Da qualche tempo in molte zone d’Italia gli esemplari appartenenti ad alcune specie della fauna selvatica sono aumentati in maniera consistente, andando talvolta a sovraccaricare gli ecosistemi che li ospitano. Questo sta avvenendo anche in molte aree dell’Italia centrale, dove il numero di cinghiali, caprioli, daini e cervi è evidentemente superiore rispetto a qualche decennio fa.
Le conseguenze che si legano a ciò hanno in primo luogo a che fare con la sicurezza stradale, con le attività di produzione agricola e con allevamento de bestiame. Persino la crescente presenza del lupo nei rilievi dell’Appennino non sembra limitare tale diffusione, provocando addirittura un tendenziale spostamento delle specie sopra citate in fasce territoriali più prossime alle zone abitate. Certi animali, come i daini, sono stati importanti nei boschi del centro Italia in tempi relativamente recenti, sottraendosi poi al controllo dell’uomo che, dall’inizio, ne aveva circoscritto la presenza ad alcune aree perimetrate. Una volta fuoriusciti da queste la diffusione è stata rapida e inarrestabile, di conseguenza oggi risulta alquanto arduo ripristinare una sorta di equilibrio naturale.
Proprio per cercare di attenuare il problema la Giunta della Regione Toscana si è recentemente mossa con la delibera n. 88/2026 e poi, lo scorso 11 maggio, con la n. 564: la prima ha approvato un drastico piano di controllo del cinghiale anche all’interno delle Riserve Naturali regionali e nei Siti della Rete Natura 2000, mentre la seconda ha proposto, su allegato, un protocollo per la gestione di cervidi e bovidi per il triennio 2026–2028. Tramite questo documento sono stati autorizzati prelievi massicci di animali che appartengono a quelle specie che appaiono ancora in tendenziale espansione: di fatto sono quindi state definite percentuali di riduzione che oscillano dal 35% al 45%, senza risparmiare i cuccioli, visto che per gli esemplari di entrambi i sessi con meno di un anno di vita la soglia di abbattimento può arrivare al 35%. Nelle aree non vocate (quindi in quelle dove secondo la Regione Toscana non dovrebbero essere presenti tali animali) addirittura è stata prevista l’eliminazione del 100% dei cervidi e dei bovidi, oltre che dei cinghiali.
Assieme al Piano Faunistico Venatorio della Toscana che è stato presentato ieri, questi provvedimenti si troveranno quindi ad autorizzare un atteggiamento venatorio che una parte del mondo associativo ambientalista toscano – a partire dal CAAART (Coordinamento Associazioni Animaliste e Ambientaliste della Regione Toscana) – non ha esitato a definire inaccettabile. Secondo tali soggetti gli animali selvatici sono semplicemente stati ricondotti a un mero problema numerico da gestire prevalentemente attraverso il prelievo. Inoltre in assenza di censimenti scientifici verificabili e aggiornati è, per gli stessi, azzardato fissare percentuali di prelievo per specifiche classi demografiche, tanto più che nelle aree non vocate è prevista una vera e propria opera di eradicazione. In altre parole, ad essere contestato non è stato soltanto l’approccio, ma anche il metodo che ha guidato il lavoro dell’ente legislatore.
Tali note critiche, così come il dibattito che negli ultimi giorni si è formato attorno a questo tema, dimostrano che il problema della gestione della fauna selvatica può raggiungere livelli di complessità davvero alti. In merito a ciò può essere opportuno ricordare che talvolta un’eccessiva tutela delle specie animali potrebbe, ad esempio, favorire un processo di deterioramento della flora, con porzioni di aree boschive che potrebbero faticare a raggiungere o mantenere il proprio climax ecologico. La presenza di cervidi e bovidi, ad esempio, può limitare fortemente la rinnovazione vegetale, con ovvie conseguenze negative sulla biodiversità. Insomma, individuare un possibile punto di equilibrio non è semplice, per questo motivo anche tra chi ha un’accentuata sensibilità ambientale possono essere rilevate posizioni piuttosto differenti.
Venendo alla Valtiberina, al momento non è facile prevedere quali effetti potrebbero produrre i provvedimenti varati a Firenze in questi giorni. In linea di massima, le condizioni teoriche per attenuare il problema potrebbero esserci, anche se però non è chiaro come e quanto certe azioni possano o meno produrre altri eventuali contraccolpi sugli ecosistemi locali. Di certo nel fondovalle di Sansepolcro – che in virtù della significativa presenza umana è stato classificato come un’area non vocata – potranno essere prelevati tutti gli esemplari delle specie faunistiche sopra menzionate.






