Come già spiegato in un precedente articolo, quando viene progettato un maxi-impianto eolico i dati anemologici non sono di solito consultabili. Una situazione del genere si è verificata anche nel caso di Badia del Vento e questo non può che apparire paradossale, se si considera che in fase di progettazione possono essere facilmente reperite, tramite il sito della Regione di riferimento, tutte le altre informazioni sugli impianti da realizzare. Ciò è spiegato dal fatto che i valori relativi all’intensità, alle direzioni e alla frequenza dei venti dell’area potrebbero avere un valore economico e strategico, pertanto la società stessa che li ha raccolti ha il diritto di chiedere che vengano tutelati e trattati con riservatezza (persino di fronte a richieste specifiche e motivate, come quella che Italia Nostra aveva rivolto alla Regione Toscana in riferimento al progetto Badia del Vento).
Questa situazione contribuisce a rendere zoppo un dibattito che, in assenza di questo tassello, continuerà ad essere animato da voci che in tal modo appaiono legittimate ad alimentare un dubbio: quello che nell’area scelta per un impianto eolico l’effettiva ventosità possa essere inadeguata per produrre un reale beneficio energetico. Come accaduto anche in una recente discussione on-line, a tale supposizione viene non di rado controbattuto asserendo che certi territori non sarebbero scelti dalle società del settore se non avessero vento a sufficienza per realizzare un utile che possa ripagare l’ingente investimento. In linea di principio non si può non concordare con questa considerazione, se non fosse che a livello nazionale per la produzione di energia da fonti rinnovabili ogni anno vengono stanziati – secondo Italia Nostra – 10 miliardi di euro. In questa condizione il quesito che non può essere ignorato è dunque il seguente: senza questa quota di incentivi che viene ricavata direttamente dalle bollette dell’energia elettrica, gli investimenti volti a sfruttare la ventosità dei crinali appenninici sarebbero economicamente sostenibili?
È evidente che tale domanda avrà di volta in volta una risposta diversa che, in sostanza, dipenderà dagli specifici fattori ambientali di un territorio. Tuttavia il fatto che non ci siano dati fruibili e consultabili che possano sgomberare il campo da supposizioni critiche non aiuta, come già scritto, a creare un dialogo costruttivo tra chi, sulla questione delle maxi pale eoliche da installare nelle zone appenniniche, ha opinioni diametralmente opposte.
Per superare il muro contro muro sarebbe opportuno partire da un completo quadro conoscitivo che, ad esempio, possa dimostrare che le società che hanno progettato gli impianti da realizzare in montagna lo hanno fatto unicamente perché nei punti individuati le condizioni ambientali potrebbero essere ottimali, neutralizzando così il sospetto che invece gli stessi siano stati scelti in quanto poco popolati, quindi sfruttabili senza che possano generarsi fronti critici particolarmente nutriti. In quest’ottica anche le misure compensative previste per i comuni che andranno ad ospitare pale eoliche di rilevanti dimensioni potrebbero, in fin dei conti, apparire come un ulteriore meccanismo volto a spegnere qualsiasi forma di dissenso in cambio di una serie di benefici attraverso cui migliorare la vivibilità di territori fortemente soggetti a spopolamento. In merito a quest’ultimo punto è però necessario segnalare che, soprattutto sul versante romagnolo, sono sempre di più le voci che, a livello istituzionale, cercano di opporsi alla realizzazione di maxi-impianti eolici: dopo il Comune di Casteldelci e la Regione Emilia-Romagna, nelle settimane scorse anche la Provincia di Rimini e l’Unione dei Comuni della Valmarecchia hanno criticato i progetti di Badia del Vento e Poggio dei Tre Vescovi sostenendo che questi potrebbero mettere a rischio un territorio fragile come quello appenninico.





