Premessa
Ogni volta che si prova a incorporare un luogo in un ragionamento storico che cerca di comprenderne la funzione passata si attiva un processo di una certa rilevanza culturale. È come se fosse, questo, un sano esercizio che consente di attribuire un significato ai segni della Storia, quindi di ridonare qualche sprazzo di vita a un passato che non c’è più. Non a caso tale lavoro di solito viene effettuato da storici, archeologi o da tutti coloro che si occupano di ricerca e che, attingendo a un sapere che deriva da fonti specifiche, riescono a ricostruire l’essenza di ciò che è stato.
Talvolta, però, accade di trovarsi di fronte a siti, come quello trattato in questo articolo, per i quali la maggior parte delle informazioni è andata perduta. Sono paradossalmente proprio questi i casi in cui, non essendo possibile ricostruirne la storia in maniera completa, si trova una sorta di legittimazione a formulare ipotesi che, per quanto opinabili, possono farci leggere i luoghi in maniera diversa proprio in virtù del rapporto di intima interazione che si crea con gli stessi. Questa è la sensazione che perlomeno si può avvertire nel momento in cui si prova a trovare una possibile chiave interpretativa, magari – come capitato allo scrivente – beneficiando di un occhio attento e consapevole come quello di Alessandro Puleri, un residente de La Montagna che da anni impiega il suo tempo libero per studiare il passato di certi luoghi.
L’antico Castello di Schianta
Le informazioni relative a questa fortificazione sono piuttosto frammentarie. Le poche fonti storiche disponibili parlano del Castello di Schianta (indicato anche con i nomi di Stianta o Schiantacappa) a partire dal 1275-1280, ovvero dal periodo in cui lo stesso fu conteso tra Sansepolcro e Arezzo. Nonostante ciò le sue origini devono verosimilmente essere fatte risalire a un periodo precedente. Come puntualizzato da Silvia Cipriani nel suo volume “I siti fortificati della Valtiberina toscana nel Medioevo. Comuni di Caprese Michelangelo e Pieve Santo Stefano”, il castello è quindi passato sotto il controllo aretino, prima di diventare, nel 1337, di proprietà dei Tarlati. Dopo questa famiglia si sono succeduti Neri della Faggiola e poi, nel 1385, i conti di Montedoglio. Da questi passò, nel 1521, sotto il controllo di Sansepolcro, quindi, più recentemente, sotto quello di Pieve Santo Stefano.
Al di là della lunga vicenda storica che si lega alla sua proprietà, di questo sito fortificato non si conoscono altri aspetti: non si sa, ad esempio, quando sia nato, quando sia stato abbandonato, così come non si hanno informazioni specifiche sull’effettiva funzione che avesse, né sulla sua struttura architettonica. Si capisce che era un luogo piuttosto importante, dato che in una carta realizzata dal cartografo di Sansepolcro Pietro Belli alla fine del Settecento, si può apprendere che tutto il territorio montano posto sotto il crinale dell’Alpe della Luna faceva parte del vicariato di Schianta, il cui fulcro, al momento della rappresentazione, era ancora identificato con l’omonimo castello.
Per ciò che riguarda la dimensione e la forma della fortificazione, la stessa carta del Belli può fornire un’idea, seppur molto stilizzata, attraverso una piccola raffigurazione effettuata con china e acquerello.

Pianta Topografica di tutto il Territorio della Corte di Schianta – E. Belli (1781-1799).

