È stato pubblicato il nuovo rapporto Pendolaria 2025, l’analisi annuale di Legambiente sullo stato del trasporto ferroviario in Italia. Il documento raccoglie dati aggiornati sul materiale rotabile, sulla frequenza dei servizi, sulla qualità del trasporto pendolare e sulle principali linee. Un focus specifico è dedicato anche al tema della cosiddetta transport poverty, ovvero la difficoltà di accesso a soluzioni di mobilità adeguate per una parte significativa della popolazione, in particolare nelle aree periferiche o a basso reddito. Il rapporto evidenzia come l’età media dei treni si stia gradualmente riducendo, pur restando “inevitabili lacune nell’offerta”, “differenze tra le diverse aree del Paese” e “tra il parco rotabili di Trenitalia e quelli di alcuni altri gestori di ferrovie ex concesse”.
“Va sottolineato – si legge nel testo – il caso dell’Umbria, dove l’età media è ancora estremamente elevata in particolare a causa dell’anzianità del parco rotabili della ex FCU”, ma dove “nel 2023 si sono concluse le procedure per la realizzazione di una gestione unitaria di tutti i servizi ferroviari di interesse regionale e locale; con la sottoscrizione dell’Atto Integrativo al Contratto di Servizio con Trenitalia sono previsti investimenti per il materiale rotabile per 172,7 milioni, con una compartecipazione regionale di 50,9 milioni, e l’acquisto di 13 nuovi treni tra il 2024 e il 2026 (un nuovo treno è stato messo in servizio nel 2024), oltre al revamping di 4 Minuetto per una spesa di 10 milioni da parte della Regione”, ricorda il rapporto.
Legambiente propone inoltre una riflessione sulle priorità infrastrutturali, con particolare riferimento all’allocazione delle risorse pubbliche. Il rapporto segnala un disallineamento tra quelle che vengono definite “le vere opere utili” (cioè “quelle legate alla mobilità urbana e quelle fatte di potenziamenti, raddoppi e velocizzazioni delle linee ferroviarie regionali”) e le opere effettivamente finanziate a livello nazionale. In particolare, viene sottolineato che “si continua a investire per la costruzione di infrastrutture fini a sé stesse, spesso stradali, pensate per l’esercizio del trasporto su gomma, principalmente privato”.
A questo proposito vengono elencate opere considerate ad alto impatto ambientale e con ricadute limitate sul piano dell’efficienza del sistema, con uno specifico approfondimento sul Ponte sullo Stretto di Messina, considerato “ambientalmente insostenibile, costoso e inutile”. Tra le altre infrastrutture viene citata anche la E78, di cui viene ricordato l’importo complessivo di 4,56 miliardi di euro e l’attuale copertura finanziaria del 9,7%. Secondo Legambiente “non si può continuare a spendere risorse economiche enormi per opere faraoniche incentrate sul trasporto privato”, a maggior ragione “in un contesto di crescenti danni degli eventi meteo estremi che vede le infrastrutture di trasporto colpite sempre più frequentemente e intensamente con alluvioni, frane, allagamenti”.





