Nelle ore scorse sono stati pubblicati gli esiti delle analisi che un insieme di associazioni e comitati, coordinati dalla “Rete Zero PFAS Toscana”, ha provveduto ad effettuare in diversi punti del territorio regionale. Al momento per ciò che riguarda tali inquinanti, considerati eterni in quanto accumulabili e persistenti, non ci sono ancora norme che impongano controlli e monitoraggi, pertanto l’obiettivo dell’iniziativa era quello di fotografare l’eventuale attuale livello di contaminazione di una parte delle acque toscane. Il lavoro è stato portato avanti con la consapevolezza che il campione analizzato non può essere considerato significativo da un punto di vista statistico e soffermandosi su alcune specifiche aree che sono state suggerite dalle realtà associative che hanno aderito al progetto. In merito a ciò è quindi doveroso segnalare che a fare da referente per il territorio toscano che è bagnato dal Tevere è stata la “Fondazione Progetto Valtiberina”.
Nel corso delle analisi, che hanno considerato 58 diverse molecole di PFAS, sono stati esaminati 47 campioni di acqua provenienti da altrettanti punti di prelievo tra i più diversificati (ad esempio fontanelli, rubinetti privati, acque superficiali, ecc.). Due di questi sono stati attinti dal Tevere: il primo nei pressi di Formole (quindi tra Pieve Santo Stefano e l’invaso di Montedoglio) e il secondo, più a valle, dopo Sansepolcro, poco prima di dove il torrente Afra confluisce nel fiume, ovvero a pochi metri di distanza dal confine con l’Umbria. Nel primo punto, quello di Pieve Santo Stefano, la somma dei PFAS rinvenuti è stata di 15 ng/L (nanogrammi a litro), mentre in quello successivo di Sansepolcro la stessa è stata di 25,7 ng/L.
Proprio quest’ultimo valore di PFAS non può non sorprendere se si considera che le altre analisi effettuate su corpi idrici superficiali – e in particolare sull’acqua dell’Arno – hanno fatto riscontrare valori sensibilmente più bassi. Di certo, considerata la scarsità dei prelievi analizzati, per tale tipologia di acque manca ancora un elemento di paragone dal quale poter provare ad effettuare possibili raffronti. Tuttavia, pur non essendo un valore eclatante, il dato di Sansepolcro, mettendo in evidenza la presenza di un quantitativo significativo di PFAS, non può che far accendere una spia di preoccupazione almeno per due differenti motivi. Il primo è dovuto alla vicinanza di una altro corso d’acqua, il Cerfone, che poco tempo fa era risultato essere particolarmente inquinato da PFOS (una sottocategoria di PFAS): dall’inchiesta europea “Forever Pollution Project” coordinata da Le Monde, era infatti emerso che nella fauna ittica del torrente che attraversa il territorio di Monterchi c’era una presenza di tali molecole che arrivava a 2.050 ng/kg. Un dato decisamente alto che si fa ancora fatica a spiegare.
Oltre che sul Cerfone la stessa indagine rilevava, seppur in maniera più contenuta, una presenza di PFOS anche sui pesci prelevati dal Tevere in prossimità del ponte di Pistrino (280 ng/kg). Di fronte a questi precedenti, il valore di Sansepolcro non può che suscitare un certa attenzione.
Il secondo motivo per il quale lo stesso dato è difficile da ignorare deriva dal fatto che i PFAS sono, come già scritto, composti non smaltibili che potrebbero provocare problemi alla tiroide, al fegato e al sistema immunitario, favorendo il diabete ed elevati livelli di colesterolo, oltre che l’insorgere di alcune tipologie di tumori. In conseguenza di tutto ciò anche la benché minima presenza di tali nanoparticelle può portare a problemi alla salute umana, a partire da quando un individuo è ancora in stato embrionale, quindi prima ancora della nascita dello stesso.
Così come successo in altre zone della Toscana, nei mesi scorsi in alcuni comuni valtiberini, come Sansepolcro, Anghiari e Monterchi, sono state approvate mozioni per chiedere maggiori controlli sulle acque potabili. L’intento di tali azioni vorrebbe quindi anticipare l’emanazione di specifiche norme che vadano a regolamentare le attività di monitoraggio sui possibili PFAS che potrebbero essere facilmente assimilati dal corpo umano. Seppur senza allarmismi o reazioni scomposte, i risultati di queste nuove analisi non potranno che rendere ancor più necessaria un’azione di controllo non soltanto sulle acque dell’acquedotto e della relativa rete distributiva domestica, ma anche su quelle superficiali che scorrono sul territorio valtiberino, dato che, seppur indirettamente, il livello qualitativo delle stesse può comunque provocare implicazioni sul benessere e sulla salute di un’intera comunità di persone.
I risultati completi delle analisi che sono state coordinate dalla “Rete Zero PFAS Toscana” sono consultabili qui. Lasciando la Valtiberina e spostandosi nel vicino contesto territoriale aretino si può vedere, infine, come l’acqua potabile del capoluogo di provincia sia ora, a differenza di quanto verificatosi qualche mese fa con un’indagine effettuata da Greenpeace, praticamente priva di PFAS.





