Sabato 18 aprile, a Città di Castello, si è tenuta l’inaugurazione di “Dialogus Temporum”, la mostra personale di Maurizio Rapiti. A promuovere questo evento è stato innanzitutto il Lions Club “Città di Castello Tiferno”, coadiuvato e supportato dal Comune che ha concesso il patrocinio. Leggendo e ascoltando le dichiarazioni degli organizzatori, si può facilmente evincere che alla base del progetto ci sarebbe un’idea tanto essenziale, quanto necessaria: portare le opere di Rapiti nella sua città, visto che lo stesso – pur essendo nato a Sansepolcro – è residente nel Comune tifernate. Proprio a partire dall’Alta Valle del Tevere, l’artista ha in primo luogo saputo nutrirsi di un humus culturale in cui l’impronta pierfrancescana si trova contiguamente a convivere con quella di Alberto Burri. Tra questi due poli di maggiore richiamo si possono peraltro trovare molti altri segni e testimonianze che sono, ancora oggi, capaci di creare interazioni tra epoche e linguaggi espressivi differenti. È facile dedurre che la crescita artistica di Maurizio Rapiti sia in un certo qual modo riconducibile a questa particolare condizione geografica e alla sensibilità dello stesso di saperla cogliere attivamente. Oltre a ciò non si può certo omettere il fatto che, sin da giovanissimo, il pittore ha avuto modo di formarsi nella bottega del padre copista, sviluppando una manualità sopraffina.
È probabilmente a partire da questi presupposti che l’artista valtiberino ha potuto mettere in atto un originale approccio all’arte che, attraverso l’eccezionale padronanza tecnica acquisita, gli ha consentito di creare uno stimolante dialogo tra i classici di un tempo e la società contemporanea. Grazie a questo suo personalissimo modo di rivisitare i segni del passato con le interferenze dell’attualità, il nome di Maurizio Rapiti ha oltrepassato i confini dell’Alta Valle del Tevere per affermarsi in un circuito di indubbio respiro internazionale. Alla luce di ciò è forse più facile comprendere le ragioni per cui, attraverso l’organizzazione della mostra “Dialogus Temporum”, si è voluto omaggiare in patria un artista del luogo che tanto ha saputo trarre dal contesto del suo vissuto personale. E, a giudicare dalle persone che sabato scorso si sono riversate negli spazi espositivi di Palazzo del Podestà, tale risultato può senz’altro considerarsi degnamente raggiunto.
Il percorso espositivo che scandisce la mostra riesce a ben restituire la portata di innovazione e di dirompenza che caratterizzano l’arte di Maurizio Rapiti. Ogni opera si origina innanzitutto dall’eccellente capacità del pittore di riprodurre fedelmente dipinti del passato che, nella loro riconoscibilità, hanno per certi versi saputo interpretare epoche che ci hanno preceduto. Rapiti riesce pertanto a riproporre veri e propri simboli della storia dell’arte affidandosi a una spiccata versatilità che gli consente di operare spaziando su molteplici ambiti stilistici. È poi in questa fase che l’accurata conformità agli standard di un tempo si rompe, aprendo squarci da cui può fare irruzione il presente. Ecco dunque che compaiono tatuaggi e piercing sulla pelle di alcuni celebri personaggi e soggetti dei secoli scorsi, mentre le tavole, le scenografie, i paesaggi e gli spazi interni di opere paradigmatiche si popolano di cibi, bevande, segni e oggetti del XXI secolo.
L’idea di rappresentare la società del proprio tempo attingendo a standard artistici del passato non è certo nuova: in fin dei conti anche il Rinascimento ha rivoluzionato il modo di rappresentare l’uomo e il mondo attingendo direttamente ai modelli classici dell’antica Grecia. A questo esempio se ne possono certamente aggiungere altri, anche al di fuori delle arti figurative. Il nucleo di fondo, lo stesso che conferisce grande valore alle opere di Maurizio Rapiti, è quello che con la giusta “chiave” è possibile accostare il passato con il presente, così da poter valorizzare il primo attraverso una rilettura contemporanea e, al contempo, analizzare criticamente il secondo. Gli elementi di oggi che irrompono nelle tele dell’artista valtiberino riescono in particolare a fare proprio questo, stimolando una riflessione sugli attuali stili di vita che, invece di aderire a presupposti etici, sociali o creativi, sembrano ormai rispondere unicamente alle esigenze di un consumismo dilagante. Certi corpi estranei, mossi da una verve di ironica creatività, possono quindi offrire un monito rispetto al carico di deturpazione che oggigiorno sembra ricadere sia sull’uomo che sull’arte, a partire da quella che più si identifica con la sua storia. Per rendersi conto di ciò è sufficiente pensare a un grande museo di richiamo planetario gremito di visitatori che fruiscono delle opere d’arte “consumandole” a suon di selfie, senza talvolta trovare reali vie di accesso per risalire a ciò che, tramite la creatività, dovrebbe nobilitare la presenza delle specie umana su questo pianeta. Forse la straordinarietà dei lavori di Maurizio Rapiti risiede proprio qui: sulla loro capacità di indicare, con consapevolezza, intelligenza e sarcasmo, dove si colloca il varco per scorgere il possibile senso dell’arte e, più in generale, dell’esistenza.
La mostra negli spazi espositivi di Palazzo del Podestà di Città di Castello sarà visitabile fino al 3 maggio nei seguenti orari: mercoledì e giovedì dalle 16:30 alle 19:30, venerdì dalle 16:30 alle 19:30 e dalle 21:00 alle 23:00, sabato e domenica dalle 10:30 alle 12:30, dalle 16:30 alle 19:30 e dalle 21:00 alle 23:00.









