I Giancattivi, la musica, i toscani, i diari: intervista ad Alessandro Benvenuti

L’autore di “Benvenuti in Casa Gori” ha festeggiato i 76 anni al Teatro Papini di Pieve ripercorrendo mezzo secolo di carriera

“In Boris dicevano che noi toscani avevamo devastato questo Paese, e un po’ secondo me è la verità”. Alessandro Benvenuti, attore, scrittore, musicista e regista, si è esibito sabato 31 gennaio, giorno del suo 76esimo compleanno, al Teatro Giovanni Papini di Pieve Santo Stefano.

Benvenuti, volto, voce, e penna storica del cinema toscano, ha messo in scena lo spettacolo Pillole di me, una raccolta di sketch comici portati in scena negli anni in vari spettacoli, tra cui Panico ma Rosa (dal diario del tempo sospeso), scritto durante il primo lockdown nel periodo Covid. Grandissimo successo e risate in sala, per un evento organizzato da Laboratori Permanenti all’interno della rassegna Metamorfosi, che ha fatto registrare il tutto esaurito.

L’attore toscano, al termine di un lungo applauso e degli auguri di compleanno del pubblico, ha ringraziato il pubblico con un abbraccio collettivo e commosso dal palco, lodando tutti per l’affetto e l’emozione indimenticabile. 

Gli appuntamenti della rassegna Metamorfosi proseguiranno domenica 8 febbraio alle ore 17.45 con lo spettacolo L’Arbitrato – La risoluzione della contesa commedia greca con maschere antiche di Menandro, una produzione Seven Cults per la regia di Roberto Zorzut.

76 anni oggi. Come si sente a festeggiare il suo compleanno sul palco del Teatro Giovanni Papini di Pieve?

Sono qui con la mia famiglia, siamo in un bellissimo agriturismo qui vicino e ci siamo presi due giorni di relax, di riposo, di cose familiari. Sono contento perché, nonostante il cielo non fosse proprio limpido, c’erano delle nebbie meravigliose e stasera c’era una luna tonda da far paura. Anche i miei nipotini erano estasiati davanti alla luna, quindi è stato davvero bello.

Pillole di me è una sorta di “best of”, una raccolta di momenti salienti di oltre cinquant’anni di carriera teatrale. Guardarsi indietro porta nuove idee?

Le idee sono quelle: vengono dal passato, si proiettano nel futuro, ti capitano nel presente. Si lavora costantemente in contatto con noi stessi. Questo mestiere non è mai distratto da nulla. Se si distrae è perché c’è stata una fulminazione, per cui magari vai sotto un tram, l’idea la pigli almeno prima di morire… oppure se non muori la sviluppi dopo, ma dipende da come vieni preso dal tram.

Si vive in un continuum temporale dove le idee arrivano da tutte le parti. Il tempo è una roba unica: a volte, nella stessa giornata, il presente, il passato e il futuro hanno la stessa importanza. In una giornata grigia può tornarti in mente un aneddoto o un momento di felicità pura vissuto trent’anni prima e quel ricordo ti illumina completamente la giornata. Io sono molto in contatto con il flusso del tempo, tanto che in casa tutti mi prendono in giro. Credo abbiano ragione.

Perché basta un battito di ciglia per far vagare la mente?

Perché si vive con tanta roba addosso. Oltre alle idee ci sono anche le voci. Magari borbotti e qualcuno dice: “C’è qualcuno?”. No, sto facendo un personaggio, perché vent’anni fa non avevo risolto una conversazione e ora mi è venuto in mente come farlo. Le migliori risposte arrivano sempre molto dopo. È un rifrullo, le sinapsi sono un frullatore. A un certo punto, in tutti i tempi, devi essere tu il tempo. Non so se l’ho spiegato bene.

In un’intervista ha dichiarato che, da giovanissimo, lei scriveva diari. Pieve Santo Stefano è nota come la “città del diario”. Conosce l’Archivio Nazionale?

