A pochi giorni dalle elezioni regionali in Toscana non poteva non riprendere forza il dibattito sulla ripubblicizzazione del servizio idrico. Del resto, a ogni tornata elettorale ciò avviene quasi sempre in maniera pressoché sistematica, come è comprensibile che sia. Quest’anno, però, la questione tende probabilmente ad attirare più del solito l’attenzione dei comitati, delle associazioni e di tutti quei soggetti che da anni operano per favorire una concreta attuazione del referendum del 2011. Questo avviene per vari motivi, il primo dei quali è strettamente collegato al dibattito che sta accompagnando la prima fase di vita della multiutility che si è costituita nella cosiddetta Toscana centrale. Tale soggetto – su cui stanno confluendo le gestioni di acqua, rifiuti ed energia – vorrebbe infatti estendere il suo raggio d’azione fino a comprendere l’intera superficie regionale. Dopo che inizialmente era stata prospettata e caldeggiata una quotazione in borsa, ora i comuni delle province di Firenze, Prato e Pistoia si sono presi del tempo per mettere a punto strade alternative che possano garantire un maggiore controllo sulla gestione di certi beni e servizi di pubblica utilità.
In parallelo a tutto questo, in Toscana le tre coalizioni che saranno presenti nella scheda elettorale hanno tutte al proprio interno soggetti politici che sono in più occasioni apparsi favorevoli ad una gestione pubblica dell’acqua. Ciò si riscontra nello schieramento di centro-sinistra, nella cui compagine figurano sia Alleanza Verdi e Sinistra, sia il Movimento Cinque Stelle, ovvero due forze politiche che, oltre ad aver sempre sostenuto con convinzione la lotta per la ripubblicizzazione, in questa fase di accordi elettorali sono riuscite ad ottenere la sottoscrizione di un patto di coalizione che prevede forme di gestione in house, quindi con i comuni che andrebbero a controllare le società pubbliche a cui potrà essere affidato il servizio idrico in maniera diretta. Persino il Partito Democratico a guida schleiniana sembrerebbe ora più propenso a valutare una prospettiva di questo tipo, anche se gli atti e degli indirizzi approvati fino ad oggi dai suoi amministratori raramente sono andati in questa direzione.
Nella coalizione di centro-destra c’è da rilevare che al suo interno la Lega ha provato, nei mesi scorsi, a chiedere al Consiglio Regionale la ridefinizione di nuovi sub-ambiti attraverso la creazione di società pubbliche. La proposta di legge è stata respinta, ma il tentativo fa capire che la posizione del partito è a favore di una gestione svincolata da interessi privatistici. Anche Fratelli d’Italia non troppo tempo fa aveva sostenuto, persino in Consiglio Comunale a Sansepolcro, l’idea che da Roma non si scoraggiassero gli amministratori locali nelle scelte di affidamento in house dei servizi pubblici. Nonostante ciò, in Toscana il partito della premier ha più volte manifestato – a partire da uno dei suoi uomini di spicco, Francesco Macrì – un orientamento favorevole alla multiutility, quindi parzialmente incompatibile con una piena ripubblicizzazione del servizio idrico.
Infine, anche per ciò che riguarda lo schieramento di Toscana Rossa – con Rifondazione, Potere al Popolo e Possibile – si rileva una posizione di pieno sostegno in favore di una gestione interamente pubblica. Per dare concretezza a questo indirizzo, le forze politiche e gli esponenti di questo raggruppamento indicano come unica strada da percorrere quella di un affidamento in house.
In definitiva, seppur con alcuni distinguo, tutti i raggruppamenti politici toscani che si sfideranno nella tornata elettorale del 12 e 13 ottobre si stanno dichiarando a favore di una svolta che possa portare il servizio idrico ad essere interamente pubblico. Tutto questo avviene, però, mentre nell’area più centrale della regione il sostegno alla multiutility sta di fatto cancellando ogni possibile margine di ripubblicizzazione. Proprio per ricondurre il servizio idrico alla nuova holding toscana, la Conferenza Territoriale n. 3 (che riunisce i comuni della provincia di Firenze, di Prato e una parte di quelli di Pistoia e del Valdarno aretino) ha già deciso, ottenendo la ratificazione da parte dell’AIT, di affidare il servizio idrico ad una società mista, cioè composta anche da una parte privata che potrà arrivare al 30%. In favore di questa decisione che ha rovesciato l’indirizzo precedentemente espresso in favore di una soluzione in house, si è schierata la maggior parte dei comuni interessati, oltre che l’unanimità di tutti quelli che compongono l’Assemblea dell’AIT. Tutto questo è avvenuto in maniera bipartisan, quindi a prescindere dai differenti partiti di appartenenza, che per larga parte sono gli stessi che oggi compongono le tre coalizioni sopra citate. Il fatto è che il campo da gioco della partita per l’acqua pubblica è, in primis, quello dei sindaci e non quello dei consiglieri, degli assessori o del presidente della Regione. E, al netto della possibile marcia indietro sulla quotazione in borsa, le squadre di questo particolare “campionato” hanno già dimostrato con i fatti che, al di là delle casacche indossate, fino ad oggi un modello di gestione totalmente pubblico non ha di certo trovato il loro favore.





