I direttori di Kilowatt Festival lanciano l’allarme: “Così si chiude la cultura”

Tagli, nuovi costi e burocrazia: lettera aperta di Lucia Franchi e Luca Ricci alla vigilia della manifestazione

La situazione di chi organizza eventi culturali è sempre più complessa: da un lato i contributi pubblici subiscono tagli e ridimensionamenti, per attivare invece una politica di finanziamenti a pioggia. Dall’altro lato, ogni anno vengono richiesti ulteriori  permessi e incrementati nuovi costi, e ognuno di essi diventa imprescindibile, altrimenti i festival culturali e le attività di spettacolo rischiano di chiudere.

L’ombrello sotto il quale ricade questa continua richiesta di nuovi pagamenti è quello della “sicurezza”, mito e miraggio dietro il quale, in realtà, si nascondono migliaia di euro che devono essere versati a professionisti vari (geometri, ingegneri, esperti di sicurezza), che vengono a mettere qualche firma; nel migliore dei casi, servirà a condividere qualche responsabilità con i soggetti organizzatori che, pur pagando e ripagando, finiranno per assumersi sempre e comunque tutte le colpe del caso.

Perché per organizzare un’azione culturale, oggi, ci vuole veramente una grande motivazione e la disposizione a prendersi infinite responsabilità. Soprattutto, è importante che si capisca che questo continuo imporre nuovi costi e tasse non serve ad aumentare la sicurezza di chi partecipa a un festival, a un concerto o a uno spettacolo, ma solo ad arricchire i professionisti che firmano, asseverano, approvano.

La sicurezza di un’attività culturale la garantiscono da sempre i suoi organizzatori che, con competenza ed esperienza, operano nell’interesse dei propri spettatori e degli artisti, per far sentire tutti sicuri e accolti.

Un festival come Kilowatt, fatto di tanti spettacoli e concerti che hanno 100-150-200 partecipanti l’uno, viene assimilato a un evento con più di 2.000 persone. Noi crediamo che non sia giusto. E invece le richieste sono sempre più esorbitanti e, a volte, assurde: ingegneri che firmano che hai montato bene una tribuna, che devi aver fatto montare da persone munite di certificazioni, che li rendono adatti a operare al montaggio di tribune già certificate… Insomma, tre persone finiscono per controllare la stessa cosa, e ogni volta sono parcelle da 1.000, 2.000, 3.000 euro.

E tutto questo va ripetuto per i palchi, per le sale di teatro, per gli spazi dei concerti.

Ovunque servono autorizzazioni per il primo soccorso, ambulanze, noleggio di defibrillatori, permessi per l’antincendio, sorveglianza, buttafuori, limiti alla capienza, versamenti da fare alla Usl, al Suap, e chi più ne ha più ne metta.

Neanche fossimo al concerto di Ultimo con 250.000 persone tutte insieme!!!

E anche dopo aver adottato ognuno di questi accorgimenti, si ha il dubbio che, comunque, non si sia fatto tutto perfettamente in regola e che quindi, qualunque ente di controllo (carabinieri, forestali, vigili, ecc.) decidesse di fare un’ispezione, troverebbe sempre un cavillo per muovere l’accusa di non aver rispettato tutte le regole fino in fondo. Ormai non lavoriamo più per il pubblico e per gli artisti, ma per rispondere a un modello di controllo che non ha nulla a che fare con la nostra vocazione.

Noi facciamo un festival per creare contatti tra le persone, per promuovere un modello sociale di relazione e di empatia, per favorire scambio e dialogo.

Questa è la nostra garanzia di sicurezza: è un patto tra organizzatori e partecipanti per creare spazi del benessere. 

Noi non siamo discoteche, bensì siamo soggetti associativi senza fini di lucro, e per valutare il nostro livello di sicurezza non può esistere solo il modello che si applica al business. La conseguenza è davanti ai nostri occhi: sempre minori occasioni di socialità, spazi che chiudono, mercificazione della cultura in eventi.

Non è questo che vogliamo.

Sarebbe opportuno capire che le associazioni senza fini di lucro fanno un altro tipo di lavoro, rispetto a chi fa attività commerciale, e che per loro servirebbero regole diverse, tarate sulle loro specificità, dove si riconosca prima di tutto la funzione sociale e il valore etico dei loro progetti.

Sindaci, Assessori, Parlamentari, Ministri, aspettiamo prese di posizione concrete da parte vostra: se continuiamo così chiuderà la cultura prodotta dal basso, quella basata su valori come partecipazione, sperimentazione, prezzi bassi per favorire l’accessibilità di tutti, sostenibilità, volontariato, crescita delle competenze dei giovani; resteranno solo i fantomatici “grandi eventi” che sono sempre un paravento per usare la cultura come mezzo per fare soldi.

Lucia Franchi – Luca Ricci
Associazione CapoTrave/Kilowatt

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