Economia aretina, Ires: “Salari fermi o in calo, in aumento rendita e profitti finanziari”

“Per invertire il processo occorre un modello di sviluppo alternativo”. Tracchi (Cgil): “Confermate le nostre preoccupazioni”

I salari dei lavoratori dipendenti restano fermi o arretrano, mentre i profitti crescono e l’economia aretina mostra segnali di fragilità. È il quadro che emerge dallo studio sull’economia provinciale realizzato da Ires, l’istituto di ricerche economiche e sociali, e presentato oggi al gruppo dirigente provinciale della Cgil.

Secondo Andrea Cagioni, ricercatore dell’Ires, “profitti e salari vanno in direzioni opposte: mentre crescono i primi, i secondi restano fermi o arretrano”. Una dinamica che, nella lettura dell’istituto, in Toscana si intreccia con la deindustrializzazione e con la diffusione di lavori più fragili, soprattutto nei comparti del terziario a bassa dinamica salariale: “Nella terziarizzazione debole – si legge nello studio – la ricchezza si concentra nel capitale (rendita, profitti finanziari), mentre il lavoro viene svalutato, con conseguente aumento della quota di lavoratori e lavoratrici poveri e delle disuguaglianze territoriali e sociali”.

Nel decennio 2014-2024, secondo lo studio, i redditi nominali in provincia di Arezzo sono cresciuti in media del 25,4%, a fronte di un’inflazione cumulata del 20,8%. Il dato complessivo, però, nasconde differenze rilevanti: i dipendenti pubblici e privati hanno perso potere d’acquisto, rispettivamente dell’8,8% e del 3,6%, mentre alcune categorie del lavoro autonomo hanno registrato incrementi superiori all’inflazione, dagli artigiani (+27,3%) ai commercianti (+36,4%) fino alle cariche elettive (+45,9%).

Dopo la spinta post-pandemica del biennio 2021-2022, l’economia aretina ha rallentato in modo netto. Il 2023 e il 2024 sono stati anni di sostanziale stagnazione, con incrementi reali del Pil vicini allo zero. Per il 2025 Ires stima una moderata ripresa dello 0,7%, con il Pil reale vicino agli 11,2 miliardi di euro.

I servizi si confermano il principale motore dell’economia provinciale e hanno contribuito alla tenuta complessiva del sistema, pur con tassi di crescita contenuti. Il loro peso sull’occupazione totale è passato dal 58,3% del 2008 al 60,9% del 2024. Più difficile il quadro dell’industria in senso stretto: dopo la forte crescita del 2021-2022, il comparto ha segnato una flessione nel 2023 e nel 2024. Le previsioni per il 2025 indicano un ritorno alla crescita, ma non sufficiente, secondo Ires, a cancellare le criticità strutturali.

Un altro segnale di difficoltà arriva dalla cassa integrazione. Le ore autorizzate sono aumentate del 134% nel 2024 rispetto all’anno precedente e, pur in lieve calo nelle stime 2025, restano più che doppie rispetto al 2023. La quota prevalente riguarda l’industria, con un peso vicino al 92% delle ore autorizzate. Il netto aumento della cassa straordinaria, legata a ristrutturazioni e crisi aziendali, viene indicato dallo studio come un segnale di difficoltà non più solo temporanee.

Il dato sulle esportazioni appare invece positivo: dopo la flessione del biennio 2022-2023, nel 2024 l’export aretino è cresciuto del 45%, superando i 13 miliardi di euro. Le stime per il 2025 indicano una sostanziale tenuta. Tuttavia, secondo Ires, il risultato va letto con cautela: pesa l’aumento del valore dell’oro e dei metalli preziosi, mentre la crescita potrebbe essere concentrata in un numero ristretto di imprese eccellenti. Nello stesso periodo, infatti, il valore aggiunto industriale è calato e sono aumentate le ore di cassa integrazione.

Per Ires, il nodo resta quello del modello di sviluppo. L’analisi richiama la necessità di una strategia alternativa, capace di rafforzare il sistema produttivo e infrastrutturale e di contrastare la crescita delle disuguaglianze sociali e territoriali: “Alla dismissione dei grandi agglomerati industriali a partecipazione pubblica dei primi anni ‘90, ha fatto seguito un’industrializzazione fondata sulla subfornitura e sulle esportazioni. Oggi come ieri, ciò che può invertire tale processo è affidato alla capacità degli attori politici, sindacali e imprenditoriali di delineare un modello di sviluppo alternativo. All’interno di tale modello, sarebbe fondamentale affermare chiare linee di indirizzo economiche e sociali attraverso strumenti di programmazione strategica non subalterni agli interessi privatistici, convergendo nella lotta alla rendita come terreno comune di iniziativa e nello sviluppo di un sistema infrastrutturale funzionale agli interessi del lavoro e dell’impresa”, si legge nello studio.

Il segretario provinciale della Cgil Alessandro Tracchi ha commentato il rapporto con preoccupazione: “Non si registra alcuna crescita sostanziale ma, anzi, un peggioramento delle condizioni dei lavoratori”, ha affermato, sottolineando come l’aumento dell’occupazione non riguardi il manifatturiero e sia spesso legato a forme di lavoro precarie e a bassi salari. “Arezzo si sta impoverendo e i dati sull’export sono ‘drogati’ dall’impennata del prezzo dell’oro”.

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