In un precedente articolo si era già cercato di fare luce sul periodo in cui, dopo il Sacco di Roma del 1527, Giovan Battista di Jacopo di Gasparre – meglio conosciuto come Rosso Fiorentino – si era trovato a soggiornare in Alta Valle del Tevere per quasi tre anni. In realtà la permanenza dell’artista in valle fu interrotta più volte, dato che lo stesso si trovò talvolta a lasciare la sua principale base logistica di Sansepolcro in favore di Arezzo. Tuttavia, in questo periodo il Rosso ebbe modo di imprimere un’impronta particolarmente significativa nel territorio valtiberino, sia in termini di collaborazioni artistiche (significativa fu quella, ad esempio, instaurata con Raffaellino del Colle), sia per le opere che qui ebbe modo di realizzare. Di queste oggi ne rimangono certamente due, una a Sansepolcro e una Città di Castello: si tratta rispettivamente della “Deposizione di Cristo” (visibile nella chiesa di San Lorenzo) e il “Cristo risorto in gloria” (esposto nel salone gotico del Museo Diocesano).
Nonostante se ne parli poco, c’è però da segnalare che, oltre a queste due tavole, a Città di Castello potrebbe esserci anche un altro dipinto attribuibile, almeno in parte, allo stesso pittore. L’opera in questione è la “Sepoltura di Cristo” custodita dalla chiesa di Santa Maria del Buoncosiglio (a cui si accede dal punto in cui via Sant’Apollinare confluisce in via del Popolo). All’interno di tale edificio di culto che è stato realizzato modificando, dal XVI secolo in poi, la precedente Santa Maria del Popolo, si trova – nella parte destra della navata – una tela che potrebbe essere stata realizzata dal Rosso Fiorentino. Questo è quanto perlomeno indica espressamente l’atto di donazione attraverso il quale, alla fine del Settecento, il dipinto è stato ceduto da un privato all’omonima Confraternita del Buonconsiglio. Nonostante ciò, il tipo di supporto utilizzato e alcuni elementi stilistici hanno in più di un’occasione lasciato intendere che la possibile datazione dell’opera non sia compatibile con il periodo in cui l’artista si è trovato a operare. Probabilmente questa è, pertanto, anche una delle ragioni che hanno contribuito a mantenere la tela piuttosto in ombra e sconosciuta a molti.

La questione della possibile attribuzione a Rosso Fiorentino è stata posta qualche anno fa dall’artista tifernate Marco Baldicchi. Questi oltre alle considerazioni sulla composizione già sollevate in precedenza (in particolare quelle che collocando la pittura alla prima metà del XVI secolo potrebbero conferire concretezza all’attribuzione indicata nell’atto di donazione), ha aggiunto alcuni ulteriori elementi di valutazione. Il più significativo si lega al ritrovamento, fatto dallo stesso Baldicchi presso un corniciaio di Perugia, di un’incisione fiamminga di Jan Sadeler (1550-1600) che raffigurerebbe proprio la “Sepoltura di Cristo” di Città di Castello. A giudicare dalla quasi perfetta corrispondenza, quest’opera potrebbe essere stata realizzata nella seconda metà del XVI secolo a partire da un disegno di un altro fiammingo, Dirk Barendsz (1534-1592). Quest’ultimo avrebbe infatti potuto fornire il “negativo”, quindi una versione speculare rispetto alla successiva incisione. Osservando i lavori di Barendsz e di Sadeler si può facilmente constatare quanto entrambi siano simili al dipinto della chiesa del Buonconsiglio. Quale potrebbe essere, dunque, il nesso tra queste opere? E come tutto ciò potrebbe aiutare a sostenere una possibile attribuzione della tela di Città di Castello al Rosso Fiorentino? Secondo Baldicchi, quando il Rosso, nell’aprile del 1530, dovette lasciare l’Alta Valle del Tevere per trasferirsi a Venezia, avrebbe potuto portare con sé un disegno della sua Sepoltura. Durante il soggiorno veneziano, prima di trasferirsi definitivamente in Francia, il pittore toscano potrebbe avere conosciuto Barendsz, visto che anche il fiammingo, in quello stesso periodo, si trovava nella città lagunare ed era allievo di Tiziano.

Inutile dire che un’ipotesi del genere può reggersi soltanto su una serie di supposizioni. Allo stesso tempo ci sono però anche alcuni evidenti elementi che potrebbero rendere più che plausibile il fatto che il Rosso possa avere iniziato a lavorare all’opera di Città di Castello senza terminarla, condividendo poi il suo disegno con altri artisti. Questa possibilità può essere avvalorata dal fatto che il pittore potrebbe avere realizzato la “Sepoltura di Cristo” mentre, sempre per Città di Castello, stava lavorando al “Cristo risorto in gloria”. Oltre a ciò, sia nella tela della chiesa tifernate che nelle successive raffigurazioni di Berendsz e Sadeler compaiono alcuni tratti stilistici che rimandano, piuttosto inequivocabilmente, al Rosso: tra questi si può segnalare la capigliatura del personaggio sulla sinistra (probabilmente Giuseppe d’Arimatea) che è pressoché identica al personaggio centrale che si trova nel dipinto “Mosè difende le figlie di Jetro”, realizzato dallo stesso pittore tra il 1524 e il 1525. Anche alcune delle figure raffigurate potrebbero rimandare, soprattutto per ciò che concerne il carico espressivo, ad altri soggetti da lui dipinti in precedenza in differenti circostanze. Inoltre, persino per ciò che riguarda il movimento e i giochi di luce che caratterizzano l’opera della chiesa del Buonconsiglio (tra cui la forte demarcazione tra i colori accesi in primo piano e lo sfondo particolarmente scuro), si possono cogliere rimandi allo stile che, più in generale, tende ad associarsi all’artista.

C’è infine da fare un’ulteriore considerazione rispetto al soggetto e alla scena rappresentati: le due opere prevenute a noi che il Rosso Fiorentino ha realizzato in Alta Valle del Tevere rappresentano due episodi biblici strettamente collegati, ovvero la deposizione di Cristo e la sua successiva resurrezione. Da questo punto di vista non è dunque totalmente insensato supporre che il pittore avesse previsto di rappresentare, a distanza piuttosto ravvicinata dalle altre due, anche una terza tappa intermedia: appunto, la sepoltura di Cristo.





