“Fu il processo dell’orrore”. A 40 anni dall’assoluzione, Raffaele Della Valle racconta Enzo Tortora

L’avvocato che difese il presentatore ricorda da Caprese Michelangelo i retroscena di una vicenda che ha cambiato l’Italia

Principe del foro, liberale di ferro, tifosissimo del Monza. Raffaele Della Valle, classe 1939, è stato testimone di una stagione eccezionale per il nostro Paese, come avvocato della difesa in alcuni dei processi più famosi del secolo scorso. Dalla modella americana Terry Broome fino al generale Francesco Delfino, Della Valle è stato uno dei personaggi che hanno reso la cronaca giudiziaria storia.

Il caso più celebre che lo ha visto coinvolto, tuttavia, è anche uno dei più assurdi della storia repubblicana. Il 17 giugno 1983 il presentatore televisivo e giornalista Enzo Tortora venne arrestato nella sua stanza d’albergo a Roma con l’accusa di essere il corriere della droga nel nord Italia per la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Pochi giorni prima, il presentatore aveva terminato la stagione del suo show di varietà Portobello, registrando 12 milioni di spettatori. La vicenda è stata raccontata in numerosi libri e film. La più recente è la bellissima Portobello di Marco Bellocchio, miniserie italiana targata HBO, conclusasi lo scorso 27 marzo 2026.

Tortora entrò suo malgrado a far parte del maxi processo contro la NCO, che all’epoca imperversava nel Paese con dinamiche diverse rispetto alla camorra tradizionale, grazie alle testimonianze di vari pentiti, tra cui spiccano i nomi di Giovanni Pandico, detto “’o Pazzo”, e Pasquale Barra, detto “’o Animale”. Letta oggi, la storia di Tortora risulta tanto assurda quanto grottesca, ma all’epoca fu presa molto seriamente.

Pur in mancanza di prove schiaccianti (le uniche fonti, ripetiamolo, erano le testimonianze dei pentiti e un’agenda, rivelatasi poi totalmente avulsa dal contesto), Tortora venne condannato in primo grado a 10 anni di carcere. L’assoluzione arriverà solo nel novembre del 1986, con sentenza della Corte d’Appello e poi confermata in Cassazione. Tortora morirà il 18 maggio 1988, certamente anche a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, indebolite dalla carcerazione e dal trauma del processo e della gogna pubblica.

Il caso Tortora ha cambiato per sempre il nostro Paese: solo due anni dopo, anche sulla base degli errori commessi, venne approvata la riforma del codice di procedura penale, nota come riforma Vassalli, che trasformò il nostro processo da “inquisitorio” ad “accusatorio”. Le carte deontologiche dei giornalisti, in particolare la Carta di Milano, si ispirano proprio a questo caso per quanto riguarda notizie concernenti carceri, persone in esecuzione penale, detenuti o ex detenuti.

Da oltre 40 anni l’avvocato Della Valle, che ha raccontato tutta la vicenda nel libro Quando l’Italia perse la faccia, viene in villeggiatura a Caprese Michelangelo, dove continua a perorare le cause in cui crede, mettendo ogni pensiero nero su bianco.

Come ha scoperto Caprese Michelangelo?

Era in corso il processo Tortora, siamo nel 1984, e dovetti partecipare a un convegno di studio a Perugia. Eravamo sotto Pasqua e chiesi ai professori universitari se c’era qualche posto dove potevo andare a riposare. Mi indicarono tre posti, tra cui Caprese Michelangelo. Venni qui e fu talmente entusiasmante che ne rimasi affascinato. Rimasi qui durante la Pasqua con i miei tre bambini e mia moglie, poi ritornai successivamente e mi affezionai ancora di più. Un giorno poi, facevamo una passeggiata lungo l’Alta Valtiberina; salendo ho scoperto questo posto e me ne sono innamorato subito, a prima vista.

Lei in quegli anni era uno degli avvocati più famosi d’Italia. Fu il legale difensore di Enzo Tortora e della modella americana Terry Broome.

Sì, il caso della modella Terry Broome fu un po’ più avanti, ma allora ce ne furono tanti altri: Giorgio Strehler, il generale Francesco Delfino, poi il caso Gucci… ma anche oggi sono sempre sui giornali e poi adesso è uscito anche il nuovo telefilm…

Sì, la serie HBO Portobello, diretta da Marco Bellocchio. Lei ha avuto contatti con il cast?

