Nei venticinque anni che è stato Granduca di Toscana, Pietro Leopoldo I ha dimostrato di essere davvero un sovrano illuminato, a tratti quasi visionario. Non a caso se il 30 di novembre si celebra la Festa della Toscana lo si deve alla sua riforma del diritto penale del 1786 che consentì al Granducato di essere il primo stato ad abolire la pena di morte e l’uso della tortura. Per quanto epocale l’azione di Pietro Leopoldo non si limitò soltanto a questo provvedimento e, più in generale, gli ambiti in cui egli provò a tradurre concretamente le idee dell’Illuminismo furono molti: dall’economia, i trasporti e il fisco, fino alla cultura e alla laicizzazione dello Stato, il Granduca lorenese provò davvero ad applicarsi in favore del bene pubblico e della felicità dei cittadini.
A partire da questo presupposto, in un giorno che ricorda la modernità della sua Toscana può forse essere interessante adottare una scala geografica diversa per provare a capire come Pietro Leopoldo si pose nei confronti di un territorio piuttosto marginale come l’odierna Valtiberina e quali provvedimenti si trovò a promulgare per esso. Per fare questo saranno proposti alcuni spunti della relazione che lo storico don Andrea Czortek ha presentato qualche giorno fa durante la conferenza, organizzata da Laboratori Permanenti, che si è tenuta nella sala Coleschi della Biblioteca Comunale di Sansepolcro, nell’ambito delle Celebrazioni dei 260 anni dall’insediamento di Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena come Granduca di Toscana.
Come spiegato da Andrea Czortek, in primo luogo c’è da dire che ogni volta che Pietro Leopoldo si riferiva alla Valtiberina lo faceva definendola “Romagna granducale”: il territorio che oggi riunisce i sette comuni del comprensorio tiberino era infatti inserito in un’area più ampia che comprendeva anche la Valdichiana e tutti i territori appenninici che andavano dall’attuale confine con l’Umbria fino alle porte di Forlì. In una sua relazione del 1781, il Granduca parla dei principali centri abitati valtiberini mettendone, il più delle volte, in luce diversi aspetti critici, come il pessimo stato delle vie di comunicazione, la povertà e l’ignoranza della popolazione, nonché talvolta – come nel caso di Sansepolcro – la propensione degli individui a dedicarsi eccessivamente “all’ozio, al vino ed alla crapula”; proprio questa attitudine avrebbe fatto apparire la “gente bassa”, quindi le persone dei ceti più popolari, “con una cattivissima cera”.
La Sansepolcro di quel tempo, in effetti, si trovava a vivere un periodo di depressione economica e sociale che sarà superato soltanto a partire dai primi decenni dell’Ottocento. Inoltre nel 1781 e nel 1789 la città fu colpita da due terremoti di notevole entità che provocarono diversi danni: proprio in conseguenza di ciò sappiamo, da una relazione del vescovo del tempo Roberto Costaguti, che in entrambe le occasioni Pietro Leopoldo si mobilitò piuttosto tempestivamente per ricostruire e ripristinare quanto era stato lesionato dai sismi.
Il sovrano lorenese, come illustrato dalla relazione di Czortek, operò localmente assumendo una serie di provvedimenti che lasciarono un segno piuttosto indelebile in Valtiberina. Ciò avvenne in diversi ambiti, come in particolare quelli relativi alla scuola, alla cultura e alla riorganizzazione della vita sociale e religiosa.
Per ciò che riguarda l’istruzione a Sansepolcro, nel 1774, il Granduca istituì le prime scuole pubbliche (tra cui il Conservatorio di San Bartolomeo, da cui nascerà il convitto Regina Elena), con maestri che erano retribuiti per il 70% dalle Comunità e per il 30% dai fondi ricavati dall’ex patrimonio dei gesuiti. Tale compagnia, così come tutte le confraternite, venne infatti soppressa e questo, anche in Valtiberina, non poté che produrre importanti ricadute sociali.
C’è però da dire che l’abolizione dei gesuiti è direttamente collegata con la nascita della Biblioteca Comunale di Sansepolcro: dopo tale svolta, i libri della compagnia andarono infatti a costituire il primo nucleo della Biblioteca Dionisio Roberti (ancora oggi essi rappresentano il 24% del suo fondo antico).
Pietro Leopoldo intervenne anche per riorganizzare la vita religiosa, andando innanzitutto a ridurre il numero dei monasteri, dei conventi e degli eremi del territorio. In secondo luogo intervenne sulla conformazione territoriale della diocesi di Sansepolcro che al tempo si estendeva dalla città pierfrancescana e la Valtiberina (ad esclusione di Anghiari che afferiva a quella di Arezzo) fino a Galeata e tutta la cosiddetta Romagna toscana, ad eccezione di Bagno di Romagna e il territorio dell’Altosavio. Attraverso la soppressione del nullius di Sestino e di quello di Galeata, nonché l’incorporazione delle parrocchie dell’exclave in Valmarecchia all’interno della diocesi di Sansepolcro, l’azione di Pietro Leopoldo contribui a rafforzare l’interazione della Valtiberina con l’area appenninica romagnola. Come rimarcato da Andrea Czortek, si andò così a intensificare un legame culturale e religioso che, fino a tempi piuttosto recenti, ha fatto sì che gli scambi tra questi territori fossero particolarmente intensi (in merito a ciò basti pensare alle personalità romagnole, Duilio Mengozzi tra tutte, che nel corso degli anni hanno rivestito la carica di vescovo di Sansepolcro).



