Mettete dei fiori nei vostri cannoni. Il florovivaismo italiano continua a registrare numeri importanti a livello internazionale, ma dietro i dati positivi si nasconde una fase di grande incertezza per molte imprese. Anche in Valtiberina, dove il vivaismo rappresenta una parte significativa dell’economia agricola locale, gli operatori stanno affrontando una stagione complessa, segnata da una combinazione di fattori che vanno dalle tensioni geopolitiche ai rincari energetici, fino agli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico.
Il nodo più delicato in questa fase riguarda proprio l’export. Secondo Lorenzo Campus, segretario di Coldiretti Sansepolcro, la guerra in Iran e le tensioni che attraversano il Medio Oriente stanno già producendo conseguenze concrete anche per il settore vivaistico italiano. “Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente stanno avendo ripercussioni anche sul settore florovivaistico italiano – spiega Campus – perché le difficoltà nelle rotte commerciali e nella logistica internazionale stanno rallentando le spedizioni verso alcuni mercati strategici”.
L’Italia, insieme ai Paesi Bassi, è il principale esportatore di piante in vaso verso l’estero e gli Stati dell’Asia Occidentale rappresentavano fino a poco tempo fa un asset importante. In particolare, la Toscana risulta una delle maggiori regioni produttrici e la prima nell’esportazione del florovivaismo. “La Toscana è la locomotiva del settore – spiega Campus –. È la prima regione italiana per valore della produzione (oltre 1 miliardo di euro), è la prima per esportazioni con 377 milioni di euro (+25% nell’ultimo quinquennio) ed infine l’export toscano rappresenta un terzo di tutto il settore nazionale”.
Per un comparto che lavora con prodotti altamente deperibili come piante e fiori, anche piccoli rallentamenti nelle spedizioni possono diventare un problema serio. Ritardi nei trasporti significano infatti maggiore rischio di deterioramento delle piante e quindi perdite economiche per le aziende. Per molte imprese della Valtiberina, che negli anni hanno costruito relazioni commerciali anche oltre i confini nazionali, la crisi dell’export rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni.
Il contesto è particolarmente paradossale se si guardano i dati generali del settore. Il florovivaismo italiano, infatti, continua a crescere e nel 2024 ha raggiunto un valore della produzione di circa 3,3 miliardi di euro, confermandosi uno dei comparti più dinamici dell’agricoltura nazionale. L’export resta uno dei principali motori di questa crescita, con oltre 922 milioni di euro di esportazioni nei primi sette mesi del 2025, numeri che confermano la forte presenza italiana nei mercati internazionali.
I dati di settore sono riportati nell’analisi pubblicata da Vivai Aprili, che evidenzia come l’Italia si collochi stabilmente tra i protagonisti europei del vivaismo. Il nostro Paese può contare su circa 19 mila imprese attive nel comparto, specializzate soprattutto nella produzione di piante ornamentali, alberi e arbusti. Questi numeri aiutano a capire quanto il vivaismo sia importante anche per i territori. In Valtiberina, pur con dimensioni più contenute rispetto ad altri distretti toscani (di cui Pescia rappresenta l’epicentro), il settore costituisce una realtà significativa sia dal punto di vista economico sia da quello paesaggistico. I vivai contribuiscono infatti non solo alla produzione agricola, ma anche alla manutenzione del territorio e alla valorizzazione dell’ambiente rurale. Molto spesso sono loro che, sotto indicazione degli enti locali, si occupano della gestione del verde pubblico, contribuendo non solo all’estetica ma anche alla biodiversità del territorio.