Pochi giorni fa mi sono incontrato con l’attore che mi ha rappresentato, Davide Mancini. È venuto a trovarmi e abbiamo fatto qualche foto insieme. Il telefilm è molto bello, anche se il messaggio che passa è un po’ debole. Lì si parla di errore, quando invece fu orrore. È una cosa ben diversa.

Pensa più al dolo che alla colpa?

Penso anche alla colpa grave. A parte il dolo, che è pesante da accertare, ci sono elementi che fanno capire che c’è proprio l’intenzionalità, la pervicacia di avere capito di aver sbagliato e di insistere nell’errore. Gli elementi erano chiari e palesi, ma non si voleva affrontare la realtà. I magistrati insistevano facendo delle indagini pilotate, ma mutilate.

Faccio un esempio: a un certo punto, un pentito (Giovanni Melluso ndr) dice di aver visto Enzo Tortora in un noto locale di Milano (il Derby Club ndr), in presenza di donne “ingioiellate”. All’epoca il posto era frequentato da Flavio Carboni e Roberto Calvi. C’era tutto il gotha di allora, su cui scrivevano i giornali. Noi chiediamo un accertamento affinché venisse sentito questo locale di Milano. I PM mandano la missiva ai carabinieri per accertare se il locale esiste. I carabinieri, poveracci, hanno risposto che sì, esiste il locale: 12 vetrine sulla strada, un locale di lusso… e io lo riporto all’arringa e dico: questa è la prova diabolica, come dire: “ho visto uccidere una persona sotto la Torre di Pisa!”. La Torre di Pisa esiste, questo è il riscontro oggettivo, quindi l’omicidio è avvenuto. Un’assurdità. Chiesi di far testimoniare lo staff per verificare se qualcuno avesse mai visto Tortora, ma non vollero sentire ragioni.

Il primo processo si concluse con una condanna a 10 anni. 40 anni fa, invece, arrivò l’assoluzione.

La Corte d’Appello ha ammesso tutte le prove che abbiamo chiesto, mentre in primo grado erano state respinte tutte. Questa reiterazione negativa di rigetto alle istanze della difesa, che avrebbero chiarito immediatamente tutto… a parte che, in realtà, non c’era niente da chiarire, perché era un processo che non doveva neanche iniziare. Si infilava tutto in un sacco di elementi indiziari, frattaglie, liquame. Erano parole in libertà rese da persone reiteratamente condannate, ma soprattutto mentalmente disturbate.

Nella serie c’è una scena molto bella, in cui lei, o meglio il suo personaggio, ha un colloquio con Tortora, malato di cuore, nel carcere di Regina Coeli. Gli consiglia di chiedere gli arresti domiciliari per curarsi ma poi, di fronte al rifiuto, ha un crollo e ammette di non poter gestire un processo così grande da solo. Da questo punto entrano in scena prima il professor Alberto Dall’Ora e poi l’avvocato Antonio Coppola, entrambi scomparsi. Vuole dedicare loro un ricordo?

Sentivo il bisogno di avere un professore autorevole a fianco. Oggi non si fanno più queste cose, i giovinotti prendono il processo per sé. Io, che avevo fatto già tanti processi omicidiari, anche molto belli, importanti, dinamici, con Tortora pensai che avevo bisogno di supporto e autorevolezza. Chiesi a Dall’Ora, che era malato, aveva un tumore, però accettò lo stesso perché era un altruista incredibile e creammo questo binomio, io e lui, fermo restando con l’aiuto di Coppola, perché ci dava un appoggio sul territorio, perché Coppola era l’avvocato di Napoli. Era chi doveva tenere i rapporti ufficiali di collegamento, che però con quei magistrati era impossibile.

Dall’Ora non venne molto al processo proprio perché era ammalato. Morì l’anno dopo di Tortora, era una persona perbene.

Secondo lei, come mai c’è stata così tanta difficoltà a prendere le sue difese pubblicamente? Il primo che probabilmente alzò la mano fu Enzo Biagi.

