Come illustrato in un precedente articolo oggigiorno non rimane molto dell’antico Palazzo dei Monaci (Badia Tedalda), un complesso monastico che per tanto tempo è stato una tappa di sosta e ricovero per i viandanti che, transitando dalla Valtiberina alla Valmarecchia, attraversavano l’Appennino. Le testimonianze materiali di natura architettonica si stanno infatti drasticamente deteriorando, lasciando spazio a un fitto bosco. Nel futuro prossimo di queste non rimarrà praticamente nulla, se si esclude qualche rovina e un affresco trecentesco che si è salvato grazie a un distaccamento che ne ha consentito il trasferimento nella sala delle sinopie del Museo Civico di Sansepolcro.
Una considerazione del genere sarebbe però incompleta se si omettesse il fatto che anche da un punto di vista immateriale ci sono aspetti che rischiano seriamente di sprofondare definitivamente nell’oblio. Se, infatti, la storia del luogo è stata indagata e scritta da alcuni studiosi (tra cui si ricorda Amedeo Potito) che hanno cercato di portarne in luce gli elementi più rilevanti, con la scomparsa di coloro che sono ancora i custodi di una radicata memoria viva, saranno dilavate via diverse altre informazioni più informali che riguardano, soprattutto, la percezione che un tempo le persone avevano del Palazzo dei Monaci. Trattasi, in particolare, di svariate suggestioni che sono perlopiù riconducibili al novero delle leggende.
Come riportato da Massimo Gugnoni nel suo volume “Alta Val Marecchia: storia, arte, ambiente, cultura”, fino a qualche anno fa erano molte le storie che parlavano del Palazzo dei Monaci come un luogo spettrale abitato da fantasmi e teatro di strani fenomeni: nei pressi dell’antico monastero – così si diceva – la notte si potevano avvertire urla strazianti e altri rumori a cui non era semplice dare una spiegazione, se non quella che tutto ciò potesse essere provocato dalle anime di coloro che erano morti violentemente all’interno della struttura. Questa doveva in effetti apparire come una sorta di edificio maledetto, se si considera che tali dicerie erano alimentate dalla convinzione che al suo interno risiedevano, in maniera punitiva, monaci che si erano macchiati di peccati e crimini al limite del perdonabile. Oltre a ciò, fino a pochi anni fa, gli anziani della zona ancora raccontavano di famigerate botole e trabocchetti che avrebbero inghiottito un numero non precisato di persone.
È verosimile che a generare storie di questo tipo abbiano contribuito sia l’aspetto visibilmente malandato del luogo, sia la presenza stessa dei monaci: non è infatti da escludere che le preghiere di questi ultimi potessero, soprattutto con l’oscurità, essere udite in maniera tendenzialmente lugubre, così come è plausibile che i loro spostamenti notturni – con candele e torce che d’inverno potevano essere avvistate da lontano – abbiano talvolta potuto assumere un aspetto vagamente sinistro.
Un dato certo che può essere associato a tali prodotti dell’immaginazione popolare riguarda il ritrovamento in loco di un notevole numero di scheletri: questo potrebbe però essere riconducibile al fatto che, trattandosi di un sito piuttosto trafficato, nel corso dei secoli furono, per forza di cose, molte le sepolture effettuate in prossimità del Palazzo dei Monaci. A prescindere dall’effettivo livello di veridicità, riflettendo in termini più generali è facile constatare che tutte queste testimonianze orali rischiano di estinguersi assieme agli ultimi pochi anziani che ancora le custodiscono. Da questo punto di vista, il destino di queste sembra dunque essere lo stesso dei resti delle antiche architetture che il tempo, soprattutto negli ultimi anni, si sta voracemente portando via.
La memoria del Palazzo dei Monaci potrebbe però ancora continuare ad avere un prosieguo futuro grazie a una preziosa testimonianza che per ora sembra essersi sottratta a un processo di rapido e inesorabile sfacelo: l’affresco trecentesco raffigurante la Madonna in trono tra due santi che, poco dopo il definitivo abbandono del palazzo, è stato distaccato dalla parete dell’antica chiesa e trasferito al Museo Civico di Sansepolcro. L’opera, parzialmente danneggiata e con lacune piuttosto estese, riporta al centro la Vergine vestita di rosso con il piccolo Gesù tra le sue braccia. Ai lati compaiono due santi, entrambi con un libro in mano: quello a sinistra sembra tenerlo chiuso tra le mani, mentre quello a destra ne mostra il contenuto. Proprio cercando di interpretare le poche parole decifrabili, la scritta esibita sembra essere una giaculatoria che potrebbe essere rivolta al Beato Macario. Se davvero questo fosse il nome corretto, il personaggio richiamato potrebbe essere o San Macario l’Egiziano (abate del IV secolo), o un monaco benedettino del XII secolo che si trasferì dalla natia Scozia in Germania per fondare un monastero. Quando era in vita questi divenne un esempio di misericordia per i poveri e i bisognosi, mentre dopo la morte la sua tomba fu collegata ad alcune guarigioni. Sarebbe interessante condurre uno studio più approfondito per capire – eventualmente – quale legame potrebbe esserci tra uno di questi personaggi e il Palazzo dei Monaci che sorgeva, come già scritto, in uno dei luoghi più sperduti dell’Appennino.

Nel complesso le informazioni sul dipinto sono davvero molto scarse (almeno quelle reperibili), pertanto non è facile al momento capire compiutamente il senso della scena raffigurata e identificare i due personaggi laterali. Di certo, come testimonia la mitra, quello di destra è un vescovo santificato, ma è piuttosto arduo spingersi oltre questo elementare livello di interpretazione. Da un punto di vista estetico lo stile espressivo e i colori utilizzati sembrano rimandare a un contesto culturale che può, almeno per certi aspetti, essere identificato con quello riminese del tempo. A prescindere dagli interrogativi, associando le poche informazioni reperibili ad alcune ipotesi interpretative, non è dunque fuori luogo affermare che l’affresco del Palazzo dei Monaci rappresenta, in assoluto, una delle testimonianze pittoriche più antiche di questo lembo di territorio appenninico che si estende tra la Valtiberina e la Valmarecchia.



