L’eccidio di Villa Santinelli, i giovani e il rarefarsi della conoscenza del Novecento

Al di là delle ricorrenze, lo studio scolastico della storia più recente appare sempre più frammentato

Sono trascorsi 82 anni dai fatti che, nel marzo 1944, a Sansepolcro e in Alta Valle del Tevere determinarono l’inizio di un vero e proprio movimento di opposizione al nazifascismo. Nel comune pierfrancescano tutto ebbe inizio il 19 marzo, quando una sollevazione spontanea vide prima la cittadinanza ribellarsi al coprifuoco imposto dal regime, poi i partigiani entrare in città per compiere un’azione dimostrativa. Da quel momento si innescò una sequenza di eventi che, come passo successivo e consequenziale, pochi giorni dopo portò all’eccidio di Villa Santinelli, nella campagna di Città di Castello. Era infatti il 27 marzo quando i partigiani della formazione di Sansepolcro dovettero arrendersi alle milizie tedesche e fasciste che assediarono l’edificio padronale in cui si erano rifugiati. In quei momenti drammatici e concitati, dopo aver finito le munizioni i giovani ribelli andarono incontro alla fucilazione senza rinnegare i propri ideali ed evitando di tradire i compagni. A distanza di diversi decenni, è forse proprio questo comportamento che può prestarsi maggiormente a far riflettere le giovani generazioni. Il limite principale che però si frappone tra questa ipotetica e auspicabile fruizione della storia e la realtà, si annida sulla stringata essenzialità di una domanda: i ragazzi di oggi possiedono sufficienti conoscenze storiche per comprendere compiutamente certi episodi?

Il quesito nasce dalla consapevolezza che a scuola la storia del Novecento non sempre, per motivi di impostazione generale e disponibilità di tempo, viene studiata in maniera approfondita. A partire dal 2004, infatti, certi argomenti vengono affrontati soltanto durante la terza media e la quinta superiore (chiamiamole così per praticità). Dal momento in cui gli alunni, intorno agli otto anni, iniziano a fare storia devono quindi attendere un quinquennio prima di studiare i regimi del XX secolo, i due grandi conflitti bellici e, magari, qualcosa di quello che viene dopo il 1945. Una volta arrivati a questo punto del percorso formativo scolastico, non è inoltre da escludere che, per motivi di tempo, i docenti non riescano neppure a concludere la trattazione della seconda guerra mondiale. Inutile dire che la responsabilità di ciò non sia tanto da attribuire agli insegnanti della secondaria di primo grado, bensì al fatto che in questo ordine di scuola il tempo destinato alle ore di lezione sia talvolta sacrificato in favore di altre attività e progetti. A scanso di equivoci, non è neanche il caso di sollevare una voce critica contro questa parte di lavoro che, uscendo un po’ fuori dagli standard tradizionali, può essere particolarmente proficua per la formazione dei ragazzi. Il limite maggiore può allora essere individuato in un’impostazione generale che, rispetto allo studio della storia, va a destinare moltissimo tempo alla trattazione delle prime civiltà, ad esempio, ma poi si trova a sacrificare quegli eventi più recenti attraverso cui è possibile comprendere e interpretare il mondo odierno.

In merito a ciò, potrebbe quindi essere opportuno intervenire sulle linee guida ministeriali affinché alcuni argomenti possano essere anticipati e/o sintetizzati nel corso delle ultime classi della primaria, o nelle prime due dell’ordine successivo. Se si considera, poi, che l’obbligo scolastico arriva fino a sedici anni, è evidente che in caso di abbandono l’attuale impostazione andrebbe a formare cittadini con una conoscenza decisamente frammentaria del Novecento. È inoltre da contemplare l’evenienza che anche in quinta superiore, man mano che ci si avvicina alla maturità, non sempre c’è una condizione ottimale per affrontare alcuni temi storici con i dovuti tempi. Senza considerare il fatto che soltanto di rado si riescono a dedicare lezioni al secondo dopoguerra e a quella parte di storia che si ricongiunge con il presente.

Tornando alle vicende che scossero l’Alta Valle del Tevere nel 1944, oggigiorno è certamente doveroso coinvolgere i giovani nelle celebrazioni di queste vicende, così come in quelle di altri eventi che hanno segnato il secolo scorso. È però lecito supporre che talvolta la valenza di certe azioni e atteggiamenti del passato non sia sempre colta nel pieno significato che si portano dietro. Ad esempio, con una conoscenza del fascismo e della seconda guerra mondiale quale quella che può essere acquisita – talvolta piuttosto frettolosamente – in terza media, si può realmente capire come potrebbero essere maturate le scelte compiute dai protagonisti del tempo? Fino a qualche anno fa in ogni famiglia c’erano testimoni diretti che potevano raccontare di persona quanto vissuto. Ora è sicuramente più complesso mettere a fuoco la condizione esistenziale di una generazione che, dopo essersi formata negli anni della dittatura, ad un certo punto si è trovata a un bivio: stare dalla parte della Repubblica Sociale o da quella dei combattenti della Resistenza? In una società come quella contemporanea in cui spesso (per convenienza, pigrizia o altro) si decide di non scegliere, potrebbe davvero avere senso immergersi nelle vicende di questa pagina di storia con tutti gli strumenti conoscitivi del caso. In tal modo, anche i valori o i presupposti etici che sono, ancora adesso, alla base della Costituzione, dell’ordine democratico e del relativo assetto istituzionale del Paese, sarebbero più semplici da apprendere nella loro pienezza. Viceversa, quindi in assenza di una solida base di conoscenze storiche, anche il lavoro svolto nelle ore di Educazione Civica potrebbe far conseguire risultati parziali. Così come, più in generale, senza le chiavi di lettura fornite dal passato più recente non sarà possibile comprendere gli assetti geopolitici su cui oggi si sta configurando un nuovo ordine globale.

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