Io andai da lui il 2 agosto dell’83, quando disperato non sapevo dove andare, perché era un mese d’agosto, giorno 2, avevo fatto un processo a Milano, ero stanco, i miei bambini e mia moglie erano via per ragioni di sicurezza, perché c’erano sempre dei fanatici in giro. Ero molto solo. Mi venne in mente di andare da Enzo Biagi.

In un momento veramente di follia, che descrivo bene nel mio libro, mi riceve, gli espongo le mie ragioni e Biagi si rende subito conto che non c’era assolutamente nessuna prova contro Tortora. Scrisse il famoso editoriale “E se Tortora fosse innocente?”, che divenne poi la lettera inviata al Presidente della Repubblica.

Quello per me è stato di grande aiuto, perché ero distrutto, non avevo più benzina nel serbatoio. Dopo quell’incontro, avevo il propellente d’aereo con le ruote fuori strada.

Camilla Cederna, storica firma de L’Espresso, disse: “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto. E non mi piaceva il suo Portobello”.

C’erano tutti questi radical chic che erano veramente incredibili e, insomma, è stata molto dura: anche fisicamente era dura la difesa di Tortora.

Quanto questo processo ha cambiato il nostro modo di fare giustizia ed informazione? Solo due anni dopo l’assoluzione c’è la grande riforma del Codice di procedura penale.

Sicuramente avevamo messo sul tappeto le problematiche che allora esistevano. La prima problematica era il rapporto tra stampa, media e magistratura, poi c’era la questione della custodia cautelare, alla quale si ricorreva presto e volentieri: si arrestava, ancorché gli indizi fossero molto labili. Poi c’era il problema dell’affidabilità delle prove dei cosiddetti pentiti. Erano tutte problematiche che allora abbiamo cominciato a porre.

E poi abbiamo cominciato a porre il problema dell’autonomia e dell’indipendenza del magistrato e quindi della separazione delle carriere.

Come mai lei, ma anche Gaia, la figlia superstite di Enzo Tortora, vi siete spesi così tanto per la separazione delle carriere?

Io ho vissuto tutta la vita lottando per la separazione delle carriere. Ho vissuto tanto, ma devo dire che quando mancava ancora poco al referendum eravamo in vantaggio, poi sono entrati di forza i sindacati, poi tutto quel gruppo paraecclesiastico, questi enti, tutte queste realtà, tutti i lupi universitari, i ragazzini sui social, quelli che non leggono nulla.

Io parlavo con architetti, ingegneri, magistrati: “Ma l’ha letta la norma?”. Un architetto mi rispose: “Non mi interessa, non la leggo, tanto voto no”. A nessuno interessava il contenuto. Poi è diventato un referendum sulla Meloni.

A questo proposito, la riforma è stata forse la più grande sconfitta per il governo Meloni, di cui si è assunto tutta la responsabilità il ministro della Giustizia Carlo Nordio. In questi giorni si parla molto delle sue dimissioni.

Nordio lo conosco da una vita, ho fatto con lui sei anni in commissione Giustizia, abbiamo lavorato alla riforma del codice dal 2001 al 2007. Abbiamo fatto tutta la riforma, allora c’era il ministro Castelli, però l’abbiamo depositata e poi nessuno l’ha presa, perché non c’era la volontà di riformare.

Qui non si riforma nulla, non c’è nessuna volontà. Nordio dà fastidio, perché anche quando era magistrato era un integerrimo garantista e i processi che ha fatto, anche i più famosi, hanno retto fino in Cassazione, mentre quelli di molti che lo criticano venivano puntualmente rovesciati. Nordio è una persona a posto.

Cosa deve fare il governo?

La Meloni non può fare nulla, l’hanno tirata per i capelli. Lei non è che poi abbia partecipato tanto alla campagna: non è stata come Renzi, che aveva totalmente personalizzato il referendum.

Se un giorno si farà la storia, scopriremo che l’Associazione Nazionale Magistrati ha commesso una truffa elettorale, perché andava a dire alla gente che la legge avrebbe portato alla subordinazione del PM al potere esecutivo, oppure – contraddicendosi – al super PM.

Le chiedevo di Nordio per via della grazia concessa a Nicole Minetti.

Nordio non c’entra nulla, perché il ministro che firma la domanda di grazia ha solo il compito di dare incarico alla Procura generale di fare le opportune indagini.