Certamente. Infatti mia moglie dice che i diari che ho scritto nel corso degli anni un giorno finiranno tutti lì. Ne ho forse un centinaio, perché scrivo diari da sempre. All’inizio erano diari quotidiani, poi sono diventati scuse per elaborare idee che, partendo da un fatto reale, prendevano una direzione fantastica.

Ho sempre proibito a mia moglie di leggere i miei diari, perché è difficile capire fin dove c’è lei e dove entra un’altra donna di fantasia. Però lei si fida di me, ma è meglio che nessuno li legga. Quella dell’Archivio è un’iniziativa straordinaria, quasi confortante. È una cosa assolutamente originale, almeno per me. Una gran bella idea.

Teatro, cinema, tv, senza dimenticare musica. Cosa le manca dei suoi anni da cantautore?

Io faccio il cantautore anche oggi. Quello è stato l’inizio che mi ha avvicinato alla musica, non solo per scrivere canzoni. Ho una grandissima facilità nel creare melodie. Avvicinarmi alla musica mi ha fatto capire che la musica è ovunque. La mia scrittura è profondamente ispirata e condizionata, in senso positivo, dalla musica.

Lo spettacolo di stasera è una sorta di reading nato come esemplificazione delle scritture comiche del Novecento. È una cosa in cui si respira musica dall’inizio alla fine. La scrittura è una partitura, la voce in teatro è un canto. Il ritmo e il tempismo sono essenziali, soprattutto nella comicità. Se sbagli il tempo della battuta finale, anche una barzelletta bellissima non funziona più.

Io continuo sempre a fare musica. Lavoro continuamente sui testi, anche su quelli già scritti, aggiungendo una nota, uno stacco, una sottolineatura. La musica è la madre di tutte le arti: con la musica un film cambia, un quadro cambia. Se musica e immagini si sposano bene, si crea una sorta di iperarmonia cerebrale che ti porta in uno stato di trascendenza.

Quando recito, lavoro su questo affinamento musicale. Se salgo sul palco con 40 di febbre, quando finisco ne ho 37, perché respirando armonia il corpo ne risente positivamente.

C’è qualche artista contemporaneo che la colpisce?

Ultimamente ho ascoltato un gruppo che si chiama Joycut. Mi hanno colpito moltissimo. Un loro pezzo, The First Song, mi ha aiutato a scrivere l’ultimo lavoro fatto con il Metastasio di Prato, Lieto Fine. L’ho scoperto perché una delle mie nipoti è la batterista del gruppo. Sono andato a sentirli dal vivo e sono rimasto colpito.

Ricordo perfettamente il momento: ero in autostrada, tra Roma e Firenze, all’altezza di Monte San Savino, c’era il sole. Se ti ricordi il momento preciso in cui ascolti una cosa, vuol dire che ti ha toccato davvero. Ho pensato: “Questo è il ritmo giusto, questo è il cuore dello spettacolo”.

A Ovest di Paperino, il suo esordio sul grande schermo, compie 45 anni. Un lavoro che segna anche la fine del sodalizio con Francesco Nuti.

Esatto. Dopo due settimane il gruppo dei Giancattivi si sciolse. Per me è un film di dolore, tant’è che manca di un vero e proprio finale perché le condizioni non ci consentivano di continuare a girare. I produttori ci costrinsero a rigirare un paio di giorni, o meglio di notti, sei mesi dopo. Il film così è sopravvissuto al proprio carnefice.

È uscito da poco un libro su questo film, Ovest di Paperino. Storia di un capolavoro di Pierpaolo Corradini (Il Foglio Edizioni 2025) che parte proprio da qui: la vita che sopravvive. La mia non è un’accusa, quelli di Francesco erano malesseri seri. Se uno sta male, sta male davvero. Purtroppo se il film è rimasto incompiuto fu per questo motivo.

