Tra la Valtiberina e Berlino: un viaggio nell’arte di Giulio Giustini

A distanza di dodici anni, con la mostra “L’eco di un battito” l’artista è tornato ad esporre a CasermArcheologica

È stata inaugurata sabato 31 ottobre, a Sansepolcro, negli spazi suggestivi di CasermArcheologica. Si tratta della mostra personale di Giulio Giustini – “L’eco di un battito” – che restituisce i risultati di una ricerca artistica che negli ultimi ha saputo nutrirsi di numerosi e variegati stimoli. Tra questi non può mancare l’impronta lasciata da un territorio, la Valtiberina, che grazie all’eredità di Piero della Francesca è tutt’ora in grado di trasmettere un diffuso senso di armonia. Essendo nato a Sansepolcro e vissuto molti anni a Citerna, Giustini ha certamente potuto beneficiare di questo imprinting. Poi, nel 2015, è arrivato il trasferimento a Berlino. È dunque stata la viva scena artistica e culturale della metropoli tedesca a spingere il processo creativo di Giulio verso nuove strade di sperimentazione. L’esito di questo complesso cammino oggi segna e caratterizza la sua opera, rendendola peculiare e riconoscibile.

Tra la Valtiberina e Berlino: un viaggio nell’arte di Giulio Giustini - Cultura, Eventi | TTV.it
Alcune opere della mostra di Giulio Giustini.

Giulio Giustini aveva già esposto a CasermArcheologica nel 2014, in occasione della collettiva Art Quartet. Fino al 30 gennaio 2027, negli stessi spazi di Palazzo Muglioni, i tratti essenziali che oggi contraddistinguono la sua arte potranno essere colti e apprezzati visitando la mostra curata da Chiara Lorenzetti. Tuttavia per approfondire ulteriormente alcuni aspetti che caratterizzano l’approccio e il lavoro dell’artista, di seguito si riporta il dialogo intercorso con lo stesso dopo l’inaugurazione del 31 ottobre.

Nella tua produzione artistica si può percepire un dialogo a distanza tra la Valtiberina e la realtà metropolitana di Berlino. Come quest’ultima ti consente di rileggere gli stimoli dei luoghi in cui sei nato e cresciuto?

«Ho sempre sentito il desiderio di confrontarmi con una realtà diversa da quella in cui ero cresciuto. Berlino è arrivata quasi per caso: dovevo rimanerci tre mesi, e invece sono diventati undici anni. Lì ho trovato lo spazio e la libertà per dare forma a un’esigenza espressiva che mi accompagna fin dall’infanzia, fino a trasformarla nel mio lavoro.
La distanza mi ha permesso di rileggere le mie origini. Le proporzioni, le geometrie, i colori, l’eredità rinascimentale del mio territorio e certe suggestioni legate a Burri sono riaffiorati spontaneamente nella mia ricerca artistica. Non ho mai cercato di rappresentare le mie origini. Ho scoperto che erano già dentro ciò che creavo.»

Le tue opere contengono spesso una parte incompiuta, quasi come volessero incorporare il vuoto. Quale valore associ alla poetica del non finito?

«Per me il non finito è uno spazio che lascio all’altro. Non mi interessa imporre una spiegazione delle mie opere. Mi interessa quello che l’altro vede. Il vuoto, la parentesi aperta, è un invito a entrare. All’opening, invece di spiegare, ho messo in scena proprio questo. La mia assenza con il pubblico, la presenza in un’altra stanza al buio, senza risposte pronte. È lì che l’opera continua.»

Nonostante le trasformazioni degli ultimi anni degli ultimi anni, quali condizioni continua ad offrire la capitale tedesca a chi si occupa di arte?

«Quando sono arrivato a Berlino undici anni fa, era una città più accessibile, dove sembrava possibile costruire qualcosa partendo da zero. Oggi molti artisti sono costretti ad andarsene o a reinventarsi. Ma non è solo un problema berlinese, è una trasformazione che attraversa tutta l’Europa. Berlino è stata forse una delle ultime a resistere, conservando quel respiro di libertà che l’aveva resa unica negli anni Novanta. Nonostante tutto, continuo ad amare questa città: nell’atelier in cui lavoro sono circondato da persone che alimentano continuamente la mia ricerca e la mia necessità di scavare la vita con la creazione.
Credo che l’arte debba conservare la capacità di mettere in discussione il sistema di cui inevitabilmente fa parte. In fondo, siamo una forma di dissidenza: non resistiamo soltanto per continuare a fare arte, ma facciamo arte anche per continuare a resistere.»

Nel 2014, nell’ambito della mostra collettiva Art Quartet, hai già esposto a CasermArcheologica. Forse quello è stato il primo momento in cui, in maniera spontanea e coraggiosa, palazzo Muglioni si è aperto all’arte contemporanea, dando slancio al processo di rigenerazione che poi ha interessato questi spazi. A distanza di dodici anni, cosa ricordi di quell’esperienza?

«CasermArcheologica mi ha lasciato un’impronta di libertà, un modo di stare nell’arte. La prima volta che ho esposto lì non ero mai stato a Berlino, eppure la gente entrando diceva: “sembra di essere a Berlino”. Mi chiedevo perché. Poi quando ci sono arrivato davvero, ho capito che certi spazi ti parlano da dentro prima ancora di conoscerli. CasermArcheologica e il mio atelier a Berlino, in un’ex fabbrica di margarina del 1909 hanno lo stesso numero civico, il 55 come un segno. È come se un filo le colleghi.»

Tra la Valtiberina e Berlino: un viaggio nell’arte di Giulio Giustini - Cultura, Eventi | TTV.it

POPOLARI

- Partecipanti sostenitori -spot_img
spot_img

Indaghiamo, raccontiamo, approfondiamo

Supporta l'informazione locale: dona il tuo 5x1000 a Fondazione Progetto Valtiberina

- Partecipanti sostenitori -spot_img
- Partecipanti sostenitori -spot_imgspot_img