Il mito di Piero, da Oltralpe a Monterchi

Marc Lenot racconta la resistenza delle donne e la difesa della Madonna del Parto

L’opera di Piero continua a raccontare il nostro mondo. Nel tardo pomeriggio di sabato 3 ottobre, al Museo della Madonna del Parto di Monterchi, è stato presentato in anteprima assoluta in Italia La micro-avventura della Vergine incinta. Un Piero della Francesca inamovibile, libro di Marc Lenot pubblicato nel 2026 dall’editore parigino Cinabre.

A invitare e introdurre a Monterchi il critico francese è stato il curatore indipendente Giuseppe Sterparelli, che ha moderato l’incontro. Alla presentazione era presente anche la professoressa Lina Guadagni, il cui lavoro di ricerca sulla Madonna del Parto e sulla sua storia ha costituito una delle fonti utilizzate da Lenot per la realizzazione del libro. La traduzione è stata opera di Laurence Gervasoni.

Critico d’arte, vincitore del Prix AICA France de la Critique d’Art e già firma culturale di Le Monde, Lenot ha dedicato il volume a un aspetto della Madonna del Parto che va ben oltre la storia dell’arte: il rapporto tra l’affresco di Piero della Francesca e la comunità che lo ha custodito per secoli, con particolare attenzione al ruolo delle donne di Monterchi.

La storia ha origine, per lo stesso Lenot, quasi per caso. Durante un viaggio turistico in Toscana, il critico francese decide di raggiungere la provincia di Arezzo e visita il museo di Monterchi. Qui incontra la Madonna del Parto, un’opera che lo colpisce immediatamente. Lenot non si considera uno specialista di Piero della Francesca, ma proprio quella prima impressione lo spinge a documentarsi, a ricostruire la storia dell’affresco e, infine, a trasformare quella scoperta in un libro.

Una vicenda frutto della serendipità: partire alla ricerca di qualcosa e imbattersi, quasi accidentalmente, in una storia che non si stava cercando.

Il libro non si concentra tanto sulla realizzazione dell’affresco da parte del Maestro di Sansepolcro – del quale, peraltro, sappiamo pochissimo con certezza – quanto sulla sua vita successiva. Al centro c’è soprattutto il rapporto devozionale costruito dalla popolazione di Monterchi intorno alla Vergine incinta e quello che Lenot definisce un vero e proprio movimento di “resistenza” per impedire che l’opera lasciasse il paese.

Secondo la ricostruzione dell’autore, la Madonna del Parto si inserisce in una tradizione devozionale molto antica legata alla fertilità, alla maternità e alla protezione delle donne e dei bambini. Per secoli le donne di Monterchi si sono rivolte all’immagine della Vergine incinta per chiedere una gravidanza serena, la salute dei propri figli e protezione.

Una devozione popolare capace di sopravvivere anche ai tentativi di distruzione o di rimozione dell’opera, giudicata immorale in alcuni momenti della storia religiosa, e alle vicende drammatiche del Novecento. La Madonna del Parto, custodita nella chiesa di Santa Maria di Momentana fino al 1992, è diventata così non soltanto un’opera d’arte, ma anche un oggetto di memoria e di identità collettiva.

In numerose occasioni si pensò di spostare l’affresco altrove, per ragioni espositive, conservative o di valorizzazione. Secondo Lenot, la popolazione di Monterchi, e in particolare le donne, si oppose con fermezza e più volte al trasferimento. Un atteggiamento che arrivò anche a prevalere su possibili vantaggi economici: tra gli episodi ricordati dall’autore c’è anche il rifiuto di una richiesta proveniente dal Metropolitan Museum di New York. “Il fatto di non voler spostare un’opera è legato alla conservazione e agli interessi nazionali – spiega Lenot –. È molto raro che venga dalla gente del posto”

È soprattutto la vicenda della Seconda guerra mondiale a condensare, secondo Lenot, il significato di questa resistenza. Per proteggere l’affresco dalle razzie e dal rischio che venisse portato via, la Madonna del Parto fu nascosta e murata all’interno di una cappella. L’opera che rappresenta una donna incinta veniva così simbolicamente affidata al grembo del Paese.

“Se si guardano le fonti storiche, le donne non sono quasi mai citate, poiché era presente un forte aspetto patriarcale. Qui, invece, dal basso e contro il potere degli uomini, le donne si muovono, si organizzano in gruppo e riescono a ottenere dei risultati”, ha spiegato Lenot durante la presentazione.

