Biodiversità e rinnovabili: i possibili danni dei maxi-impianti sugli ecosistemi

Dal CNR l’ing. Vincenzo Delle Site sottolinea l’esigenza di limitare la speculazione eolica e fotovoltaica attraverso una ponderata programmazione territoriale

Lo sviluppo delle energie rinnovabili e la tutela della biodiversità sono due nuclei fondanti del cosiddetto Green Deal europeo. Per quanto però questi due obiettivi viaggino concettualmente nella stessa direzione, senza una pianificazione le misure messe in atto per favorire una graduale decarbonizzazione possono produrre effetti piuttosto negativi sugli ecosistemi, quindi sulla biodiversità. A spiegare ciò è Vincenzo Delle Site, del Dipartimento di Ingegneria, ICT e Tecnologie per l’Energia e i Trasporti del CNR, le cui parole non possono che acquisire un significato particolare nel momento in cui vengono ricondotte a quanto sta accadendo nell’area appenninica tra Toscana, Emilia-Romagna e Marche, ovvero in un territorio che nei prossimi anni potrebbe ospitare maxi-impianti per la produzione di energia eolica.

Richiamandosi alla Convenzione sulla diversità biologica dell’ONU, Delle Site fa innanzitutto notare che all’interno dell’Unione Europea l’Italia ha il più alto numero e la più alta densità di specie animali e vegetali. Dato che, come indicato sul sito del Consiglio dell’Unione Europea, la biodiversità è un patrimonio sottoposto a inesorabile degrado, i paesi europei hanno sottoscritto l’impegno di estendere le aree protette fino almeno al 30% della superficie terrestre e marina dell’UE (di cui almeno il 10% da proteggere in modo rigoroso). Ciò è stato deciso in maniera congiunta e consapevole, fissando il 2030 come limite temporale per raggiungere questo risultato. Al momento, nonostante l’UE abbia investito cospicue risorse su questo, sia a livello comunitario che nazionale le percentuali sono ancora al di sotto di tale soglia: secondo l’ISPRA nel 2023 in Italia la percentuale di superficie tutelata da aree protette si attestava sul 21,7%, cioè su un valore che negli ultimi 15 anni è rimasto pressoché invariato.

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Aree protette terrestri nell’Unione Europea alla fine del 2023 (fonte: European Environment Agency).

In questo contesto già di per sé piuttosto difficile, quali potrebbero essere le ricadute sulla biodiversità prodotte dai grandi impianti eolici e fotovoltaici a cui, in misura crescente, sarà nei prossimi anni affidata la produzione di energia rinnovabile? Per rispondere a questa domanda l’ing. Delle Site si affida a quanto riportato nel Sesto Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia 2024, ovvero al documento che è stato predisposto dal Comitato Capitale Naturale, di cui fanno parte ben dodici Ministeri (tra cui quello dell’Ambiente), Conferenza delle Regioni, ANCI, Banca d’Italia, ISTAT, ISPRA, CNR, ENEA ed esperti di altri enti, come associazioni e università. In questo testo viene riportato esplicitamente quanto segue: “la proliferazione indiscriminata degli impianti per la produzione di energia rinnovabile, la cui crescita è indubbiamente necessaria nell’ottica della protezione del clima globale, si pone in contrasto con gli obiettivi di conservazione delle foreste (esse stesse essenziali nella stessa ottica) e della biodiversità in generale. Ciò pone l’esigenza di produrre più energia da fonti rinnovabili (sole e vento, in particolare), in una evitabilissima contraddizione con le vocazioni economiche del territorio, agricolo-pastorale e turistico-culturale, e quindi in ultima analisi con la valorizzazione delle unicità paesaggistiche e identitarie dei territori. A fronte dell’importanza delle pressioni e delle modifiche che la transizione energetica sta imponendo al territorio, si avverte una urgente necessità di una più accurata ed efficace pianificazione territoriale, che sia accompagnata da norme cogenti e vincoli scientificamente fondati.

Nel rapporto viene dunque spiegato molto chiaramente che la possibile strada da seguire non è quella di chiudere la porta alle energie rinnovabili, ma quella di investire su queste andando però a pianificare con cognizione di causa i nuovi impianti. In tal modo si potrà infatti evitare che certe iniziative siano affidate unicamente – come avviene ora – alle valutazioni di soggetti privati, quindi alla relativa possibilità di generare profitti. Per affrancare certe prospettive da logiche speculative e rischi di degrado ambientale, sarebbe ad esempio opportuno riconoscere incentivi in via prioritaria agli impianti di rinnovabili che non comportino ulteriore consumo di suolo, come quelli che potrebbero essere realizzati in zone già edificate. “Queste considerazioni – afferma Vincenzo Delle Site – non rappresentano l’opinione isolata di qualche comitato di cittadini, ma sono cristallizzate in un rapporto pubblico firmato e condiviso da molti Ministeri, Enti, Istituzioni scientifiche, esperti del settore. Pertanto, affermare che l’installazione di grandi impianti eolici e fotovoltaici a terra in aree naturali di pregio possa danneggiare la biodiversità non è un’esagerazione, ma un fatto oggettivo e un rischio concreto che è necessario evitare.

Proprio sulla relazione che intercorre tra energie rinnovabili e biodiversità non è, del resto, difficile individuare una sorta di paradosso: sia per l’obiettivo di una maggiore diffusione delle rinnovabili, sia per l’aumento delle aree protette, è stato individuato il termine temporale del 2030. La differenza sostanziale, però, è che per il primo si è generata una grande attenzione da parte delle istituzioni e del mondo economico, mentre per il secondo non si può di certo constatare lo stesso livello di interesse. Ciò potrebbe essere spiegabile anche (e soprattutto) dal fatto che gli investimenti sulle rinnovabili possono, molto spesso, apparire come opportunità economiche, mentre la protezione del suolo, da questo punto di vista, esercita un’attrazione decisamente minore.

Per riequilibrare questa asimmetria c’è dunque bisogno di un’azione che non potrà che essere esercitata dagli enti pubblici, a partire dalle Regioni. Sono proprio queste ultime che, secondo l’ing. Delle Site, in questa fase storica dovrebbero agire nel proprio territorio di competenza ampliando le aree protette, a partire dai siti Natura 2000, fino alle riserve e ai parchi. Oltre a ciò, le Regioni dovrebbero aggiornare rapidamente i propri strumenti di pianificazione, così da poter essere operative e in condizione di salvaguardare le zone di maggior pregio naturalistico da quei progetti che, beneficiando di incentivi pubblici, potrebbero essere riconducibili più a intenti speculativi che altro.

Per approfondire l’argomento si rimanda ai contributi pubblicati nel blog della rivista “Energia”.

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