24 febbraio 1441, quando Sansepolcro passò definitivamente sotto Firenze

Oltre a generare un nuovo assetto politico e amministrativo, il provvedimento portò all’indipendenza di Cospaia

Sono trascorsi esattamente 585 anni da quando, nel 1441, Sansepolcro entrò definitivamente nell’orbita di Firenze. Il motivo di questo cambio di confine si deve al fatto che il papa di allora, Eugenio IV, cedette la cittadina valtiberina alla Repubblica di Firenze come pegno per un prestito di 25.000 fiorini d’oro. Tale soluzione avrebbe, in teoria, dovuto essere temporanea, ma poi in assenza di un effettivo riscatto, la stessa rimase definitiva. In questo modo Firenze ebbe la possibilità di estendere ulteriormente i propri confini, impossessandosi di una città e di un territorio che qualche mese prima, dopo la battaglia di Anghiari del 29 giugno del 1440, erano stati assegnati allo Stato Pontificio. Non era, del resto, la prima volta che i fiorentini riuscivano ad accaparrarsi importanti centri cittadini attraverso la propria moneta pregiata, visto che in precedenza qualcosa di simile era accaduto anche con Arezzo e Cortona: la prima delle due fu acquistata nel 1384 per 40.000 fiorini, mentre la seconda nel 1411 per 60.000. A quel tempo il controllo di Sansepolcro, il cui centro abitato era cresciuto molto tra XIII e XIV secolo, rispondeva alla volontà della città gigliata di utilizzare i territori dell’attuale Valtiberina toscana come avamposto per accedere ai flussi commerciali del versante adriatico (gli stessi attraverso cui ci si poteva assicurare, ad esempio, un approvvigionamento di cereali e di guado).

La data del 24 febbraio 1441 ha quindi legato indissolubilmente il destino di Sansepolcro a quello di Firenze e della Toscana, andando a fissare i confini di quelli che erano al tempo due stati. Proprio in questa circostanza accadde qualcosa di piuttosto clamoroso, visto che il limite sud-orientale che era stato individuato nel rio della Gorgaccia fu oggetto un equivoco: anziché raggiungere la sponda sinistra di tale corso d’acqua, le autorità pontificie si fermarono su quello parallelo del Riascone. Con i suoi 500 metri di larghezza, la striscia di terra compresa tra i due rii rimase quindi autonoma, dando origine a un’esperienza più unica che rara, ovvero a quella di un piccolo abitato che – per un mero errore interpretativo – divenne uno Stato autonomo sia da Roma che da Firenze.

Nel corso dei secoli tale condizione consentì agli abitanti della cosiddetta Repubblica di Cospaia di essere tra i primi a coltivare e commercializzare il tabacco, dato che l’assenza di leggi non poneva limiti rispetto alla sua produzione. Oltre a ciò, questo territorio di mezzo divenne il nodo nevralgico dei flussi di contrabbando, garantendo anche così importanti introiti ai suoi abitanti. Fu infatti anche a causa di questo che, nel 1826, Cospaia perse la sua indipendenza e passò (o meglio tornò) sotto il controllo dello Stato Pontificio. In realtà questo avvenne soprattutto per l’area più a monte, dove si trova l’abitato, mentre gli appezzamenti della parte più a valle (quella pressappoco al di sotto della ex strada statale Tiberina 3 bis) vennero riconosciuti al Granducato di Toscana.

Dopo il 1826 fu dunque fissato il limite divisorio che, anche dopo l’Unità d’Italia, ha continuato a dividere l’Alta Valle del Tevere in due ambiti amministrativi ben distinti: quello della Valtiberina toscana e quello dell’Altotevere umbro. Una separazione che poteva forse essere superata subito dopo il 1861, quando sia Città di Castello che Citerna chiesero espressamente di lasciare la provincia di Perugia per passare sotto quella di Arezzo. La questione fu posta in maniera ufficiale, appellandosi al fatto che da un punto di vista funzionale una valle unita avrebbe garantito a tutti maggiori vantaggi. Nonostante la soluzione fosse vista di buon occhio anche a Sansepolcro, alla fine gli sforzi compiuti non produssero il risultato sperato e, di conseguenza, tutto rimase uguale a prima. Arrivando quindi ai nostri giorni, l’Alta Valle del Tevere non può che apparire come il risultato ultimo di un cammino storico che ha avuto, nella data che ricorre oggi, uno dei suoi snodi cruciali.

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