Proprio per questo le difficoltà attuali vengono percepite con particolare preoccupazione dagli operatori locali. Oltre ai problemi legati all’export, con lo stretto di Hormuz chiuso, le aziende devono fare i conti con un forte aumento dei costi di produzione. Il caro carburante è diventato una delle principali criticità per tutta la filiera. “L’aumento dei costi energetici incide sia sul riscaldamento delle serre, fondamentale per la tutela delle colture, sia sulla logistica – sottolinea Campus –. Dal trasporto delle materie prime fino alla distribuzione finale, ogni fase risente dell’incremento dei prezzi”. Per molte aziende il peso dei costi energetici è diventato difficile da sostenere. Il riscaldamento delle serre, indispensabile per proteggere le piante soprattutto in questa primavera molto fredda, richiede grandi quantità di energia e negli ultimi anni i rincari hanno inciso in modo significativo sui bilanci delle imprese.
A complicare ulteriormente il quadro c’è il cambiamento climatico, che negli ultimi anni ha modificato profondamente i cicli naturali delle colture. Gli imprenditori agricoli parlano sempre più spesso di stagioni imprevedibili, caratterizzate da sbalzi di temperatura e fenomeni meteorologici estremi. “Il cambiamento climatico non è più una minaccia astratta, ma una sfida quotidiana estremamente complessa – racconta Campus –. Le imprese si trovano a navigare in uno scenario globale turbolento, dove eventi estremi e imprevedibilità meteorologica impongono un cambio di paradigma”.
Le prossime settimane saranno particolarmente importanti per il comparto. La primavera è infatti il periodo più intenso per il lavoro nei vivai, quando gran parte della produzione viene preparata per il mercato. Le condizioni climatiche dei prossimi mesi saranno determinanti per capire l’andamento della stagione. Secondo Campus, se il meteo sarà favorevole le aziende potrebbero recuperare almeno in parte le difficoltà iniziali. Al contrario, ulteriori anomalie climatiche rischierebbero di compromettere parte del raccolto. E la neve a 10 giorni dalla Pasqua ricade tra le anomalie.
Di fronte a queste sfide il settore guarda anche alla politica e alle istituzioni europee: “Il tavolo di confronto che si è tenuto a Bruxelles il 17 marzo è stato l’occasione per affrontare i dossier più caldi della politica agricola comune – spiega sempre Campus –. Un tema centrale è stato la difesa fitosanitaria: oggi 7 imprese su 10 sono colpite da insetti alieni come lo scarabeo giapponese o la cimice asiatica, rendendo urgenti controlli più stringenti alle frontiere”.
Campus conclude: “Si è parlato molto di innovazione, con un focus sulla ricerca scientifica necessaria per conciliare produttività e sostenibilità ambientale. Un momento significativo è stato la presentazione del Manifesto congiunto Italia-Olanda, un asse strategico nato per blindare la filiera europea contro la concorrenza aggressiva dei paesi extra-UE. In ultima analisi, il dibattito ha voluto ribadire che il florovivaismo non è solo un asset economico, ma un vero e proprio presidio culturale e sanitario, indispensabile per migliorare la qualità della vita nelle nostre città e rispondere alle sfide ecologiche del presente”.
Per territori agricoli come la Valtiberina la sfida sarà quindi quella di difendere e rafforzare questo patrimonio produttivo in un contesto globale sempre più instabile. Perché se da un lato il florovivaismo italiano continua a crescere nei numeri, dall’altro la guerra in Iran e le tensioni internazionali stanno dimostrando quanto anche un settore apparentemente lontano dai conflitti possa essere vulnerabile agli equilibri geopolitici globali.
La vera crisi potrebbe arrivare nel prossimo futuro. Come spiega Sissi Bellomo in un’analisi svolta per il Sole 24 Ore, anche se lo Stretto di Hormuz tornasse sicuro da domani, la frattura che si è creata nelle catene di rifornimento non sarebbe automaticamente risanata. Servirebbe circa un mese per tornare al normale approvvigionamento di petrolio e gas liquido. E nel frattempo i prezzi sono destinati ad alzarsi ancora. Ai primi di aprile arriveranno a destinazione le ultime navi passate da Hormuz prima dello scoppio del conflitto. E un discorso analogo vale per le merci da trasportare in direzione opposta.





