Nel Comune di Badia Tedalda, a circa 40 minuti di cammino da Viamaggio, scendendo verso il torrente Presale, c’è un luogo che appare tra i più remoti e impervi della Valtiberina. A dare questa impressione è probabilmente la natura scoscesa del versante che, assieme a una rigogliosa vegetazione, sembra amplificare la lontananza dagli insediamenti umani della zona. Si tratta del punto in cui un tempo si trovava il Palazzo dei Monaci, un antico hospitale, ovvero una struttura di ricovero per viandanti, nata probabilmente – come spiegato da M. Gugnoni nel suo volume “Alta Val Marecchia: storia, arte, ambiente, cultura” – per volontà dei Benedettini in uno spazio dove, forse anche prima dell’anno Mille, era presente un eremitaggio con una cella.
Potrebbe essere arduo trovare una spiegazione al fatto che un edificio di questo tipo, indicato frequentemente come monastero, possa essere nato proprio in un posto così scomodo e sperduto, se non fosse che durante il medioevo lo stesso era attraversato da un’importante via di comunicazione che, tramite il Passo dello Sprugnolo, metteva in collegamento la Valtiberina con la Valmarecchia. C’è infatti da dire che per diversi secoli alla romana via Major (ovvero Viamaggio, che a sua volta faceva parte della via Ariminensis) si tendevano a preferire altre tratte appenniniche, come per appunto quella in questione, il cui tragitto è in buona parte percorribile ancora oggi.
Il Palazzo dei Monaci è stato quindi per tanto tempo una tappa di sosta e ricovero nel punto più scomodo e dislocato della traversata appenninica: transitavano qui pellegrini, viandanti, contrabbandieri e persino le greggi che annualmente si spostavano da questi rilevi dell’Italia centro-settentrionale verso la Maremma. In un contesto piuttosto isolato e pericoloso, frequentato anche da briganti e malviventi, il monastero rappresentava un presidio cruciale. Questo fino, perlomeno, al 1784, ovvero al momento in cui i monaci benedettini lasciarono la struttura. A favorire questa svolta contribuì la riorganizzazione della “comunità di Badia Tedalda” voluta da Pietro Leopoldo I nel 1775. Il Palazzo dei Monaci venne pertanto prima abbandonato, poi venduto alla famiglia Biozzi, quindi riconvertito in una casa colonica che da lì in poi venne utilizzata soprattutto come alpeggio da allevatori che, praticando la transumanza, tenevano qui il bestiame soltanto nei mesi estivi. È proprio in questo periodo che, anche a seguito del terremoto del 1781, il complesso architettonico iniziò a cambiare il proprio aspetto, avviandosi verso un destino di declino e di progressivo ridimensionamento.
L’edificio che venne realizzato nel XVI secolo si sviluppava attorno a una corte, raccogliendo probabilmente al suo interno la piccola chiesa preesistente. Lo stesso doveva risultare piuttosto imponente e ciò si può facilmente evincere osservando il sedime riportato sulla carta del Catasto Generale della Toscana (risalente alla metà degli anni ‘20 del 1800).

Successivamente i due lati sud-occidentali crollarono, facendo gradualmente perdere le proprie tracce. Rimasero abitati e utilizzati gli altri corpi architettonici, compresa la piccola chiesa che, nel raccogliere una storia ancor più antica di quella del palazzo, a metà del XIX secolo era ancora denominata di Santa Maria in Moscheto nell’Alpi. Il fatto che questo edificio di culto possa essere precedente alla struttura cinquecentesca trova riscontro in un affresco del Trecento raffigurante la Madonna in trono tra due santi. In un prossimo articolo si parlerà di quest’opera che, dopo essere stata distaccata dalla parete dell’antica chiesa, si trova oggi al Museo Civico di Sansepolcro.
Come accaduto ad altre strutture coloniche, anche l’abitazione, le stalle e gli altri annessi di quello che un tempo era il Palazzo dei Monaci furono abbandonati negli anni ‘70 del secolo scorso. Nel giro di qualche decennio la vegetazione si è a poco a poco ripresa i suoi antichi spazi, mentre gli edifici hanno iniziato a deteriorarsi sempre di più. Ciò ha portato a crolli che, nel giro di pochi anni, hanno reso irriconoscibili la maggior parte delle componenti architettoniche che in passato andavano a caratterizzare questo luogo. In particolare, con il crollo della facciata dell’immobile più grande (avvenuto durante l’inverno 2019-2020), in tempi molto recenti è praticamente andata perduta la testimonianza strutturalmente più significativa; la stessa che, fino allo scorso decennio, consentiva ancora di percepire l’originaria entità volumetrica dell’intero complesso.

Come dimostra il raffronto tra una foto di Massimo Gugnoni (probabilmente scattata proprio alla fine del decennio scorso) e una attuale, nel giro di pochi anni si sono perse definitivamente le tracce dell’edificio principale, ovvero quello che aveva mantenuto fino alla fine una funzione abitativa. Tra rovi, vitalbe, faggi e ortiche, oggi persino le sue macerie sono diventate appena percettibili. Gli ultimi riscontri tangibili attraverso i quali si può avere un richiamo visivo su ciò che in passato è stato questo luogo, sono dunque, per ora, rappresentati soltanto da alcune porzioni di pareti degli altri immobili secondari.








