Laura Formenti: “In Italia si può dire tutto, basta guardare i nostri politici”

L’attrice comica si racconta in occasione della prima serata di stand-up al Birrificio Altotevere di San Giustino

“Si può fare body shaming sui gatti?”. Con questa e altre domande ironiche, Laura Formenti ha inaugurato la prima serata di Non filtrata, il nuovo format del Birrificio Altotevere di San Giustino dedicato alla stand-up comedy. La serata è stata presentata dallo standupper locale Andrea Pecorari con l’apertura del comico marchigiano Stefano Vinciarelli.

Formenti, alla sua prima esperienza in Valtiberina, è una pioniera di questa scuola di comicità, che in quasi dieci anni di carriera ha calcato grandi palchi come Comedy Central e Italia’s Got Talent. Nota per una comicità tagliente e profondamente legata all’attualità, il suo stile unisce osservazione sociale, satira politica e ironia personale, mantenendo sempre uno sguardo critico e originale sul contemporaneo.

I temi trattati negli spettacoli di stand-up comedy fanno spesso discutere. È vero che oggi “non si può più dire niente”?

Secondo me è chiarissimo che si può dire tutto. Basta guardare non solo i nostri politici, ma anche i comici dicono qualunque cosa in televisione. Nessuno è stato arrestato per questo. Quando sento questa frase, penso che le persone debbano semplicemente prendersi la responsabilità di ciò che dicono. Legale, ma anche sociale. Il peggio che ti può succedere oggi, a meno che tu non dica qualcosa di illegale, è che ti becchi una shitstorm. Però anche queste passano, e non è vero che chi è “scorretto” poi non lavora. Anzi, vediamo tantissimi comici politicamente scorretti lavorare moltissimo.

C’è una differenza generazionale tra i vecchi comici e i giovani standupper?

Credo che i mondi della comicità siano tanti, non solo due. Quando ho iniziato a fare stand-up la comicità di riferimento era quella televisiva anni ’90, che però si era deteriorata: il primo Zelig aveva cose molto interessanti, ma nell’ultima fase sia quel programma che Colorado correvano dietro agli ascolti. Da qui è nata la necessità di una comicità che uscisse dai canali televisivi e parlasse agli adulti, non alle famiglie, e fosse libera. Adesso la situazione è ancora più complessa perché c’è il web, dove trovi sia la comicità anni ’90 (che funziona benissimo), sia comicità trash o demagogica (che funziona altrettanto bene), sia tentativi di satira. La vera distinzione, secondo me, è tra chi cerca un percorso artistico e chi punta, legittimamente, a essere nazional-popolare, scegliendo una comicità meno raffinata. I social hanno ampliato le possibilità, ma hanno anche riportato molta demagogia e in parte ci hanno riportato indietro.

Fare comicità è sempre un atto politico, oppure si può farlo prescindendo dal discorso pubblico?

Anche se vuoi prescindere dalla politica, nel momento in cui decidi di non intervenire ti stai comunque posizionando. Esiste anche l’intrattenimento puro, e non ho pregiudizi: ci sono ottimi intrattenitori che fanno bene il loro lavoro e ci fanno semplicemente divertire. Io ho scelto un’altra strada. Non credo sia un tema generazionale: ben prima della stand-up c’erano Gaber, Dario Fo, Paolo Rossi. La distinzione fra intrattenimento e punti di vista complessi esiste da sempre.

È possibile ancora scegliere la complessità senza essere travolti dal bisogno di diventare nazional-popolari?

Se vuoi diventare nazional-popolare un po’ di appiattimento lo devi fare. L’artista deve scegliere: farsi trascinare dall’onda di ciò che è nazional-popolare — e quindi spesso demagogico — oppure restare su un percorso più personale e complesso. La demagogia può esistere ovunque: nel femminismo, nella politica, nel qualunquismo. La tentazione dell’artista c’è sempre.

Qual è stato il primo momento in cui hai pensato “voglio davvero fare stand-up”?

Il mio percorso è stato complicato. Parto dal teatro drammatico, poi passo alla clownerie, poi al cabaret anni ’90. A un certo punto mi ritrovo da sola a scrivere i primi monologhi e scopro la comicità americana. Mi ha rapito l’idea che la risata potesse essere un mezzo per esprimere idee e punti di vista sul mondo. Quando ho capito che la comicità poteva fare questo, è stato un innamoramento immediato. E l’ho fatto in un momento in cui la stand-up non andava di moda. La scelta “populista”, allora, sarebbe stata: “Sei una donna, scrivi un pezzo nazional-popolare e portalo nei templi della comicità”. Ma non era il mio percorso.

Cosa possiamo ancora imparare dai grandi standupper americani?

Una cosa importante è che la comicità non dipende dall’età: Carlin ha scritto le cose più esplosive negli ultimi anni di vita. Vorrei prendere da lui questa capacità di restare rivoluzionari fino alla fine. Poi credo che dovremmo recuperare la libertà della stand-up anglofona — inglese e americana — dove convivono comicità popolare e comicità estremamente controversa. L’importante è restare vivi e non appiattirsi come abbiamo fatto in Italia su un solo modello.

Come scegli le tematiche da utilizzare nei monologhi?

Se uno analizza la società con attenzione, finisce per intercettare temi che poi diventano discussione pubblica. Per esempio, ho un monologo sul fatto che l’idea dello “stare bene da soli” può diventare una trappola sociale: la società ci vuole sempre più individualisti, e un individuo solo consuma di più ed è più facile da controllare. Oppure nel podcast Humor nero parliamo di temi tabù: della guerra in Bosnia, dello scandalo dei cecchini pagati per sparare su Sarajevo — cose che oggi stanno emergendo. In un altro episodio abbiamo intervistato Diego Piemontese, un ragazzo trans, e si parlava delle difficoltà di voto. Oggi è uscito che voteremo divisi per sesso e non per genere. Se hai uno sguardo attento sulla società, inevitabilmente intercetti i problemi reali prima che diventino notizia.

Negli ultimi anni la comunicazione politica è diventata sempre più vicina alla sua parodia?

Assolutamente sì. L’altro giorno, per esempio, c’è stato il caso del garante della privacy che spiava i suoi collaboratori. Che deve fare un comico davanti a questa roba? Fanno tutto da soli. Ma non è un buon segno. Ognuno deve avere le proprie idee politiche e mantenerle anche quando il contesto partitico cambia. Mia madre tempo fa mi ha detto: “Tu sei più a sinistra della sinistra”. E io: “Mamma, il problema non è che io mi sia spostata: è la sinistra che si è mossa verso il centro. Io sono rimasta ferma”.

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