Nonostante la sua natura immateriale, il modo di parlare delle persone può – a tutti gli effetti – essere considerato un bene culturale. Questo devono averlo ben capito le tante persone che domenica scorsa, nonostante la calura, si sono recate presso la Biblioteca comunale Carducci di Città di Castello per assistere alla presentazione de “I dialetti di Città di Castello”, il volume scritto da Matteo Nunzi in collaborazione con l’Istituto di Storia Politica e Sociale Venanzio Gabriotti.
Nel corso del pomeriggio il linguista ha dialogato con Alvaro Tacchini, spiegando innanzitutto perché nel territorio di Città di Castello è più appropriato parlare di dialetti al plurale e non al singolare. Per Nunzi si possono infatti riscontrare differenze piuttosto significative tra le varie zone del Comune tifernate, sia da un punto di vista lessicale, che – soprattutto – da un punto di vista fonetico. Tali varietà, più che risentire delle influenze linguistiche delle zone limitrofe, sono il risultato di un modo di parlare che è stato sicuramente condizionato da vicende storiche che, ad esempio, hanno in certi casi creato forti relazioni con altre aree (come quella romagnola che un tempo si univa all’Alto Tevere grazie al corridoio bizantino). A queste si devono poi aggiungere i differenti contesti di vita che hanno contribuito a sedimentare usi linguistici non sempre omogenei: in merito a ciò Nunzi ha fatto notare come e, per certi versi, perché il dialetto tifernate parlato in città continui a presentare alcune significative varianti rispetto a quello delle campagne. A differenza di queste ultime, infatti, il centro cittadino è sempre stato più aperto alle trasformazioni, accogliendo maggiormente forme che si avvicinano all’italiano. Questo, tuttavia, si sovrappone a differenze territoriali comunque presenti, la cui suddivisione principale è quella che può essere tracciata, ricorrendo approssimativamente al fiume Tevere, tra la parte est e quella ovest del Comune.

Dopo questa prima parte, nel prosieguo della sua relazione il linguista ha illustrato anche quelli che invece, al netto delle differenze, possono ancora oggi essere gli elementi unitari riscontrabili in tutte le parlate del territorio di Città di Castello. Grazie anche ad alcuni spunti provenienti dal pubblico, Nunzi si è soffermato su quelle caratteristiche che accomunano tutti i dialetti tifernati, come ad esempio il vocalismo proveniente dalla Romagna, i particolari usi della S sorda e sonora, la A che da un punto di vista fonetico diventa un suono a metà tra la A e la E, ecc. Nel complesso si può certamente affermare che in questa zona dell’Alto Tevere la sensibile differenza con il l’italiano, quindi la forte caratterizzazione, ha fatto sì che nel tempo certi usi dialettali si conservassero meglio che altrove. Tanto per fare un confronto con un centro vicino, questo non si è verificato, infatti, a Sansepolcro, dove le influenze linguistiche provenienti da Arezzo e più in generale dalla Toscana, hanno nella seconda metà del Novecento provocato un deciso mutamento del modo di parlare.
Nel post sottostante si propongono alcune delle spiegazioni e degli esempi che Nunzi ha fornito durante l’appuntamento di domenica scorsa. Le stesse possono essere ritrovate, in versione più approfondita e con i dovuti riferimenti tecnici e scientifici, nel volume che è stato presentato (coloro che fossero interessati all’acquisto possono contattare i recapiti indicati sul sito dell’Istituto Gabriotti).







