Raffaello incanta le folle sulle due sponde dell’Atlantico. Dopo una lunga permanenza in mostra al prestigioso Metropolitan Museum di New York, lo Stendardo della Santissima Trinità è tornato a popolare le sale della pinacoteca comunale di Città di Castello. Un evento che non è solo la celebrazione di un ritorno trionfale del lavoro del pittore urbinate, ma anche un’occasione di scoperta che getta una luce nuova sulla natura e il talento dell’autore. Un’occasione che ha mosso un folto e appassionato pubblico per venire ad ammirare lo Stendardo nel caldo pomeriggio di lunedì, tradizionale giorno di chiusura del Palazzo Vitelli.
Dopo l’importante intervento di restauro curato dall’Istituto Centrale per il Restauro di Roma (ICR) e dopo il prestigioso prestito internazionale alla mostra Raphael: Sublime Poetry, l’opera che per alcuni mesi ha rappresentato l’Umbria nel mondo oggi torna nella sua sede storica, nella rinnovata Sala Raffaello
L’assessora alla Cultura di Città di Castello Michela Botteghi ha raccontato la bella scoperta artistica: “La curatrice del Metropolitan Museum, Carmen Bambach, che ha seguito il restauro e l’allestimento della mostra di New York e ha fortemente voluto la presenza dello Stendardo nell’esposizione, ha riconosciuto, dopo l’ultimo intervento conservativo, l’opera come la prima completamente autografa di Raffaello. Lo Stendardo rappresenta così l’avvio del percorso artistico del giovanissimo maestro ed è per noi un grande orgoglio sapere che abbia scritto le prime pagine della sua storia proprio nella nostra città”.





La storia dello Stendardo si lega strettamente a Città di Castello e al Rinascimento. Nato nel 1484 a Urbino, figlio decisamente d’arte (il padre Giovanni Santi era uno dei più stimati artisti della corte dei Montefeltro), Raffaello ha mostrato sin da subito il suo incredibile talento e l’inclinazione per la pittura, ma le recenti scoperte sono riuscite a retrodatare i suoi esordi. Secondo le ultime ricerche, l’opera sarebbe da collocare nel 1499, a cavallo tra i due secoli chiave per la storia dell’arte italiana, e il giovane pittore l’avrebbe realizzata, su commissione, alla tenera età di 16 anni. Lo Stendardo fu commissionato dalla Confraternita della Santissima Trinità, fondata nel 1266 e impegnata nell’assistenza ai malati e nella vita religiosa della città. In origine era un gonfalone processionale, destinato a essere portato a spalla durante le celebrazioni pubbliche.
A Città di Castello Raffaello trovò un ambiente artistico vivace e una committenza capace di affidargli incarichi significativi, in una fase decisiva della sua formazione fuori da Urbino.
L’opera è composta da due tele, oggi conservate separatamente, che costituivano le due facce dello stesso manufatto. Su un lato Raffaello raffigura la Trinità con i santi Sebastiano e Rocco, protettori tradizionalmente invocati contro la peste; sull’altro la Creazione di Eva, con Dio Padre che trae la donna dal fianco di Adamo.
La presenza dei due santi ha portato parte della critica a interpretare lo Stendardo come un ex voto, legato alla grave epidemia di peste che colpì Città di Castello tra il 1497 e il 1499.
Il giovane Raffaello e il confronto con Signorelli
Città di Castello fu per Raffaello una vera palestra artistica. Secondo la tradizione raccontata da Giorgio Vasari, il giovane pittore arrivò in città proprio nel momento in cui Pietro Perugino, suo principale riferimento nella formazione iniziale, si spostava verso Firenze.
Qui incontrò la presenza forte di Luca Signorelli, uno degli artisti più autorevoli dell’Italia centrale, formatosi alla bottega di Piero Della Francesca. Il confronto con il maestro cortonese fu fondamentale per il giovane Raffaello, che studiò la sua attenzione per l’anatomia, il movimento e la costruzione delle figure.
Un’importante testimonianza di questo rapporto è un foglio conservato all’Ashmolean Museum di Oxford, dove Raffaello realizza uno studio preparatorio per lo Stendardo e, sul retro, copia una figura tratta dal Martirio di San Sebastiano di Signorelli.
