Ottocento anni sono tanti. Abbastanza perché di una persona rimangano alcune pagine sui libri di storia, un nome su una targa o magari un qualche monumento accanto al quale passare senza farci troppo caso. Con Francesco d’Assisi è andata diversamente.
In questi giorni ce lo sentiremo raccontare molto. Parleremo della sua eredità, della forza del suo messaggio, del rapporto con la natura, della pace, della fraternità, della semplicità. Cercheremo nel Duecento risposte alle domande del 2026 e inevitabilmente troveremo somiglianze, suggestioni, contraddizioni.
Forse, però, dalle nostre parti possiamo permetterci anche un esercizio diverso. Lasciare per qualche minuto da parte le grandi parole e guardarci intorno. Perché qui Francesco, prima ancora di essere un anniversario, è geografia.
È Montecasale sopra Sansepolcro. È il vicino Santuario della Verna. Sono gli eremi, i boschi, le mulattiere, i sentieri. Sono i racconti che si sono depositati nei secoli, mescolando storia, devozione e tradizione. Sono perfino quei segnavia davanti ai quali passiamo senza chiederci troppo spesso dove conducano.
Per chi vive in Valtiberina tutto questo è talmente familiare da rischiare di diventare parte dell’arredamento. Ed è forse questo uno degli aspetti più curiosi dell’ottocentesimo anniversario: tornare a guardare con una nuova consapevolezza qualcosa che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi.
Non occorre necessariamente trasformare Francesco in un nostro contemporaneo. Era un uomo del Medioevo, immerso in un mondo lontanissimo dal nostro per cultura, società, linguaggio e visione della vita. E forse proprio questa distanza rende più interessante un fatto difficilmente contestabile: otto secoli dopo continuiamo a pronunciarne il nome, a discutere delle sue scelte e, soprattutto, a percorrere i luoghi attraversati dalla sua vicenda.
Quasi sempre a piedi, per giunta, che nel 2026 conserva qualcosa di meravigliosamente singolare e controcorrente. Viviamo cercando in continuazione di accorciare i tempi e poi, ogni tanto, decidiamo di impiegare un’intera giornata per coprire una distanza che un’automobile divorerebbe in pochi minuti. Ci mettiamo uno zaino sulle spalle, seguiamo un segno colorato su un albero e accettiamo che per qualche ora sia la strada a stabilire quanto velocemente possiamo andare.
Sono migliaia le persone che ogni anno continuano a farlo. Qualcuno lo fa per fede, qualcuno per curiosità, qualcuno per il piacere di camminare o semplicemente per staccare qualche giorno dalla propria quotidianità. Attorno a quei passi sono nati percorsi, ospitalità, occasioni di incontro, iniziative culturali e nuove forme di racconto del territorio. Dalle nostre parti la faccenda è stata presa talmente sul serio che, da dieci anni, ci abbiamo organizzato persino un Festival.
Nel frattempo anche oggi, nel gran giorno delle celebrazioni solenni, qualcuno tornerà a mettersi in cammino mentre noi continueremo a domandarci che cosa Francesco possa dire al nostro tempo. È inevitabile, forse persino necessario.
Ma ogni tanto potrebbe bastare una domanda molto più semplice: che cosa è successo perché, dopo ottocento anni, qualcuno senta ancora il desiderio di infilarsi un paio di scarpe e seguire le tracce lasciate da un uomo vissuto nel Duecento? Dalle nostre parti, per provare a rispondere, abbiamo un piccolo vantaggio.









