Tra stand-up, parolacce e tribunali: la tappa di Daniele Fabbri in Altotevere

Il comico romano arriva a San Giustino e racconta senza filtri la sua visione sulla satira, la libertà di parola e la causa giudiziaria con la premier Meloni

“Contiene parolacce”. Questa frase, oltre che un disclaimer, è anche il titolo del podcast che ormai da anni porta avanti Daniele Fabbri, uno dei nomi più noti della stand-up comedy italiana. I suoi spettacoli dal vivo non sono certo diversi: famoso per il suo stile tagliente, feroce e senza filtri, Fabbri è autore, attore e podcaster: usa la sua voce per parlare di temi che vanno dalla cultura più fine alle bestemmie. La sua comicità unisce provocazione e riflessione, trasformando i tabù italiani in materiale comico di grande impatto e mettendo alla berlina le ipocrisie della nostra società con il tono caustico di chi non fa sconti a nessuno.

Proprio a causa del suo lavoro, Fabbri è stato oggetto di una querela da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che tramite i suoi legali ha richiesto un risarcimento per danni morali di 20 mila euro. La richiesta ha origine da una puntata del podcast Contiene Parolacce del 2021 (quando Meloni non era ancora premier) nella quale l’attore associava il nome della leader di Fratelli d’Italia a parole scherzose per parlare di come siamo soliti insultare le persone. Fabbri ha da poco affrontato la prima udienza del processo e spiega come tempi, meccanismi e costi della giustizia siano oggi un grande deterrente per i colleghi. Anche per questo ha deciso di aprire un crowdfunding per tutelare i comici vittime di querele temerarie.

Mercoledì 11 dicembre si è esibito, insieme a Stephany Aiello, presso il Birrificio Altotevere per la serie di serate di stand-up “Non Filtrata”. L’evento è stato presentato dal comico locale Andrea Pecorari, riscuotendo grandissimo apprezzamento del pubblico.

Daniele, sappiamo che sei attualmente a processo per via di una querela mossa da parte di Giorgia Meloni nei tuoi confronti. Quali sono gli ultimi sviluppi?

La cosa sta andando molto a rilento, perché la giustizia italiana è molto lenta. Ad oggi si sono svolte solo due udienze, e nell’ultima il giudice ha visto il video incriminato e ha chiesto all’avvocato di Meloni se la sua cliente fosse intenzionata a ritirare le accuse. Lui ha risposto di no. Adesso abbiamo appuntamento a maggio del 2026. Sarà una faccenda un po’ lunga: conto di essere assolto nel 2029.

Hai promosso un crowdfunding per sostenere le spese giudiziarie di questo processo, ma i proventi saranno devoluti anche ai colleghi che dovessero essere vittima di querele temerarie. Qual è la tua posizione sulla questione?

Le querele temerarie sono quelle che persone di potere fanno a giornalisti e comici non per ottenere una sentenza, ma per annullare il querelato. Un processo è un percorso faticoso, stressante e molto oneroso. Ho deciso di aprire questo crowdfunding proprio perché molte persone sono in questa condizione e tanti credono nel valore della satira e della libertà di parola. È un modo per dire loro: “non siete soli”.

Parliamo dalla prima impressione: com’è stato arrivare in Valtiberina?

C’era molta nebbia e non ho visto niente, ma sono contento di essere qui.

Sei uno degli stand-up comedian che negli ultimi anni hanno lavorato molto con il formato podcast. Quanto può essere una risorsa per un comico?

Secondo me è una risorsa interessante, perché ti dà la possibilità di fare un talk show gestito come dovrebbe essere. Ma al tempo stesso il capitalismo arriva ovunque molto velocemente: quando arriva la pubblicità, spesso finisce la libertà di creare. Il podcast è uno strumento bellissimo, ma per farlo servono soldi. E il modo per trovarli, a volte, ammazza la creatività. Io ho impiegato anni a trovare uno sponsor per il mio podcast, che non è nemmeno un talk alla moda, ma un monologo satirico. Alla fine, l’ho trovato… ed è un sito di escort. Non proprio lo sponsor tradizionale. È molto difficile mantenere la propria libertà creativa, che è il motivo per cui inizi a fare un podcast, se poi vuoi anche monetizzarlo.

Tu affronti spesso temi sessuali, linguaggio esplicito, politica… Quanto è libero oggi un artista in Italia di dire ciò che vuole sul palco?

