Dire “dialetto tifernate” potrebbe non bastare per raccontare tutti i modi in cui si parla a Città di Castello. Dietro una parlata immediatamente riconoscibile anche al di fuori dei confini comunali si nascondono infatti differenze legate alle diverse zone di un territorio particolarmente ampio. È da questa varietà che prende le mosse “I dialetti di Città di Castello”, il nuovo studio di Matteo Nunzi promosso dall’Istituto di Storia Politica e Sociale “Venanzio Gabriotti”.
Il volume costituisce il Quaderno numero 29 dell’Istituto e sarà presentato domenica 6 settembre alle 16.30 alla Biblioteca comunale Carducci. Un appuntamento che permetterà di entrare nel merito di una ricerca il cui titolo offre già una prima indicazione: non “il dialetto”, ma “i dialetti”, al plurale. Il lavoro approfondisce infatti come la parlata di Città di Castello assuma caratteristiche differenti spostandosi nelle varie parti del territorio tifernate.
Un tema che acquista un significato particolare proprio in un comune dove il capoluogo e le numerose frazioni compongono una geografia molto estesa e articolata. E dove, accanto alla distanza misurata in chilometri, esistono anche differenze sedimentate nel modo di parlare.
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Il dialetto diventa così anche uno strumento attraverso il quale leggere il territorio e la sua storia: un patrimonio orale trasmesso tra generazioni che, proprio nelle sue variazioni, può raccontare qualcosa delle comunità che lo hanno utilizzato.
E allora la domanda con cui avvicinarsi all’appuntamento di domenica è forse proprio quella suggerita dal titolo scelto da Nunzi: quando parliamo di tifernate, siamo davvero sicuri di parlare di un solo dialetto?