Sono tracce che raccontano un artista ancora in formazione, ma già capace di osservare, assimilare e trasformare ciò che vedeva intorno a sé.
Il restauro ha restituito la mano del giovane Raffaello
Il ritorno dello Stendardo è anche il risultato di un importante percorso scientifico. Il restauro dell’ICR ha permesso di recuperare una parte fondamentale della storia dell’opera: il disegno preparatorio originale tracciato da Raffaello direttamente sulla tela.
A spiegare il valore della scoperta è l’architetto Luigi Oliva, direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro di Roma.
“Dietro ogni opera non c’è solo l’attività creativa, ma anche quella del restauro. Lo Stendardo oggi è come se brillasse di una luce che buca le mura di Palazzo Vitelli”, ha dichiarato.
Il risultato è stato possibile anche grazie alle scelte conservative del passato. “Dagli anni ‘50 la tecnologia è andata avanti – ha spiegato Oliva –. Chi aveva visto l’opera prima sapeva che c’erano delle lacune. Quelle lacune non sono state riempite: si è deciso di lasciare l’integrazione all’occhio umano, che consente di ricostruire il soggetto e apprezzare l’opera”.
Proprio quelle parti non reintegrate hanno permesso la scoperta più importante: “Tra le lacune abbiamo trovato il disegno preparatorio di Raffaello. Se fossero state riempite, non lo avremmo mai trovato. La scelta fatta settant’anni fa ci ha permesso di vedere sia l’opera finita sia la bellissima mano del giovane che lavora alla sua prima opera”.
Il lavoro proseguirà ora con nuove ricerche sui materiali e sui colori: “Stiamo ragionando sui colori che, osservati con determinate condizioni di luce, possono avvicinarci alla massima apprezzabilità dell’opera. È uno studio sperimentale che si fa per la prima volta proprio in questa occasione”. Per Oliva il rapporto tra un’opera e il luogo che la custodisce ha anche un significato emotivo: “Un’opera è come un figlio. Ogni volta che va via di casa perde un pezzo di sé. Ma sono anche come gli anziani: non amano viaggiare”. Il viaggio a New York, però, ha avuto un valore straordinario: “Abbiamo acquisito grande valore e grande richiamo per questo luogo che ha saputo conservarlo”. Insomma, questo viaggio del giovane Raffaello ci ha permesso di apprendere molte cose nuove su di lui.
Il sindaco di Città di Castello Luca Secondi ha festeggiato l’evento affermando: “Questa operazione è stata un grandissimo successo. Se quest’opera fosse nel mercato, la scoperta che si tratta dell’opera prima di Raffaello la renderebbe inestimabile”.


L’Umbria protagonista nel mondo
Il ritorno dello Stendardo è stato salutato anche dalla Regione Umbria come un momento di grande valore culturale.
L’assessora regionale Letizia Michelini, presente alla Pinacoteca di Città di Castello, ha sottolineato il significato internazionale raggiunto dall’opera:
“Lo racconta il fatto che sia stato selezionato tra le più grandi opere della retrospettiva sulla parabola artistica di Raffaello a New York. Già per questo il suo riconoscimento ha un valore universale, non solamente locale”.
Secondo Michelini, lo Stendardo ha svolto il ruolo di un vero ambasciatore della cultura: “Siamo davvero felici di riaccoglierlo a casa come ambasciatore che è stato a New York: ha portato l’Umbria e Città di Castello nel mondo e quindi ne siamo davvero orgogliosi”.
Un ritorno che racconta una storia
Oggi lo Stendardo della Santissima Trinità torna a essere protagonista della Pinacoteca Comunale, accanto alle opere di Luca Signorelli e di Spinello Aretino che restituiscono il contesto artistico in cui Raffaello mosse i suoi primi passi.
Il suo fascino sta proprio qui: nel mostrare non ancora il Raffaello delle Stanze Vaticane e della corte urbinate, quello delle grandi opere della maturità, ma il giovane artista che cerca la propria voce. Quella voce che oggi lo Stendardo può tornare a ricordare nella città in cui fu concepito.