Ufficialmente gli artisti sono liberi. Il problema è che per essere davvero libero devi assumerti la responsabilità di andare contro il tuo pubblico, e oggi nessuno vuole farlo. Viviamo in una cultura della permalosità: nessuno accetta più che un artista possa metterlo in crisi. Oggi, se contraddici il tuo pubblico, le conseguenze sono immediate, soprattutto perché tutto si gioca sulle piattaforme digitali dove il meccanismo è esasperato. Quando ho iniziato, essere controversi era visto meglio: se una battuta dava fastidio, le persone facevano resistenza, non ti accusavano di averle violentate psicologicamente. Se assecondi sempre il tuo pubblico, artisticamente non vali nulla. Fai soldi, sì, ma diventi come uno spot pubblicitario: rappresenti un valore e lo reiteri all’infinito. Gli artisti dovrebbero creare crepe nelle certezze, ma oggi farlo significa prendersi un rischio enorme.

Alcuni comici dicono che oggi è difficile fare satira politica perché i politici superano i comici in grottesco. Sei d’accordo?

Fare satira politica efficace oggi è quasi impossibile perché le persone non seguono la politica: seguono il gossip della politica. E il gossip genera solo commenti su dichiarazioni deliranti. Abbiamo ministri che dicono cose assurde solo per far parlare di sé. L’idea che i politici siano più divertenti dei comici è una sciocchezza. Se vuoi fare satira politica, devi essere più grottesco dei politici: quindi devi essere molto bravo, oppure devi prenderti dei rischi. E i comici che lavorano in TV questi rischi non se li prendono. La satira prudente è come mangiare con il preservativo sulla lingua: ingerisci il cibo, ma non senti i sapori. È noiosa, moralista, retorica. Per essere divertente deve rischiare, altrimenti non è satira.

Qualcuno dice che i comici non rischiano perché in Italia chi rischia poi paga. Tu stesso ne sei un esempio.

Sì, ma non è una scusa. Se ti prendi rischi, è ovvio che poi puoi avere problemi: altrimenti non sarebbero rischi. È come dire: siccome qualcuno si è schiantato col paracadute, allora lo uso solo da quattro metri. Non ha senso. Se non vuoi rischiare, non fai un lavoro che comporta rischi. Togliere di mezzo i rischi dalla satira significa addomesticarla, renderla innocua per il potere. E a quel punto è inutile.

Ti interessa di più essere un comico che fa riflettere o un intellettuale che fa ridere?

L’idea dell’intellettuale che fa ridere mi fa schifo. Io voglio fare il comico che parla da adulto ad altri adulti. La satira non dovrebbe essere un genere a sé: un comico dovrebbe parlare di temi adulti perché è un adulto e parla ad adulti. Non sono un prete che deve educare: sono un amico. Mi piace far ridere chi mi ascolta, e se ho un pensiero adulto e sensato, traspare. Ma il mio pensiero non è il centro del lavoro: sono le radici. Il frutto è la comicità.

Hai parlato anche delle tue origini cattoliche molto conservatrici. Quando ti sei distaccato da quel mondo e quando sono diventate materiale comico?

Il distacco è avvenuto poco prima dei 18 anni. Facevo domande per me normali – sul sesso, sulle fedi diverse – e più chiedevo, più mi dicevano di non farle. Ho capito che mi stavano prendendo in giro e che una parte del recinto era costruita su un sacco di falsità e contraddizioni. Così ho cercato le risposte altrove. Trasformare tutto questo in comicità è arrivato dopo. Quando inizi a fare questo lavoro, a un certo punto capisci che devi parlare di te stesso. Raccontare la mia fuga da una famiglia cattolica aveva un grande riscontro, perché molti della mia generazione vengono da famiglie religiose, anche se non ostentate. Era (ed è ancora) un tabù enorme. E per chi fa satira, i tabù sono oro.

Cosa fa ridere davvero le persone? Nei tuoi spettacoli ci sono fini analisi linguistiche, riferimenti culturali, ma anche battute scabrose e blasfemia… cosa scatena la risata?

Non esiste “la cosa che fa ridere”. Esiste uno spettro con diversi livelli di risata: fuori da quello non c’è nulla. L’unico vero comune denominatore è il conflitto tra la parte adulta e la parte infantile di chi ti ascolta. Se riesci a far convivere quelle due parti, qualunque cosa tu stia dicendo sarà divertente. Il resto è una scommessa e una ricerca continua.

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