Referendum costituzionale, ad Anghiari confronto pubblico sulla riforma della magistratura

Auditorium Mascagni gremito per l’incontro promosso dal Comitato per il No: analisi tecnica, riferimenti storici e dibattito con il pubblico

La politica, come ci insegnano i greci, a un certo punto pervade tutto, se non si sa arginarla. Con queste parole è intervenuta la professoressa Chiara Favilli durante il confronto approfondito all’Auditorium Pietro Mascagni di Anghiari, dove si è svolto l’incontro pubblico “Verso il referendum”, organizzato dal Comitato per il No in vista della consultazione costituzionale del 22 e 23 marzo 2026.

La sala si è presentata gremita e il pubblico ha seguito con attenzione gli interventi dei relatori, prendendo parte attivamente al dibattito finale con numerose domande e richieste di chiarimento su una riforma che interviene su uno degli snodi centrali dell’ordinamento istituzionale.

I relatori Chiara Favilli e Sergio Materia
I relatori Chiara Favilli e Sergio Materia

A moderare la serata sono stati Nicola Venturini e Sofia Montini: “Il gruppo che si ritrova presso il centro di aggregazione sociale (il circolo Arci di piazza IV Novembre ndr) nasce per aiutare a districarci in questo mondo caotico. Vogliamo portare informazione e attenzione per i temi internazionali del nostro tempo alla comunità”, ha spiegato Venturini in apertura, mentre Montini ha sottolineato la volontà di offrire “uno spazio di confronto accessibile a tutti per comprendere meglio la scelta che saremo chiamati a fare con il referendum”. Relatori dell’incontro la professoressa Chiara Favilli e il giudice Sergio Materia, che hanno illustrato contenuti e implicazioni della riforma costituzionale approvata dal Parlamento secondo la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Non avendo raggiunto nella seconda votazione la maggioranza dei due terzi, la legge è stata sottoposta a referendum confermativo, attraverso il quale gli elettori potranno approvare o respingere la riforma. I cittadini saranno chiamati alle urne il 22 e 23 marzo prossimi.

Nel corso del suo intervento, la professoressa Favilli ha insistito in particolare sulla portata costituzionale della riforma e sul metodo seguito nella sua approvazione: “Non stiamo discutendo di una legge ordinaria che interviene su aspetti organizzativi marginali, ma di una revisione della Costituzione che incide su uno dei pilastri dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura è stato pensato dai costituenti come garanzia di autonomia e indipendenza rispetto al potere esecutivo e legislativo. La scelta di sostituirlo con tre organi distinti modifica profondamente quell’architettura. Inoltre, molti elementi essenziali vengono rinviati alla legge ordinaria: numero dei componenti, modalità di funzionamento interno, disciplina dei collegi. Quando si mette mano alla Costituzione, sarebbe opportuno definire con chiarezza l’impianto complessivo, perché le norme costituzionali dovrebbero contenere i principi fondamentali e non lasciare margini troppo ampi a interventi successivi. Il referendum, quindi, non riguarda un dettaglio tecnico, ma una scelta di sistema che incide sull’autogoverno della magistratura e sull’equilibrio complessivo delineato dalla nostra Carta”.

Il cuore della riforma riguarda l’assetto dell’organo di autogoverno della magistratura, l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura, oggi unico per giudici e pubblici ministeri. Il Csm è composto da 33 membri: 20 magistrati eletti dai magistrati stessi e 10 membri laici – professori universitari e avvocati – eletti dal Parlamento in seduta comune con maggioranza qualificata, oltre ai tre membri di diritto, cioè il Presidente della Repubblica, il Primo Presidente e il Procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Tra le sue competenze rientrano le nomine, i trasferimenti e le progressioni di carriera dei magistrati, l’organizzazione degli uffici giudiziari e la funzione disciplinare.

La riforma prevede il superamento dell’organo unitario e la creazione di tre distinti organismi di rilievo costituzionale: un Consiglio superiore della magistratura per i giudici, uno per i pubblici ministeri e un’Alta Corte disciplinare. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri deriverebbe proprio dalla costituzione di due Consigli autonomi e paralleli, con competenze differenziate e concorsi pubblici distinti. Questa scelta avrebbe lo scopo di evitare il passaggio dei giudici dalla magistratura requirente a quella giudicante e viceversa, anche se si tratta di una eventualità oggi statisticamente remota.