Quella con Francesco Nuti è un’amicizia travagliata all’interno di una vita, la sua, molto sfortunata. Potrebbe condividere un ricordo?

Noi due abbiamo vissuto insieme tutte le stagioni dell’anima. Dopo tanto dolore ci siamo riappacificati. Nove anni dopo la rottura, lui produsse Benvenuti in casa Gori, segno di una rinascita del rapporto. Ci siamo voluti molto bene. L’unica cosa che davvero mi addolora è non aver potuto realizzare insieme un adattamento di Aspettando Godot a teatro. Era un sogno che avevamo sin dall’inizio, ma non c’è stato tempo.

Proprio lo scorso ottobre, il film Benvenuti in Casa Gori ha compiuto 35 anni. Un cult indimenticabile del cinema toscano. Cosa ricorda di quell’esperienza?

Una grande gioia. Era un ritorno al cinema dopo anni di buio. Lo spettacolo riempiva le sale, era un evento. Un attore che faceva tutti i ruoli, una commedia con dieci personaggi interpretati da una sola voce.

Rimettere insieme i Giancattivi, Francesco Nuti come coproduttore, io come attore, regista e sceneggiatore con Ugo Chiti, che è mio fratello di sangue… mia figlia Camilla, la piccola Samantha, mia moglie come controfigura… Cinecittà che ti apre le porte, Cecchi Gori che ti dà un cinema a Roma per un mese… è un film pieno di ricordi meravigliosi.

Ricordo il sole rosso al tramonto tornando a casa da Capannelle per raccontare le favole alle mie figlie. Sono attimi di felicità che non puoi spiegare.

Secondo lei oggi chi sono i nuovi grandi interpreti del cinema toscano?

La verità è che sono tutti bravissimi. Il problema non sono gli interpreti, ma le storie. Quando il commercio prende il sopravvento, si perde il senso. Il teatro e il cinema dovrebbero essere continua innovazione, non ripetizione. Noi, quelli della mia generazione e anche un po’ prima, abbiamo fallito quando ci siamo autoriproposti fino alla consunzione.

L’altro giorno sono andato a vedere al cinema Sentimental Value, mi sono commosso, insieme a mia moglie. Due bischeri a piangere in sala, a Prato. Vincerà l’Oscar, ma non solo perché gli interpreti sono bravi, ma perché queste sono storie importanti che raccontano l’essere umano.

Il comico vero porta dolore, non porta occhieggiamenti. Poi tu ridi, ma è la vita che conta, non l’operazione che funziona. Noi toscani ce la siamo giocata la credibilità, tant’è che giustamente anche la serie Boris ci ha preso per il culo: “Il segreto di questa serie è che non ci sono i toscani, i toscani hanno devastato questo Paese”, io sono totalmente d’accordo con loro.

I Giancattivi perché nacquero? Perché a parte la bravura, ribadisco, degli interpreti, non se ne poteva più del teatro vernacolo. Io vengo da una compagnia amatoriale di parrocchia e ho debuttato a 14 anni con una farsa terribile, quindi non ho nulla contro il teatro vernacolo, però è giusto che ci sia l’alternativa. Cambiare richiede forza. Se non perdi qualcosa, non guadagni nulla di nuovo. Altrimenti muori lentamente in una bara d’oro.

Lo scorso 16 gennaio è andata in onda l’ultima puntata de I delitti del Barlume, serie televisiva tratta dai libri di Marco Malvaldi. Qual è oggi il suo rapporto con il personaggio di Emo Bandinelli?

Pazzesco, io non ho nemmeno visto le puntate. Però sono molto grato di far parte di questa serie, soprattutto al regista Roan Johnson che mi ha voluto con sé. È un lavoro bello, fatto in un contesto organizzato, umano. È stato un bel percorso. Poi certo, dal punto di vista logistico è molto difficile lavorare all’Isola d’Elba, da maggio a giugno, su un set vista mare… è davvero un grande stress, ma facciamo tutti un sacrificio!

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