Città di Castello: cento anni fa, la nascita dello storico sindaco Giuseppe Pannacci

“Da paese a città” lo slogan di “Pino”. In carica dal 1980 al 1991, ha fatto compiere un salto di qualità alla sua Castello con risultati tangibili. Per lui Giorgio Bocca coniò il termine “pannaccismo”

È stato e rimane lo “storico” sindaco di Città di Castello, che avrebbe festeggiato il secolo di vita. Si è invece spento dieci anni fa, dopo aver toccato quota 90. Una figura carismatica, capace di arrivare persino alla ribalta della stampa nazionale con un termine appositamente coniato per lui, del quale parleremo più avanti. Cento anni fa, il 15 luglio 1925, nasceva Giuseppe “Pino” Pannacci, uno fra i primi cittadini più lungimiranti e innovatori di tutti i tempi e oggi Città di Castello doverosamente lo ricorda.

“Giuseppe Pannacci indimenticato sindaco di Città di Castello, amministratore pubblico di grande serietà e lungimiranza politica, punto di riferimento storico della sinistra umbra e non solo, ha lasciato nel 2015 quando è scomparso (il 18 settembre) un vuoto incolmabile in quanti hanno avuto l’onore e il piacere di conoscerlo. Il suo impegno – precisa il sindaco Luca Secondi – la sua attività istituzionale e politica al servizio delle comunità locali, la sua rara capacità di dialogo e confronto rimarranno per sempre in tutti noi. Sindaco per antonomasia, Pino Pannacci ha interpretato quel ruolo fondamentale di rappresentante di una comunità, dei cittadini che ha amministrato con passione politica, capacità e lungimiranza: resterà per sempre vivo e sarà un modello di riferimento anche per tutti coloro che a vari livelli istituzionali, come noi, ora, siamo chiamati a svolgerlo”.

“Lo ricordiamo come animatore del dibattito umbro nella sua veste di esponente regionale del Pci e poi del Pds dal dopoguerra agli anni Novanta e in particolare per la battaglia per la abolizione dei manicomi, che portò avanti come assessore della provincia di Perugia. Nella ricorrenza del centenario dalla nascita mi fa piacere sottolineare anche l’intuito che ebbe Pino Pannacci poi per le cose concrete come la realizzazione di opere e strutture, le scale mobili del Giardino del Cassero per esempio, frutto di una sua decisione, innovativa perché significativa di un modo nuovo di intendere la mobilità urbana e il centro storico, presentando la città in uno dei suoi volti più belli, dal parco dedicato ad Alexander Langer arrivando in piazza Gabriotti attraverso il percorso meccanizzato e il camminamento che porta dal 2016 il suo nome”, ha concluso il sindaco Luca Secondi a nome della giunta nel messaggio alla famiglia, al figlio Gianfranco, che è stato tra l’altro protagonista nel 2018 della donazione all’Istituto di Storia Politica e Sociale, “Venanzio Gabriotti, dell’archivio storico del padre, documentazione prodotta e conservata da Pannacci nel corso della sua attività politica e professionale.

Nel rinnovare i più sinceri e doverosi sentimenti di gratitudine alla memoria da parte delle istituzioni e della comunità locale, il primo cittadino annuncia la organizzazione di una giornata di studi dedicata al ricordo della figura di Giuseppe Pannacci che si svolgerà agli inizi di ottobre nella sala del consiglio comunale.

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Chi è stato Giuseppe Pannacci

Persi i genitori (il padre era un giovane militante del Partito Popolare), Giuseppe Pannacci, riesce a concludere la scuola di computista commerciale grazie al sostegno degli zii paterni emigrati da tempo a Milano. Nel 1943 soggiorna nella città lombarda e conosce l’orientamento antifascista degli zii. Tornato a Città di Castello, nel 1944 si iscrive alla Fgci e nel gennaio 1945 parte volontario con la divisione Cremona per combattere la guerra di Liberazione.

Negli anni Cinquanta è segretario della sezione cittadina del Pci e guida gli scioperi contadini e operai. Eletto consigliere della Provincia di Perugia alla fine degli anni Cinquanta, con il presidente Ilvano Rasimelli è assessore alla comunicazione istituzionale (1964-69) prima di sostituire Gustavo Corba nell’assessorato all’Economia (1969). Con la presidenza Ciarabelli (1970-75), è presidente della commissione consiliare dei servizi psichiatrici e assessore ai servizi psichiatrici, partecipando alla costruzione di un percorso di cura alternativo al manicomio.

Terminata l’esperienza in Provincia entra a far parte della dirigenza regionale del Pci durante la segreteria di Gino Galli, dirigendo la commissione sanità. Nel 1980 viene indicato come capolista alle amministrative di Città di Castello e per due mandati guida una giunta Pci-Psi, mentre nel terzo, dopo la rottura con il Psi locale, è a capo di una giunta Pci-Dc. Dopo di lui nel 1991 viene eletto primo cittadino Adolfo Orsini.

