Il 2026 è l’anno in cui si celebrano gli 800 anni dalla morte di San Francesco. Anche in Alta Valle del Tevere il lavoro per accompagnare questa ricorrenza è già iniziato, con l’idea di costruire non una celebrazione formale, ma un percorso di riflessione capace di parlare al presente.
Un primo momento significativo in questa direzione era arrivato in realtà già lo scorso giugno, in occasione del IX Festival dei Cammini di Francesco, manifestazione che nella tappa di San Giustino aveva visto l’incontro “L’eredità di Francesco”. Un evento in grado di fornire preziosi spunti in vista dell’importante ricorrenza, affidato al dialogo tra la giornalista Giovanna Zucconi e Davide Rondoni, poeta, scrittore e presidente del Comitato nazionale per le celebrazioni dell’ottavo centenario.
Rondoni ha scelto di affrontare Francesco partendo da un dato spesso trascurato: il Santo di Assisi non lascia in eredità un messaggio semplificato, ma un testo poetico. Il Cantico delle Creature è poesia, non slogan. E la poesia, ha ricordato, non si “capisce” nel senso riduttivo del termine: si comprende, cioè si porta con sé, si lascia lavorare nel tempo, come accade con le relazioni e le esperienze decisive della vita.
In questo senso, il fatto che Francesco affidi ai suoi frati un canto da “cantare sempre” è un atto di profonda fiducia nell’umanità. Non una scorciatoia morale, ma parole ricche, capaci di dire la vita senza addomesticarla.
Da qui si apre uno dei nodi centrali del discorso: la povertà francescana come alternativa tanto al possesso quanto al disprezzo del mondo. Rondoni ha ricordato come, nel Medioevo, Francesco si inserisca in un contesto attraversato da tensioni radicali, come quelle del catarismo, che proponeva una spiritualità fondata sul rifiuto della realtà materiale. La risposta di Francesco è opposta: non disprezzo, ma amore senza appropriazione. Amare ciò che non è tuo, distinguere l’amore dal possesso.
Una distinzione che, secondo Rondoni, parla con forza al presente. In una società che tende a misurare il valore delle cose – e delle persone – sulla base della disponibilità e della prestazione, l’incapacità di amare senza possedere genera fragilità, conflitti e una diffusa inquietudine.
È qui che entra in gioco un’altra parola chiave del Cantico: “creature”. Una parola che oggi appare quasi scandalosa. Essere creature significa riconoscere di essere stati voluti, di avere una benedizione alle spalle. Senza questo fondamento, ha osservato Rondoni richiamando Pasolini, l’esistenza rischia di trasformarsi in una continua richiesta di conferme, in una corsa affannosa alla definizione di sé.
L’ansia contemporanea, soprattutto tra i più giovani, non nasce solo da fattori tecnologici o sociali, ma da un io costretto a reggersi esclusivamente su ciò che fa, su come appare, sugli aggettivi con cui si definisce. Francesco, al contrario, propone un io radicato in una chiamata, in una vocazione che precede l’azione e la prestazione.
In questa prospettiva, l’ottavo centenario della morte di San Francesco non è solo una ricorrenza da ricordare, ma un’occasione per riaprire una domanda essenziale: che cosa fonda davvero la nostra vita? È una domanda che attraversa i secoli e che, ancora oggi, trova nei territori, nelle comunità e nei cammini uno spazio concreto per tornare a essere condivisa.





