Il Sassetta, il beato Ranieri, Firenze e il Louvre: quando l’arte apre le porte della conoscenza

Come da una tavola del polittico (smembrato) di Sansepolcro si possono ricavare informazioni storiche, artistiche, agiografiche e urbanistiche

Grazie all’iniziativa organizzata dalla Fondazione Piero della Francesca, in questi giorni la città di Sansepolcro sta riscoprendo una pala d’altare che è stata considerata come il più grande complesso pittorico su tavola del Quattrocento. Si tratta del polittico che Stefano di Giovanni di Consolo, detto il Sassetta, realizzò tra il 1437 e il 1444 per la Chiesa di San Francesco. Nel tempo questa imponente opera è stata smembrata e oggi sono ammirabili solo 27 dei 48 pannelli originari. Il problema essenziale è che per vedere tali pezzi superstiti sarebbe necessario viaggiare per svariate migliaia di chilometri, visto che gli stessi sono custoditi da dodici musei ubicati in diverse città europee e statunitensi.

Proprio ripensando ai tanti pannelli che componevano il polittico, potrebbe essere sensato – considerata l’occasione – riportare l’attenzione su una tavola decisamente particolare: quella che raffigura il beato Ranieri dal Borgo mentre libera i prigionieri dal carcere fiorentino delle Stinche. L’opera è oggi esposta al Louvre di Parigi e si presta particolarmente a colpire chi la guarda, dato che il beato Ranieri appare come un “uomo-razzo” che sembra quasi rimandare a un eroe contemporaneo, tipo quelli che si potrebbero ritrovare in un fumetto. Sullo sfondo si vedono dei detenuti che, grazie a lui, riescono a evadere dal sopra citato carcere di Firenze. Quindi, ricapitolando, un personaggio religioso del Trecento con il propulsore di un razzo che fa evadere degli incarcerati: perché il Sassetta raffigurò una scena del genere?

Per provare a elaborare una risposta bisogna innanzitutto ripercorrere la storia agiografica del beato Ranieri. Questo personaggio era un frate francescano di Sansepolcro che, nella seconda metà del XIII secolo, visse un’esistenza a stretto contatto con i poveri. Proprio per questo motivo, dopo la morte (sopraggiunta nel 1301) il popolo iniziò a venerarlo come un santo. Questo può essere spiegato anche dal fatto che al tempo si diceva che, quando era in vita, il religioso avesse resuscitato due bambini morti, facendo nascere così un particolare culto che lo vede ancora oggi essere invocato dalle partorienti del luogo.

Ma quindi, perché un frate che si è sempre occupato dei poveri lo vediamo intento a liberare dei detenuti fiorentini? Probabilmente ciò può essere attribuito a due ragioni. La prima è che i detenuti più poveri delle Stinche erano sottoposti a un regime carcerario estremamente duro, mentre quelli di rango più elevato, pagando, potevano beneficiare di un trattamento meno rigido. L’azione del Ranieri potrebbe quindi essere interpretata come un gesto di umanità volto a riscattare la condizione degli internati più svantaggiati. Tale ipotesi può essere avvalorata dal fatto che nei secoli XIV e XV a Firenze erano presenti confraternite e gruppi di religiosi che operavano in questa maniera.

Un possibile secondo motivo ha a che fare proprio con la tipologia di persone per cui, soprattutto all’inizio del Trecento, era prevista la reclusione nel carcere delle Stinche: queste, dopo che i guelfi neri presero il potere, erano perlopiù nemici politici, ovvero ghibellini o guelfi bianchi. Lo stesso nome “Stinche” deriva da un castello ghibellino di Greve in Chianti: i suoi difensori, dopo essere stati sconfitti, vennero infatti trasferiti proprio nella struttura penitenziaria di Firenze, facendogli assumere questo appellativo. Ponendosi implicitamente in una posizione critica nei confronti dei guelfi neri, non è dunque da escludere che la vicenda rappresentata possa avere avuto, nel momento in cui ha iniziato a diffondersi come episodio agiografico, anche un significato politico.

Oltre a tutto questo, la tavola del Sassetta è anche in grado di mostrarci uno scorcio architettonico e urbanistico di Firenze che non c’è più, visto che nell’Ottocento lo stabile che ospitava il carcere fu abbattuto per lasciare spazio al teatro di Pagliano, poi divenuto Teatro Verdi.

In definitiva, attraverso questo originale lavoro del Sassetta che un tempo faceva parte del maestoso polittico di San Francesco è possibile approfondire la conoscenza di:

– un personaggio storico e religioso di Sansepolcro;

– un contesto sociale e politico quale quello di Firenze all’inizio del Trecento;

– un angolo della stessa città che da quasi due secoli non esiste più;

– un processo di smembramento di un’opera d’arte composita (il polittico di San Francesco) che ha portato alla dispersione, nel mondo, di dipinti che erano stati concepiti e realizzare per celebrare persone e aspetti storici di Sansepolcro.

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Fabio Borbottoni: rappresentazione del carcere delle Stinche così come appariva poco prima della demolizione e della realizzazione del teatro.
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Il Teatro Verdi di Firenze in una foto contemporanea. L’edificio sorge sul punto dove un tempo si trovava il carcere delle Stinche.

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