 L’Alta Corte disciplinare, chiamata a esercitare la funzione sanzionatoria, sarebbe composta da 15 membri: 9 magistrati, di cui 6 giudicanti e 3 requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie, e 6 componenti non togati, ovvero professori  o esperti di diritto, tre nominati dal Presidente della Repubblica e tre sorteggiati da un elenco formato dal Parlamento, sulla cui composizione e natura la riforma non si esprime lasciando la decisione ai decreti attuativi futuri.

Uno dei punti maggiormente approfonditi nel corso della serata è stato il meccanismo del sorteggio previsto per la selezione di parte dei componenti del Consiglio superiore della magistratura I relatori hanno spiegato che per  i magistrati l’estrazione dovrebbe avvenire  tra tutti gli aventi diritto, ovvero i circa 9 mila magistrati che oggi lavorano in Italia; mentre per i membri di provenienza parlamentare il sorteggio opererebbe su una lista definita preventivamente dalle Camere. Diversi aspetti organizzativi, compreso il numero esatto dei componenti dei due nuovi Consigli superiori e la composizione dei collegi interni dell’Alta Corte disciplinare, sarebbero rimessi alla legge ordinaria. Nel dibattito è stato richiamato anche il tema dell’impugnazione delle decisioni disciplinari, oggi ricorribili davanti alla Corte di Cassazione, e le modifiche prospettate dal nuovo assetto.

L’ex giudice Sergio Materia ha descritto con un aneddoto scherzoso il ruolo cardine della Suprema Corte: “Un mio caro amico e collega, purtroppo venuto a mancare, era una specie di genio, e a un certo punto della sua carriera decise di andare a lavorare alla Corte di Cassazione. Quando io gli chiesi il perché di questa decisione, lui mi rispose ‘perché noi non sbagliamo mai’”. Questo aneddoto serviva al giudice a spiegare che l’infallibilità della magistratura è un fatto impossibile. La Cassazione “ha sempre ragione” solo perché è l’ultimo grado di giudizio, ma questa riforma costituzionale non servirebbe in alcun modo a rendere il processo più giusto, ma sarebbe, sempre secondo Materia, un modo per punire la magistratura.

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Sergio Materia

Durante gli interventi non sono mancati riferimenti storici ai lavori dell’Assemblea Costituente e alla scelta di istituire un organo di autogoverno per garantire autonomia e indipendenza alla magistratura. È stato citato il giurista ed ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, autore della riforma del Codice di Procedura Penale del 1989 che trasformò il sistema del processo italiano da inquisitorio ad accusatorio, inserendo il giurista nel contesto del dibattito sulla separazione delle carriere, così come è stata richiamata una dichiarazione del vicepremier Antonio Tajani relativa alla possibilità di intervenire, in prospettiva, sul rapporto tra pubblico ministero e polizia giudiziaria. I relatori hanno inoltre accennato ai modelli adottati in altri Paesi europei, evidenziando come la separazione tra giudici e pubblici ministeri sia presente in diversi ordinamenti ma con soluzioni organizzative differenti.

L’invito dei relatori è stato chiaro: conoscere la riforma nel merito prima di intervenire in considerazioni politiche, che esistono naturalmente in quanto, come ha spiegato la prof Favilli. “Ogni referendum ha un significato più ampio di quello del singolo quesito. Prima ancora di ogni riflessione politica, dobbiamo evidenziare le criticità della riforma proposta”.

La parte conclusiva dell’incontro è stata caratterizzata da un confronto diretto con i cittadini presenti, che hanno posto domande sui costi del nuovo assetto, sulle ricadute organizzative e sugli equilibri tra i poteri dello Stato. Il clima è rimasto improntato al dialogo e all’approfondimento tecnico. Il voto del 22 e 23 marzo rappresenterà ora il passaggio decisivo: gli elettori saranno chiamati a esprimersi su una riforma che interviene in modo significativo sulla struttura dell’autogoverno della magistratura e sull’equilibrio complessivo delineato dalla Costituzione.

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