Ci sono fasi della storia umana in cui, con inquietante regolarità, tornano a imporsi logiche antiche: il forte contro il debole, la conquista come forma di legittimazione del potere, l’idea che il controllo di un territorio – anche minuscolo – possa ancora giustificare la violenza, la sopraffazione, la morte. Cambiano i contesti, mutano i linguaggi, ma lo schema resta sorprendentemente simile a quello che attraversa secoli di storia.
È come se l’umanità, pur avendo accumulato conoscenze, strumenti e consapevolezze senza precedenti, faticasse a liberarsi da una tentazione ricorrente: trasformare frazioni sempre più piccole del mondo in campi di battaglia, riversando su di esse conflitti, ambizioni e paure. Fiumi di sangue per porzioni di territorio che, viste da una distanza sufficiente, non sono che impercettibili dettagli.
È da questa prospettiva che assumono un significato particolare le parole pronunciate lo scorso 29 maggio a Firenze, nella Sala del Cenacolo di Santa Croce, da Telmo Pievani in occasione dell’evento di apertura del Festival dei Cammini di Francesco. Non un commento sull’attualità, ma una riflessione più profonda sul nostro modo di abitare il mondo, costruita attorno a una delle immagini scientifiche più potenti mai prodotte dall’uomo: la fotografia della Terra scattata dalla sonda Voyager ai confini del Sistema Solare.
Ospite di Fondazione Progetto Valtiberina e Opera di Santa Croce, il filosofo e saggista spiega attraverso le parole di Carl Sagan come questa immagine rappresenti una lente preziosa con cui leggere il presente: un invito a ridimensionare l’illusione di grandezza che accompagna ogni smania di conquista, ricordandoci quanto sia fragile, minuscolo e condiviso il luogo in cui tutta la nostra storia si è consumata.
“Per la prima volta un occhio umano vede la Terra da sei miliardi di chilometri di distanza. In quella foto il nostro pianeta occupa 0,12 pixel. Niente. Un pallino azzurro sbiadito, quasi invisibile, sperduto là in fondo nel nulla” ha ricordato Pievani, invitando successivamente il pubblico a pensare “ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di quel puntino.”
La conclusione, affidata alle parole di Sagan, è quella che Pievani sceglie di leggere oggi, “proprio in questi momenti in cui sentiamo ogni giorno parlare di sofferenza e dolore”.
“Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa arrivare da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.”