Nei suoi mandati tra le altre furono affrontate problematiche relative all’ecologia (promuove la costituzione della spa pubblica Sogepu, Società per la gestione delle pubbliche utilità: raccolta dei rifiuti, verde, impianti sportivi, indicandone a capo manager non politici) e alla sostenibilità urbana come il traffico in centro, il parcheggio Ansa con la costruzione delle scale mobili, le “assise della democrazia” (luoghi nei quali le amministrazioni locali aprivano alla partecipazione popolare).

Diede vita ai Centri tecnici promozionali del legno e della tipografia. Nel 1988 favorì l’avvio della Fiera delle utopie concrete, ma soprattutto lo spirito di fondo dell’operato di Pannacci era sintetizzato nel suo slogan: “da paese a città”.

Partendo da questo presupposto-obiettivo, ha avviato un processo di modernizzazione nel quale rientrano anche la riforma della macchina comunale per la trasparenza della pubblica amministrazione, compresa la rotazione dei funzionari. Fra i risultati tangibili, oltre alle scale mobili (non vi era un accesso possibile alla parte storica della città) e alla costituzione di Sogepu, ci sono il museo Burri, l’apertura della prima casa per anziani e le abitazioni di edilizia popolare nel centro storico, il sistema dei parchi rionali, la creazione delle circoscrizioni comunali e dei Cva, i centri di vita associata.

Non solo: con lui è stata varata la legge che ha salvato la Tela Umbra. L’idea di “piazza Burri”, ancora oggi in itinere, era partita da lui. Ma Pannacci non si limitava alla sola Città di Castello: aveva una concezione di comprensorio, lo considerava una entità omogenea e la proposta della “valle museo” era già nella sua mente 40 anni fa. Noti erano anche i suoi rapporti di amicizia con Sansepolcro, con l’allora sindaco Ivano Del Furia e con gli amministratori del Borgo più in generale.

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La questione morale e il compromesso storico con la Dc

Il 1988 è stato l’anno dello strappo, ossia della rottura dello storico rapporto di alleanza fra Pci e Psi, con Pannacci in persona che diventa l’autore dell’autoscioglimento del consiglio comunale il 19 marzo. A Città di Castello arriva il commissario prefettizio e il 29 maggio si vota: non c’è più la maggioranza con i Socialisti e allora ecco l’alleanza con la Democrazia Cristiana, il cosiddetto “compromesso storico”, che avrà nel vicesindaco Maurizio Ascani l’esponente con la più alta carica istituzionale ricoperta in Comune dagli esponenti del vecchio scudo crociato. Perplesso sul comportamento dei colleghi socialisti, assieme ai quali aveva rinnovato l’alleanza nell’85 (il Pci era partito di maggioranza relativa e non assoluta), Pannacci aprì l’altro capitolo che lo ha consegnato alla storia locale: la questione morale nell’amministrazione della “cosa pubblica”, già posta a livello nazionale da Enrico Berlinguer e ora proiettata nella realtà tifernate.

Un meccanismo che chiama in causa le prerogative etiche e deontologiche non solo dei pubblici amministratori, ma anche dei funzionari e dei dipendenti pubblici. Gli esempi di allora erano stati quelli delle cosiddette “panche d’oro” e del rifacimento della scuola media “Giovanni Pascoli”: lui denunciò alla Magistratura esponenti del Psi e soprattutto denunciò pubblicamente la logica delle politiche di scambio anche a livello amministrativo; in altre parole, mise in piazza quella che definì la “degenerazione della politica”. Dalle elezioni anticipate del 29 e 30 maggio 1988, Giuseppe Pannacci uscirà di nuovo vincitore, anche se dovrà attendere il 25 luglio, giorno del suo 63esimo compleanno, per essere rieletto. Non completerà però il quinquennio: il 9 maggio del 1991 è il suo ultimo giorno da primo cittadino e la fascia tricolore passa ad Adolfo Orsini, che arriverà fino alla fine del mandato e sarà poi eletto direttamente due volte, rimanendo in carica fino al 2001.

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Il “pannaccismo” coniato da Giorgio Bocca

A esaltare la figura Giuseppe Pannacci su scala nazionale è stato nientemeno che un grande giornalista e scrittore: Giorgio Bocca, che sul settimanale “l’Espresso” introdusse il termine “pannaccismo”, quale identificazione di una filosofia politica. L’ispirazione a Bocca era arrivata dalla sopra ricordata questione morale: Pannacci l’aveva posta e il partito, per tutta risposta, lo aveva fatto fuori. Era stata la determinazione dimostrata dallo stesso sindaco che Bocca esaltò con anche una punta di ironia, ma sicuramente di ammirazione tale da suggerirgli “pannaccismo” come sinonimo, nella specifica circostanza, di coerenza e onestà intellettuale, persino di durezza nell’applicazione dei principi, il che lo aveva reso anche scomodo. Di sicuro, Pannacci credeva nella politica come strumento di realizzazione dei sogni che lui aveva in mente per la sua amata città; sogni che non si spegnevano nell’immediato, ma che avevano sempre davanti una prospettiva. Gianfranco Pannacci, figlio di Giuseppe al quale vanno i ringraziamenti per il ricordo del padre e per quanto sta facendo al fine di onorarne la memoria, disse un giorno che Pino aveva una concezione “affascinante” della politica. Quella che servirebbe più che mai al giorno d’oggi.  

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