al bivio, ho deciso che non volevo avere rimpianti e mi sono dedicato a questa attività che era tutta da costruire. Ho fatto un salto nel vuoto, con mesi abbastanza complicati. Senza la mia famiglia e la mia fidanzata non so se sarei riuscito ad arrivare fin qui. Non sono un martire, i problemi ci sono in tutti i lavori, ma in questo campo le difficoltà, soprattutto agli inizi, sono evidenti. Ho trovato un fondo disponibile qui e ho deciso di creare Hypeless.
Tu segui artisti emergenti. Qual è il più grande ostacolo che affrontano nell’ingresso nel mondo della musica?
Un grande problema è il volere tutto e subito. Vedono solo il risultato, non il processo lavorativo, il percorso che c’è dietro. Non hanno la costanza per “battere il ferro”. Chi capisce l’importanza del lavoro poi ha speranza di continuare, perché chi raggiunge il successo velocemente poi lo perde altrettanto presto.
Inoltre, i ragazzi non sanno tutelarsi. C’è un pattern ricorrente: pubblicano il primo brano, ricevono complimenti e i risultati sono buoni, poi pubblicano il secondo e già si sente il calo, fino al momento in cui l’hype svanisce. A quel punto non trovano né guida né sostegno. Questo è sia un lavoro che un’attività artistica. Oggi un ragazzo non sa nemmeno che cosa sia la Siae, il diritto d’autore nella musica, che se pubblichi un video di un tuo brano non registrato online e ti viene copiato poi dopo non puoi rivalerti perché non possiedi i diritti. Quando vedo che un artista vuole fare sul serio, mi assicuro di comunicare queste cose affinché sia informato e consapevole di ciò che lo circonda. Il mio punto focale è la formazione.




Il termine “hype” è una delle parole del nostro tempo: è entrato nei dizionari, ha assunto un significato proprio su internet, ed è dominante nel mondo degli eventi, dello spettacolo e della musica. Perché chiamare uno studio “Hypeless”?
Nasce proprio dal mio percorso: l’idea è quella di produrre e creare musica senza pensare all’hype. fare musica che piaccia a me in primis. Oggi ascolto una playlist Spotify e sento che la maggior parte dei prodotti sono algoritmici, artificiali. Io faccio musica per colmare questo vuoto. Si tratta di una cosa utopica, però il messaggio è quello: faccio musica perché mi piace farla, senza seguire l’hype. Non servono trend, non servono mode. Oggi gli artisti e i producer fanno uscire brani sulla base di quello che va in trend su TikTok, e questo ha trasformato la musica. Ad esempio, oggi i brani sono mediamente più brevi e se non agganciano nei primi 15 secondi non va.
Ieri esisteva il filtro in ingresso per gli artisti che volevano avviare una carriera. Oggi?
La situazione è molto diversa. Le etichette ragionano secondo le stesse logiche algoritmiche che dicevamo prima. Buttano dentro artisti esordienti da dare in pasto all’algoritmo, ma in questo modo saturano le uscite, tolgono attenzione al singolo progetto e gli artisti ne risentono.
Quante persone hanno scelto di produrre i loro brani con te? E come si fa a lavorare con Hypeless Studio?
Oggi seguo assiduamente otto artisti. Non ho filtri: sono felice di lavorare con persone indipendentemente dal genere di musica che suonano. Non voglio creare una disparità tra gli artisti con cui collaboro, vorrei cercare di formare tutti e portarli a realizzare la versione migliore della loro musica. Credo che con onestà e professionalità si possa arrivare ovunque, motivo per cui preferisco delegare a chi sa fare meglio di me. Se un ragazzo o una ragazza mi porta un brano che credo essere perfetto per un altro produttore, lo mando lì. Il primo colloquio è conoscitivo, in modo che tutti possano decidere liberamente.
La tecnologia oggi permette di creare dei mini studi in casa propria. Perché aprire uno spazio al pubblico?
Sì, oggi è possibile, con una spesa relativamente bassa, produrre i propri brani in casa. Non solo: esistono soluzioni che permettono una promozione massiccia dei brani su tutte le piattaforme di streaming senza avere etichetta. Il problema è che la concorrenza è selvaggia e il mercato è saturo. Per questo credo nell’idea di lavorare insieme e fare rete per far sì che un prodotto musicale possa trovare gli ascoltatori che merita.





