PFAS, le analisi di Arpat dimostrano che nel suo tratto toscano il Tevere è in salute

In attesa che i controlli sulle acque (a partire da quelle potabili) diventino programmatici, i dati raccolti in Valtiberina fanno tirare un respiro di sollievo

Era l’estate scorsa quando la pubblicazione dei risultati delle analisi svolte dalla “Rete Zero PFAS Toscana” avevano fatto sorgere un interrogativo sullo stato di salute dell’acqua del Tevere. In ben due punti, uno nel Comune di Pieve Santo Stefano (a Formole) e uno in quello di Sansepolcro (poco prima del confine con l’Umbria), erano stati rinvenuti livelli di PFAS, ovvero di sostanze perfluoroalchiliche, superiori rispetto a quelli riscontrati in altre località toscane: complessivamente nel primo punto di monitoraggio la somma dei PFAS rilevati era stata di 15 ng/L (nanogrammi a litro), mentre la stessa è stata di 25,7 ng/L.

A richiamare l’attenzione su questa possibile problematica aveva sicuramente contribuito anche il precedente ritrovamento di PFOS (ovvero una sottocategoria dei PFAS) nella fauna ittica del vicino torrente Cerfone. Ciò aveva dunque fatto avanzare l’esigenza di far analizzare le acque del Tevere dall’Arpat, ovvero dal soggetto che, in Toscana, si occupa di effettuare controlli in maniera ufficiale. Lo scorso 1° ottobre gli operatori di tale ente si sono dunque recati fisicamente in Valtiberina per prelevare campioni d’acqua negli stessi punti precedentemente citati. Dalle successive analisi svolte è emerso che a Formole di Pieve Santo Stefano non sono presenti PFAS, mentre a Sansepolcro, proprio in prossimità di dove il torrente Afra si immette nel Tevere, il quantitativo complessivo è stato attestato nell’ordine di 2,5 ng/L.

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I punti esatti dove l’Arpat ha prelevato i campioni per le analisi.

Gli esiti delle analisi effettuate dall’Arpat fanno quindi tirare un respiro di sollievo. Al di là di ciò, è però forse opportuno segnalare che le tipologie di PFAS che l’ente ha ricercato nei campioni sono di meno rispetto a quelle su cui si erano soffermate le precedenti analisi non ufficiali. Per alcuni composti non è pertanto possibile eseguire un raffronto e ciò ha parzialmente influito sul risultato finale ottenuto; rispetto alle tracce di acido perfluoroesanoico (PFHxA) – misurate in entrambe le occasioni – si può invece constatare che queste sono praticamente scomparse durante la seconda rilevazione. Il fatto, inoltre, che il campione sia stato prelevato in un momento di inizio autunno in cui le piogge erano state piuttosto copiose, potrebbe portare a sostenere che la maggiore quantità di acque superficiali possa aver contribuito a “diluire” certi composti, rendendone più difficile la conseguente individuazione. Nel caso specifico si può però supporre che sia la portata del Tevere, sia la disponibilità di Montedoglio, in quel momento dell’anno, nonostante alcune abbondanti precipitazioni, non si discostavano troppo da quelle di qualche mese prima. In definitiva quindi, nonostante queste considerazioni, nel complesso i valori raccolti da Arpat sono probabilmente in grado di fornire una fotografia piuttosto realistica dell’effettivo stato di salute dell’acqua del fiume Tevere.

Estendendo la trattazione di questo argomento al più ampio quadro della scala regionale, proprio in questi giorni le associazioni che fanno parte della “Rete Toscana Tutela Beni Comuni” e di “Zero PFAS Toscana” sono uscite congiuntamente con un comunicato che chiede alla Regione di far rispettare, tramite le AUSL e l’ARPAT, le norme vigenti in materia di controlli e monitoraggi della qualità dell’acqua, a partire da quella indirizzata ad usi potabili. Come emerso in seguito a un accesso agli atti effettuato dalle stesse associazioni, visto che in Toscana i soggetti sopra citati non sono ancora materialmente in grado di esercitare un’azione programmatica sul controllo dei PFAS, i firmatari del comunicato hanno esortato l’assessore regionale di riferimento, Davide Barontini, a mobilitarsi per recuperare il tempo perduto e garantire una reale attuazione del principio di trasparenza che è alla base del nuovo quadro normativo sulla qualità delle acque.

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