“I refusi sono quello che, leggendo, ci fa arrabbiare di più. Per anni ho combattuto contro di loro, poi ho deciso di farci pace e di farli diventare i protagonisti di un libro”. Venerdì 26 settembre Stefano Bartezzaghi, noto scrittore, enigmista, semiologo e docente, è stato ospite del Festival dell’Autobiografia ad Anghiari. Per l’occasione, ha presentato il suo ultimo libro Bozze non corrette in Teatro. “Risolvi il giallo dell’estate”, recita la copertina, anch’essa gialla, in un gioco di rimandi tra significante e significato che introduce il lettore a un gioco letterario: scoprire, attraverso gli errori del testo, chi è l’assassino dell’amico del narratore della storia.
Il testo, co-scritto da Pier Mauro Tamburini ed edito da Mondadori, ha ricevuto il plauso della critica e votazioni molto generose tra i lettori, tanto da essere presentato al programma Rai “Radio Due Social Club”.
Bartezzaghi, noto per la sua cultura e la sua ironia, porta sulle spalle gli insegnamenti di alcuni grandi maestri. Discende da una famiglia di enigmisti (il padre Pietro e il fratello Alessandro, oggi direttore della Settimana Enigmistica) che ha stimolato in lui il gusto dell’indovinello e della definizione erudita, mentre negli anni ‘80 ebbe la fortuna di studiare con Umberto Eco (da poco Vincitore del Premio Strega con il suo primo romanzo Il Nome della Rosa) quando frequentava il Dams a Bologna.
Oggi il professore scrive assiduamente su La Repubblica e l’Espresso. Ha diretto la Scuola di Giornalismo Iulm di Milano e continua a usare i dizionari e le enciclopedie per studiare. Perché, parafrasando una canzone di Franco Battiato, il suo maestro gli insegnò quant’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Lei ha avuto la possibilità di girare l’Italia e raccontare enigmi, riflessioni e storie su grandi palchi e in teatri ambiti. In un Paese piccolo come Anghiari come cambia l’esperienza?
In Italia la piccolezza è grandezza, e posti come Anghiari conservano una memoria culturale che agisce sulle persone e spinge il pubblico ad andare a visitarli. Io sono molto contento di poter partecipare a queste iniziative e non faccio differenza tra posti grandi e piccoli. Sono posti in cui è bello essere stati.
Il Festival dell’Autobiografia è una kermesse che celebra la memoria. Cosa significa per lei questa parola?
Ho approfondito molto il tema delle memorie antiche e rinascimentali nei miei studi. Ho avuto la grande fortuna di studiare con Umberto Eco, il quale ha scritto moltissimo sulla memoria. Su di essa si basa “l’enciclopedia”, che è un concetto astratto proprio della teoria semiotica di Eco. Si tratta di una dimensione molto presente.
Il suo ultimo lavoro s’intitola Bozze non corrette. Come lo descriverebbe?
Si tratta di un libro-gioco che ho scritto assieme a Pier Mauro Tamburini. Desideravo da tanto fare un libro sull’errore. Questo è un giallo in cui attraverso la ricerca di errori, lessicali, semantici e di fatto, il lettore può capire chi è stato il responsabile della morte dell’amico della voce narrante. Da scrittori i refusi ci fanno dannare, da lettori ci infastidiscono, perciò abbiamo deciso di inserirli apposta per farli giocare.

In una sua famosa conferenza al Festival della Mente di Sarzana del 2008 lei metteva scherzosamente alla berlina la figura del creativo. Molte cose sono cambiate nel frattempo. La pensa ancora come allora o ha cambiato idea?
Quella fu la prima occasione in cui affrontavo il tema, ma dopo non me lo sono più staccato di dosso. Oggi insegno materie che hanno a che fare con la creatività, ho pubblicato un libro su quella conferenza e altri due sullo stesso tema. All’inizio mi irritava la parola “creatività”, così ho dedicato anni alla sua decostruzione. Ora ne vedo gli aspetti positivi: in riferimento all’intelligenza artificiale, sto cominciando a pensare che la creatività potrebbe essere il modo adatto per misurare la differenza tra l’ingegno umano e i suoi prodotti. Una discriminante tra l’uomo e la macchina.
Umberto Eco ha contribuito molto agli studi di semiotica e alla letteratura in senso più ampio. Qual è la più grande lezione che il professore le ha insegnato?
Per me fu quello che si dice “un incontro”, quando lo conobbi da matricola all’Università. Quando morì, quasi 10 anni fa, Ezio Mauro scrisse per ricordarlo che rappresentava “La cultura come passione”, ed è la verità. Io ho visto persone che si interessavano, si segnavano libri, restavano affascinate sentendolo parlare. Quando sono diventato un suo collega, molti anni dopo, lui è diventato più presente. Sono consapevole di non riuscire a sortire lo stesso effetto che faceva lui, ma per questo cerco sempre di colmare il divario.
Lei fa parte di una famiglia di enigmisti. Come riesce a trovare parole, o meglio definizioni di parole, in così tanti ambiti diversi tra loro?
Mio padre e mio fratello hanno un picco di cultura e nozionismo molto più sviluppato del mio. Io uso molto gli strumenti: dizionari ed enciclopedie. Una volta queste cose erano diffuse e normali, ora sono scomparse: se una cosa non è online, semplicemente non esiste. Io, per questo motivo, ho deciso di proibire ai miei studenti di citare la Treccani online nei loro paper, perché a volte si confondono e citano quella per ragazzi senza accorgersene. Devono andare a fare ricerca in biblioteca. Eco ha detto una cosa: la vera cultura non è sapere quando è morto Napoleone, ma sapere dove andare a cercare l’informazione.





