La faticosa riscoperta di Luca Pacioli dopo la “bocciatura” di Vasari

La possibile origine di un equivoco che per secoli ha lasciato in ombra un grande protagonista del Rinascimento

Tra i protagonisti del Rinascimento italiano, quella di Luca Pacioli è una figura di primissimo piano. Oltre a mettere a punto il sistema contabile della partita doppia, con la sua instancabile opera di divulgazione scientifica lo studioso di Sansepolcro è riuscito a creare un terreno teorico di condivisione da cui hanno tratto nutrimento molte delle grandi personalità che sono vissute tra Quattro e Cinquecento. Tra queste si può annoverare persino Leonardo da Vinci, il cui genio per esprimersi si è avvalso anche delle conoscenze di matematica classica che fra Luca dal Borgo condivise con lui a Milano, alla corte di Ludovico Maria Sforza.

In altre parole non è improprio affermare che Pacioli è stato decisivo nel favorire il superamento dei limiti culturali, tecnologici e artistici del Medioevo, a beneficio di una società moderna che poteva finalmente sancire il ricongiungimento della matematica con le scienze applicate, delle arti figurative con la filosofia, della conoscenza con la comunicazione. In altre parole, grazie a lui le distanze tra la cultura dotta e quella popolare si sono ridotte, così da creare nuovi ambiti di applicazione per il sapere del tempo.

Eppure, nonostante tutto questo, nel corso dei secoli Luca Pacioli è rimasto piuttosto in ombra e ciò si deve, in buona parte, al giudizio drasticamente negativo che Giorgio Vasari ha espresso su di lui ne Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori. In questa celebre pubblicazione in cui l’autore, da Cimabue fino a Michelangelo, ripercorre la storia dell’arte attraverso i suoi principali protagonisti, Luca viene presentato come un usurpatore degli studi di matematica che aveva condotto il concittadino Piero della Francesca. Sia nell’edizione Torrentiniana che in quella Giuntina ciò emerge nitidamente proprio nelle pagine in cui Vasari ricostruisce la vita di Piero, mettendone in luce il suo originale modo di concepire l’arte che, per appunto, era figlio di un’eccezionale conoscenza della matematica classica. Di riflesso, nella stessa sezione, l’aretino si sofferma su Luca Pacioli utilizzando queste parole: “E colui (Pacioli) che con tutte le forze sue si doveva ingegnare di mantenergli (a Piero della Francesca) la gloria e di accrescerli nome e fama per aver pure appreso da lui tutto quello che e’ sapeva, non come grato e fedele discepolo, ma come empio e maligno nimico, annullato il nome del precettore, usurpatosi il tutto, dette in luce sotto nome suo proprio, cioè di fra’ Luca dal Borgo, tutte le fatiche di quel buon vecchio.”

Parlare in questi termini di Luca all’interno di quella che è una pietra miliare della storia dell’arte occidentale ha, quindi, contribuito a relegare il suo lavoro entro un livello di considerazione alquanto limitato. In effetti, il fatto che Luca Pacioli possa avere appreso la matematica da Piero della Francesca è innegabile. Al di là di ciò, soprattutto da alcuni decenni la figura del Pacioli è stata progressivamente sempre più riabilitata. Ad alimentare tale riscoperta è stata una significativa serie di studi (tra i quali si ricordano, ad esempio, quelli coordinati dal Centro Studi Mario Pancrazi) attraverso i quali è stato possibile liberare il matematico borghese da quell’alone negativo che, a causa dell’impietosa presentazione del Vasari, lo aveva avvolto per tanto tempo. Come già anticipato, oggi sappiamo che la sua poliedricità gli ha consentito di interagire attivamente con pittori, scultori, religiosi, filosofi, abachisti, scienziati e architetti del suo tempo. Questo ha fatto sì che si potesse mettere a sistema un insieme di approcci e processi che hanno saputo orientare il cammino dell’uomo verso una prospettiva totalmente nuova.

Alla luce di tutto ciò, il giudizio di Giorgio Vasari potrebbe essere stato il frutto di una sorta di equivoco: egli tendeva infatti ad ancorare il suo sguardo sugli uomini del Rinascimento a un ideale di rinnovamento dell’arte che, sul modello di Leonardo da Vinci, era simultaneamente imperniato sia su un’imprescindibile centralità della pittura, che sulla figura del genio universale. Probabilmente è anche da questo particolare approccio che potrebbero essere derivate le difficoltà a concepire e comprendere compiutamente il lavoro di Pacioli, dato che quest’ultimo, oltre a non praticare la pittura, non poteva di certo essere accostato alla figura di un genio (o uomo) universale. In altre parole, risultando scollegata dai processi creativi del tempo, la sua puntuale focalizzazione sullo studio e sulla divulgazione del sapere matematico non venne probabilmente compresa, lasciando così spazio a interpretazioni critiche che, ad esempio, si sono quasi sempre soffermate di più sull’individuazione delle possibili fonti utilizzate dal matematico, anziché sull’effettiva valutazione dei contenuti scientifici e culturali dallo stesso prodotti, rielaborati e veicolati.

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