I resti della fortificazione oggi
Di sicuro le tracce dell’antico Castello di Schianta non sono facilmente individuabili. Innanzitutto, per recarsi in loco ad ammirare quanto è rimasto, oggi bisogna addentrarsi nel bosco di faggi che si trova sotto il Pian della Capanna. Da qui si deve poi raggiungere Poggio del Castello, ovvero il colle in cui, come rivela il toponimo, un tempo sorgeva la fortificazione. Tale sito si trova a 975 metri s.l.m., sul rilievo che nel suo versante meridionale digrada verso il Fosso di Schianta. Proprio in prossimità del corso d’acqua, quindi a sud del Castello, sorgeva un tempo un abitato, oggi pressoché cancellato dal bosco, che è riportato sulla carta del Belli sempre con lo stesso nome (Schianta).
Arrivati in loco si può facilmente constatare che della struttura fortificata non è rimasto praticamente nulla. O perlomeno ciò è quanto emerge da un primo sguardo. È dunque qui che al fruitore è chiesto di adottare una chiave di lettura più profonda che, oltre a mobilitare tutte le informazioni conosciute, sappia instaurare un dialogo diretto con tutti i segni rinvenibili nello spazio considerato. In senso lato il primo di questi ha sicuramente a che fare con la morfologia del territorio che si caratterizza per la presenza di un colle molto pronunciato che, già di per sé, si prestava a un’opera di difesa sfruttando la ripidità delle scarpate. Queste ultime erano, infatti, parte integrante della fortificazione, dato che la cinta muraria tendeva probabilmente a seguire il punto in cui sul fianco del promontorio la pendenza consentiva la costruzione di mura e terrapieni (prestando attenzione tale linea si può ancora scorgere a occhio nudo).

Un altro segno che è rimasto visibile ancora oggi è quello che si lega alla presenza di moltissime pietre lungo le pendici del colle: in particolare nella parte a monte, dove probabilmente un tempo si trovava il fossato e l’entrata, si possono ancora oggi notare moltissimi blocchi di arenaria, molti dei quali squadrati e di dimensione medio-grande. Prendendo spunto dalla raffigurazione stilizzata riportata nella carta di Emanuele Belli si può facilmente immaginare che tale materiale da costruzione, dopo essere stato reperito nelle vicinanze, doveva un tempo andare a costituire la struttura stessa del castello.



Oltre all’enorme distesa di pietre, oggi della fortificazione sopravvivono solo alcune porzioni delle fondamenta. Di fronte a questa vista rimangono tuttavia sconosciute le ragioni che abbiano portato alla distruzione del Castello di Schianta. Da un lato è lecito supporre che lo stesso sia stato, ad un certo punto, raso al suolo. Se così fosse, tale distruzione risalirebbe a dopo la fine del Settecento, ovvero al momento in cui il Belli lo raffigura nella sua carta? Difficile, se non impossibile (per il momento), dare una risposta a certe domande. Addirittura – come formulato in una delle sue ipotesi, Augusto Agostini, studioso di Pieve Santo Stefano che ha avuto modo di effettuare dei rilievi pure per il Castello di Schianta – la fortificazione potrebbe non essersi conservata anche a causa del fatto che in questo caso per murare potrebbe essere stata utilizzata della terra argillosa al posto della calce. Ciò potrebbe essere spiegabile dal fatto che nelle vicinanze non sono presenti formazioni calcaree da cui ricavare tale materiale e, di conseguenza, la solidità delle strutture potrebbe essere rimasta meno resistente per la mancanza di una componente cementante.
Quello che un sopralluogo può, invece, suggerire è che le mura perimetrali dovevano avere una forma irregolare e che, molto probabilmente, la stessa doveva racchiudere un’altra cinta difensiva interna, il cui spessore, come dimostrano alcuni resti, doveva avere circa 120 cm. Nel complesso la fortificazione potrebbe avere avuto una superficie di circa 500 mq, con le due cinte murarie che andavano a coincidere nell’angolo sud-occidentale. Il Castello di Schianta doveva essere, dunque, un sito di una certa rilevanza, attraverso cui forse doveva realizzarsi un’opera di collegamento, visivo e funzionale, con altre torri e fortificazioni della zona di cui rimangono, altresì, alcune rare ma inequivocabili testimonianze.
In conclusione, con le opportune conoscenze storiche e un po’ di capacità di immaginazione, la storia secolare di questo luogo fortificato può in parte dischiudersi di fronte a visitatori che abbiano voglia di attivare un contatto e una connessione con essa.
Si ringrazia il già citato Alessandro Puleri per i preziosi spunti forniti durante il sopralluogo.