Francesca Nanni, che è un ottimo procuratore generale e che conosco da tanti anni, ha svolto delle indagini tramite la Polizia giudiziaria. La Polizia giudiziaria si è limitata ad esaminare i documenti cartolari senza andare oltre, senza verificare cosa ci fosse realmente dietro quei documenti. Forse dimenticando che, a volte, il documento dice una cosa, ma bisogna andare a vedere nel concreto, soprattutto quando proviene da Paesi non convenzionati, come l’Uruguay.

Il dubbio è sorto dopo, perché la Procura generale, viste le indagini fatte dalla sua Polizia giudiziaria, diede parere favorevole. Il parere favorevole lo diede il ministro Nordio e il Presidente della Repubblica, che in genere si adegua a tali pareri.

Però adesso si rimprovera che Nordio non abbia fatto le dovute indagini, ma queste le doveva fare la Procura generale, non il ministro della Giustizia. Il Guardasigilli dà la delega, ma non ha potere di indagine.

La riprova è che Nanni sta facendo le indagini e dice che andavano fatte. Ha pensato tardi, c’è stato un eccesso, forse anche un po’ di disinvoltura, perché di fronte a persone un po’ “chiacchierate” forse ci voleva maggiore diligenza. Nanni avrebbe potuto farle subito; lo sta facendo in seconda battuta. Cosa verrà fuori non lo so. Nordio dà fastidio: è l’unico che è riuscito ad arrivare perlomeno al referendum, è andato più avanti di tutti gli altri.

Lei ha avuto anche un passato importante come membro fondatore di Forza Italia, fu anche vicepresidente alla Camera.

Il 9 dicembre 1993 abbiamo fatto la prima riunione da Berlusconi a Villa San Martino. C’era il professor Antonio Martino, poi c’era Alfredo Biondi che era con me, il generale Luigi Caligaris. C’era un po’ di gente, eravamo una dozzina. Io poi divenni capogruppo alla Camera nel ‘94.

Oggi il partito vive una fase di grande cambiamento. Lei cosa ne pensa?

Penso che, vedendo l’esperienza di Berlusconi, ai suoi figli non conviene buttarsi in politica. Io con loro non ho alcun rapporto, ma ho conosciuto bene il padre.

Come venne in contatto con Silvio Berlusconi?

Il mio primo contatto con Berlusconi fu di guerra, perché stava costruendo a Segrate il villaggio. Io, che sono di Monza, ero giovanissimo e a un certo punto mi segnalano che la rotta aerea, che prima non sentivamo, comincia a passare sopra Monza.

Faccio delle indagini e noto che il traffico aereo, che prima passava più a est, viene spostato sopra Monza, con un rumore fragoroso. Allora prendo carta, penna e calamaio e faccio un esposto al pretore Magrone, che era un pretore d’assalto.

Magrone fa le indagini e riesce a mettere sotto processo il ministro Preti, che allora era il ministro dei Trasporti. Facciamo il processo con tutta la parte civile, lo vinciamo e spostano il traffico. Berlusconi non era imputato, ma diciamo che non fu contento di questa storia.

Come vede oggi la politica italiana?

C’è tanto odio: la politica sta degenerando in modo pesante. Una volta ci si rispettava. Io parlavo con i fascisti, parlavo con i comunisti, si facevano tavole rotonde.

Oggi c’è un odio classista, ognuno si sente depositario della cultura, e poi c’è un’ignoranza spaventosa. Una volta c’era il cursus honorum, oggi improvvisamente fai una comparsata in televisione e ti ritrovi a essere deputato o ministro.

Lei conobbe Enzo Tortora a un congresso del Partito Liberale. Lei è stato un liberale per tutta la vita. Chi sono oggi gli eredi di questo pensiero?

Non ci sono. C’è qualcuno bravo, ma Malagodi aveva un cervello così, e anche il mio maestro, il professor De Marsico, era un liberale. Stando vicino a loro ti sentivi intimorito da tanta cultura. Oggi c’è una cultura medio-bassa, anche per via del computer, di internet: è tutto volatile, nulla rimane, la gente non ricorda più.

A 86 anni qual è il suo segreto per ricordare?

Scrivo tutto a mano. Credo nei libri di carta. Mi sforzo ancora di scrivere un po’ di stampatello.

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