Sì all’acqua pubblica, ma soltanto tramite enti di diritto privato

La trasformazione, a Napoli, della società speciale di gestione idrica in una SpA, mette in luce i limiti della futura ripubblicizzazione toscana

La non attuazione della volontà popolare e l’eccezione di Napoli

Sono trascorsi quindici anni dal referendum del 2011 che avrebbe dovuto rendere pubblica la gestione dell’acqua in tutta Italia. A distanza di tutto questo tempo non si può che constatare che il verdetto popolare che si affermò in quell’occasione è rimasto totalmente inattuato, se si esclude un’eccezione di un certo rilievo: Napoli. Nello stesso anno del referendum, il Comune partenopeo ha infatti iniziato a lavorare a una soluzione alternativa che, nel giro di poco tempo, ha portato alla nascita dell’ABC (Acqua Bene Comune) Napoli, una società speciale interamente pubblica a cui è stata affidata la gestione idrica. Questo progetto, fortemente voluto dall’allora sindaco Luigi de Magistris, è stato spesso considerato come modello da molti enti, cittadini e realtà associative che hanno sposato la causa della ripubblicizzazione.

Da una società speciale a una società per azioni

Pur rimanendo un episodio isolato, quanto accaduto a Napoli nello scorso decennio ha saputo dimostrare che una gestione idrica scorporata da qualsiasi scopo di lucro può – seppur non senza difficoltà – portare a una maggiore efficienza del servizio e a tariffe più basse. Sarà non a caso proprio per questi motivi che negli ultimi giorni ha creato ovunque un certo clamore la decisione del Comune di Napoli di trasformare la società speciale ABC in una società per azioni. Come spiegato dal sindaco Gaetano Manfredi, questo provvedimento nascerebbe innanzitutto dall’esigenza di adeguarsi al Decreto legislativo 201 del 2022, ovvero a un atto risalente al Governo Draghi che impedisce di affidare la gestione del servizio idrico ad aziende speciali di diritto pubblico. C’è però da dire che l’operazione di Napoli non porterà all’introduzione di soci privati e ciò è stato spiegato e garantito in maniera inequivocabile. Tuttavia per il forum dei movimenti per l’acqua che si è opposto a questa soluzione sostenendo che ci fossero i margini per poter mantenere il vecchio assetto, la questione centrale è un’altra. Liquidare una società speciale per lasciare spazio a una SpA, significa infatti passare da un ente di diritto pubblico a un ente di diritto privato; ne consegue che in futuro la gestione di un bene comune come l’acqua dovrà comunque rispettare i canoni del pareggio di bilancio, attenendosi così ai principi del libero mercato anche se la compagine sociale dell’azienda operante sarà totalmente composta da soggetti pubblici.

Inoltre, gli stessi esponenti dei comitati e del mondo associativo – tra i quali è apparso anche padre Alex Zanotelli, missionario attivista, già Premio Nazionale Cultura della Pace Città di Sansepolcro – hanno segnalato il rischio che con una società per azioni si potrà, in qualsiasi momento, aprire la porta ai privati ricorrendo a un semplice passaggio in Consiglio Comunale. Nonostante le critiche e gli spunti condivisi, il Comune di Napoli, grazie anche alla sponda dei sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, alla fine ha interrotto il confronto con la cosiddetta piazza e, ribadendo l’impossibilità a intraprendere strade alternative, ha confermato l’intenzione di procedere alla costituzione di una SpA.

Le implicazioni in Toscana

Quanto emerso in questi giorni a Napoli non può non riportare in luce alcuni nodi che dovranno essere affrontati anche in Toscana, ovvero in una regione dove – ormai da qualche mese – è stato tracciato un possibile cammino futuro che riporterà la gestione dell’acqua ad essere pubblica. Il dato principale che in questi giorni ha acquisito una contundente concretezza si lega essenzialmente a un quadro normativo nazionale che finora, forse, non era troppo stato considerato nelle discussioni riguardanti il futuro modello da costruire nei vari territori toscani. Oltre che sull’esigenza di non avere soggetti privati all’interno degli enti a cui sarà affidata la gestione idrica, il dibattito si è spesso concentrato anche sull’importanza di ricorrere a enti di diritto pubblico, quindi senza scopi privatistici che impongano la distribuzione degli utili ai soci. Ebbene, in questo contesto il caso di Napoli ci ricorda che al momento il Dlgs. 201/2022 non consente di adottare certe soluzioni (non a caso le recenti discussioni partenopee non si sono tanto incentrate sulla creazione di una nuova società speciale, quanto sulla possibilità di mantenere quella già in essere). Senza una modifica del quadro normativo a monte, anche in Toscana, così come in altre zone d’Italia, si dovrà pertanto restringere la discussione sul futuro modello gestionale dell’acqua entro l’unico perimetro possibile: quello di una società per azioni.

Le proposte del Coordinamento No Multiutility

Proprio in considerazione di ciò, il Coordinamento toscano No Multiutility ha (non certo da adesso) iniziato a lavorare su alcune misure che possano ridurre le controindicazioni di una futura società per azioni che in Toscana potrebbe gestire l’acqua. In questo contesto non proprio favorevole, sarà in primo luogo fondamentale redigere uno statuto che invece di prevedere la distribuzione degli utili vada a destinare questi alla qualità del servizio. Oltre a ciò sarà cruciale elaborare dei meccanismi tali che possano tutelare i soci di minoranza, come potrebbero essere i Comuni più piccoli con quote ridotte. Quest’ultimo aspetto acquisisce quindi una certa rilevanza per quei territori periferici – come la Valtiberina – che, soprattutto senza un affidamento improntato su logiche di prossimità, potrebbero trovarsi in una condizione di totale subalternità rispetto ad altri.

Ovviamente, parallelamente a tutto questo, lo stesso Coordinamento ha anche rilanciato l’esigenza mettere a mano a quella che è la vera questione di fondo, ovvero quella di intervenire su un atto come Dlgs. 201/2022 che, avendo eliminato la possibilità di gestire l’acqua attraverso enti di diritto pubblico, sembra confliggere apertamente con il referendum del 2011. Questo però potrà essere fatto soltanto con un Governo che voglia realmente spendersi in questo senso. Al di là di ciò, tutta la Toscana e in particolare la provincia di Arezzo, ovvero l’area che tra le prime in assoluto ha sperimentato un modello gestionale misto che ha aperto la strada ai privati, ancora una volta non possono che seguire con attenzione gli sviluppi di un dibattito che, a breve, saprà accendere gli animi anche a queste latitudini.

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