Dentro un’antica pieve romanica si nasconde una domanda che unisce storia, arte, teatro e un romanzo. Alla Pieve di Sovara, situata nella frazione di Tavernelle ad Anghiari, è presente un affresco, logorato dai segni del tempo, di una Madonna col Bambino. L’opera, posta in una nicchia a metà circa del muro destro della chiesa, è databile agli inizi del 1400, ma autore, committenti e date esatte non ci sono noti. Per anni questo affresco ha fatto da sfondo alle cerimonie religiose, ai matrimoni, ai battesimi e ai funerali della piccola località solcata dal torrente Sovara, ma da tempo ormai la piccola pieve è chiusa e le celebrazioni si svolgono solo sporadicamente.
Santi Del Sere, noto a tutti come Mastro Santi, è un artigiano restauratore, con una lunga carriera nel recupero e nella lavorazione del legno, e vive a pochi passi dalla chiesa. Ed è proprio lui ad aver deciso di avanzare una proposta di attribuzione per l’affresco: Antonio di Anghiari, primo maestro di Piero della Francesca.
Intarsi, dorature, intagli, restauro di mobili antichi e laccature sono parte quotidiana del lavoro della sua bottega di via Nova, attività che gli è valsa nel 2013 il riconoscimento ufficiale di Maestro Artigiano, attribuitogli dalla Regione Toscana e dalla Camera di Commercio di Arezzo. “Non sono uno storico, ma in tanti anni ho sviluppato un certo occhio e questo mi ha aiutato”, afferma con onestà Del Sere. L’ipotesi di Mastro Santi non si basa su prove documentarie, ma su un ragionamento induttivo: una serie di indizi che aiutano a sostenere l’impalcatura del ragionamento che individuerebbe nel tintore fiorentino il possibile autore della Madonna di Sovara.
“Oggi purtroppo la parte inferiore destra dell’affresco è andata quasi completamente perduta, ma è possibile vedere ancora dei dettagli importanti”, spiega Del Sere. “Ad esempio, l’ambientazione. La Madonna è posta al centro di una tenda rossa, con il Bambino in grembo e due angioletti simmetrici che, da ambo i lati, tengono aperto il tendaggio che apre la scena. La costruzione è molto simile a quella della Madonna del Parto di Monterchi (dipinta negli anni ’60 del 1400 da Piero della Francesca ndr.), di cui Antonio fu il primo maestro”.
Il primo maestro è anche il titolo dell’opera in cui Santi racconta la sua ipotesi, ma gli indizi non finiscono qui: “Di Antonio di Anghiari, che era un tintore fiorentino, oggi ci sono ancora altre due opere attribuitegli: una è presente al Museo di Palazzo Taglieschi ad Anghiari, l’altra è La Giustizia, sita nel Palazzo Pretorio (oggi sede del Comune)”.
“Le similitudini tra queste due opere e la Madonna di Sovara sono molte”, continua Santi. “Tra di esse, il taglio degli occhi, la forma del volto femminile e soprattutto i colori, che sono una cifra stilistica di Antonio di Anghiari”. Il lavoro di ricerca e scrittura ha portato alla stesura di un romanzo, in prossima uscita, che mescola l’analisi dell’opera con una parte di storia locale, fantasia e invenzione, che fanno da collante per tenere insieme i pezzi frammentari di questa storia.
Una vicenda che, in realtà, viene da lontano. Nel 1988 Mastro Santi, membro della Compagnia dei Ricomposti del Teatro di Anghiari, allora ventottenne, partecipò alla messa in scena della commedia musicale Antonio d’Anghiari – Maestro di Colore, scritta dal giornalista Gianfranco Venè, autore del best-seller Mille lire al mese. Venè aveva un rapporto affettivo con Anghiari. Visse nel Comune per lunghi periodi e firmò anche la commedia storica Baldaccio d’Anghiari, che casualmente proprio in questi mesi viene nuovamente proposta dalla Compagnia nei teatri della Valtiberina. A Venè è dedicato anche il beldere omonimo, situato di fronte all’auditorium “Pietro Mascagni”.
Mentre Baldaccio resta oggi uno spettacolo conosciuto, amato dal pubblico e varie volte riproposto, dell’Antonio si sono perse le tracce. Su internet non si troviano notizie o documentazione, niente foto né video. La prima risale al dicembre del 1988. Venè morì prematuramente neanche quattro anni dopo, il 3 novembre 1992, all’età di 57 anni. Oggi le copie cartacee, sbiadite dal tempo, sono custodite nelle mani di poche persone ad Anghiari. Santino recitò nella commedia nel ruolo di Baccio, un anghiarese del 1400, mentre suo fratello Walter vestì i panni del protagonista Antonio d’Anghiari.
Del Sere racconta, non senza nostalgia, quel periodo: “Io suonavo la chitarra e mi chiesero di partecipare per suonare i brani, visto che lo spettacolo era una commedia musicale (le musiche sono firmate da Marco Dalla Ragione, ndr). Io avevo un ruolo piccolo… pensavo si limitasse a suonare e imparare le canzoni. Mi ricordo che una volta Venè ci riprese tutti, dicendo che non avevamo capito il senso dell’opera. Mi chiese: ‘Di cosa parla questo spettacolo?’. Io in quel momento non capii, ma forse il punto vero erano i colori. Antonio d’Anghiari era un tintore fiorentino, un maestro in tante tecniche e arti, ma il merito che gli veniva riconosciuto era di aver portato il colore in un borgo grigio e sbiadito. La stessa cosa, io penso, che ha fatto Venè molti anni dopo, nel paese di Anghiari”.
Le direttrici di tante vite, in forme d’arte ed epoche e diverse, però convergono su un luogo e su un nome: Antonio di Anghiari, che con i suoi colori ridette gioia al piccolo borgo e probabilmente ispirò il giovane Piero che, pochi anni più avanti, avrebbe cambiato la storia dell’arte con l’uso della prospettiva e con un occhio nuovo e fresco per la ritrattistica. Un periodo in cui la Valtiberina vantava molti artisti di talento, anche venuti da fuori, come lo stesso Antonio, che era fiorentino.
Oggi, purtroppo, non ci sono prove documentarie che attestino la paternità della Madonna di Sovara, ma la commedia di Venè allora e il libro di Del Sere oggi possono essere uno spunto per porsi domande e continuare a indagare. L’argomento potrebbe diventare oggetto di studi specialistici che potrebbero far luce sul passato dell’opera e ridare lustro a un luogo di grande bellezza. Perché nel presente grigio che viviamo oggi possiamo ancora tornare nel passato a riprenderci i nostri colori.