Per il critico francese, questa vicenda assume anche una dimensione quasi “proto-femminista”: donne normalmente assenti dalle fonti ufficiali della storia prendono posizione, si organizzano e intervengono concretamente per difendere un’immagine che appartiene alla loro comunità.

Nel corso dell’incontro sono emersi anche alcuni degli interrogativi che ancora circondano la nascita dell’opera. Realizzata intorno alla metà degli anni ‘60 del Quattrocento, la Madonna del Parto è stata messa in relazione da alcuni studiosi con la particolare devozione per la maternità presente a Monterchi e con un possibile elemento biografico di Piero: la madre dell’artista, infatti, era originaria di quel piccolo Comune.

La Madonna del Parto rimane uno dei più celebri e singolari esempi di raffigurazione della Vergine Maria incinta e probabilmente il più elaborato dal punto di vista tecnico ed espressivo. Piero rappresenta la gravidanza in maniera insolitamente concreta: il corpo della Madonna, la posizione delle mani, la veste che si apre sul ventre restituiscono un’immagine fisica e quotidiana della maternità, lontana dalle più consuete rappresentazioni medievali della serafica Madonna col Bambino.

Nel clima della Controriforma, meno di un secolo dopo, il Concilio di Trento avrebbe introdotto nuove e più stringenti indicazioni sulla rappresentazione delle figure sacre, contribuendo a rendere sempre più difficile la presenza di immagini di questo tipo nella grande arte religiosa.

Il tema, tuttavia, non sarebbe scomparso del tutto. Come ha ricordato Lenot, rappresentazioni della Vergine incinta continuarono a sopravvivere soprattutto nell’arte e nella devozione popolare, dalla penisola iberica all’America Latina. Lo stesso critico possiede una collezione di decine di piccole statuette contemporanee provenienti da diversi Paesi europei e dal Brasile, testimonianza di una tradizione che, pur marginalizzata dalla grande arte, non è mai del tutto scomparsa.

L’unicità della Madonna del Parto, nelle parole di Lenot, trascende però anche i confini della pittura. Un caso emblematico è quello di Andrej Tarkovskij.

Nel 1982 il regista russo arrivò in Italia per lavorare a Nostalghia, scritto insieme a Tonino Guerra. Durante la preparazione del film entrò in contatto con la Madonna del Parto, dalla quale rimase profondamente colpito. La sua presenza sarebbe poi stata evocata all’interno del film attraverso una riproduzione dell’affresco, ricostruito scenograficamente a Tuscania.

Tarkovskij, profondamente legato alla tradizione cristiana ortodossa, stava attraversando in quegli anni una fase di intensa riflessione spirituale. Secondo il racconto riportato da Lenot, il regista aveva visitato diverse chiese italiane, ma aveva raccontato di non riuscire a inginocchiarsi davanti alle immagini della tradizione cattolica, con l’eccezione di alcune icone di matrice bizantina. Davanti alla Madonna del Parto, invece, avrebbe sentito di poter compiere quel gesto e pregare.

L’affresco entrò così nell’immaginario di Nostalghia, diventando parte della complessa trama simbolica del film. Nostalghia sarebbe stato presentato al Festival di Cannes nel 1983, dove Tarkovskij ottenne il premio per la miglior regia, ex aequo con Robert Bresson per L’argent.

Ma la “micro-avventura” raccontata da Lenot non si ferma al saggio. Il critico francese ha raccontato anche di aver trasformato la storia della Madonna incinta nella scintilla per un progetto narrativo diverso: un romanzo, oggi ancora inedito e conservato allo stato di manoscritto.

L’idea è quella di raccontare le origini dell’opera con una prosa giocosa, che ricorda la tradizione della novella boccacciana, immaginando e ricostruendo la vita di Piero della Francesca e il contesto nel quale nacque la Madonna del Parto.

Per concludere, il critico francese ha voluto richiamare un ulteriore aspetto che lo ha spinto a interessarsi così tanto all’opera di Piero, e che forse potrebbe interessare tutti noi: “Io non sono un credente. Un mio amico che è padre gesuita crede che io sia matto a interessarmi a questa storia. Tuttavia, a me interessa la dimensione politica. Quel simbolo di resistenza nel tempo e di femminismo. Questi sono concetti importanti che troviamo nel passato, e noi viviamo in un mondo in cui abbiamo bisogno di resistere”.

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