Eugenio Barba: “Tutto ciò che ho fatto nel teatro l’ho fatto per denaro”

Il maestro dell’Odin Teatret e Julia Varley hanno raccontato la loro visione del palcoscenico a Kilowatt Festival

Uno dei grandi maestri del Novecento. Eugenio Barba ha attraversato e contribuito a scrivere la storia del palcoscenico internazionale per oltre sessant’anni, la maggior parte dei quali condivisi artisticamente con l’attrice Julia Varley. I due sono stati ospiti della 24esima edizione di Kilowatt Festival, rispettivamente come padrino e madrina, portando a Sansepolcro una storia fatta di ricerca, sperimentazione e riflessione critica sui mezzi, i limiti e le possibilità del teatro, intrecciando pratica scenica, antropologia e filosofia.

A dispetto dell’età – il maestro compirà 90 anni il prossimo ottobre – Eugenio Barba conserva un’energia sorprendente: un sorriso luminoso, uno sguardo vispo e uno spirito sempre pronto alla battuta. Tra vigorose pacche sulle spalle e spostando sedie e sgabelli con agilità, attraversa il festival con la sicurezza di maestro, ma anche con la leggerezza di chi continua a guardare il teatro con lo stupore di un giovane.

Accanto a lui, Julia Varley condivide la stessa vitalità e non nasconde la gioia di trovarsi davanti a un pubblico numeroso di giovani e appassionati. Il loro rapporto con la scena e con gli spettatori appare ancora oggi fondato su una presenza diretta, aperta al dialogo e all’incontro. Il teatro come mezzo per stare insieme alle persone.

Barba, nato a Brindisi nel 1936 e cresciuto tra guerra ed emigrazione, dopo gli studi si trasferì in Norvegia e successivamente in Polonia, dove incontrò Jerzy Grotowski, una delle figure fondamentali del teatro del secolo scorso. Da quell’esperienza nacque un rapporto di amicizia e confronto che avrebbe segnato profondamente il suo percorso.

Nel 1964 fondò in Norvegia l’Odin Teatret, compagnia indipendente destinata a diventare uno dei più importanti laboratori teatrali europei, e ancora oggi attiva. Nel corso della sua carriera Barba ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il prestigioso Premio Sonning, assegnato a personalità che hanno dato un contributo significativo alla cultura mondiale. Tra i suoi destinatari figurano Winston Churchill, Leonard Bernstein, Bertrand Russell, e Karl Popper.

Negli anni Sessanta fu inoltre autore della prima tournée internazionale di Dario Fo, futuro Premio Nobel per la Letteratura, contribuendo alla diffusione all’estero del lavoro dell’autore di Mistero Buffo. Nel 1976, a soli 22 anni, anche Julia Varley entra a far parte dell’Odin trasferito in Danimarca.

Nel 1979 fondò l’International School of Theatre Anthropology (ISTA), una rete internazionale di artisti e studiosi impegnata nello studio delle tecniche dell’attore nelle diverse culture teatrali.

A Kilowatt Festival, Barba e Varley sono stati protagonisti dell’incontro all’Auditorium di Santa Chiara dal titolo Teatro. Solitudine. Mestiere. Rivolta, insieme agli attori e registi Nicola Borghesi, Liv Ferracchiati e Licia Lanera. Un confronto tra generazioni diverse nato dalle parole del libro autobiografico di Barba Teatro. Mestiere, solitudine e rivolta (‎Edizioni di Pagina, 2014)

Proprio sul tema del mestiere, sollecitato da Licia Lanera, Barba ha risposto con la sua consueta ironia: “Tutto quello che ho fatto con il teatro l’ho fatto per guadagnare. All’inizio mi era impossibile guadagnarmi da vivere recitando, ma per fortuna ero sposato e questo ha provveduto alle prime necessità”.

Dietro la battuta emerge però uno dei temi centrali della sua ricerca: il teatro come lavoro concreto, quotidiano, fatto di disciplina e necessità prima ancora che di ispirazione.

Barba è stato inoltre protagonista, sabato 18 luglio alle 10 a Palazzo Alberti, della proiezione del mediometraggio L’arte dell’impossibile della regista norvegese Elsa Kvamme, dedicato alla sua figura e al percorso dell’Odin Teatret. Alla proiezione è seguito un dibattito con Gianfranco Giacché e Armando Punzo, dedicato al significato e all’importanza del lavoro della compagnia danese.

Un collettivo che nel corso dei decenni ha superato i confini della compagnia teatrale, diventando un luogo di ricerca, formazione e produzione culturale: dall’editoria alla documentazione cinematografica, dalla pedagogia alla costruzione di reti internazionali tra artisti.

Il soggiorno a Sansepolcro, racconta Julia Varley, è stato caratterizzato proprio dalla qualità degli incontri. “Quello che è stato molto bello per me è la sensazione che non sia stato invitato soltanto uno spettacolo, ma che attorno allo spettacolo ci siano state tante attività collaterali che rendono il teatro più completo”.

L’attrice cita gli incontri con i Visionari, le conferenze organizzate da Marco De Marinis e lo spettacolo Passione, diretto da Barba e interpretato insieme a lei. Ma soprattutto sottolinea il valore del confronto tra esperienze diverse: “Uno degli incontri era attorno al titolo del libro di Eugenio Barba, Teatro. Mestiere, solitudine e rivolta, e ci siamo confrontati sulle parole solitudine, mestiere e rivolta. Credo che questo incontro sia stato molto importante per noi, ma anche per questa nuova generazione”.

Per Varley il valore del festival sta nella possibilità di creare relazioni: “Ciò che è fondamentale è la sensazione dell’incontro, di trovarsi insieme. E questo non vuol dire avere lo stesso tipo di esperienza, la stessa estetica, fare lo stesso tipo di teatro o essere d’accordo su tutto. Proprio perché siamo diversi, l’incontro diventa ricco e stimolante”.

Un pensiero condiviso anche da Barba, che ha riconosciuto in Kilowatt una dimensione rara: non soltanto una rassegna di spettacoli, ma uno spazio di confronto umano.

“Ogni festival ha un’anima, e questa anima ha dei colori. Quali sarebbero stati i colori del Kilowatt? Direi che è stato il colore dell’emotività”.

Per il maestro dell’Odin, quei giorni hanno riportato il teatro alla sua dimensione più essenziale: “Ci siamo trovati non più nella situazione abituale della nostra professione (parlare, spiegare, analizzare) ma ci siamo scambiati il mistero del perché ognuno di noi fa teatro, al di là delle generazioni, dell’epoca in cui ha vissuto, dei gusti e delle personalità”.

Il borgo come la Danimarca: “Sansepolcro è una cittadina che ricorda molto Holstebro – spiega Barba –. La sera è silenziosa, le strade vuote, tutti a casa, forse anche per il caldo. E vedere questa città risvegliata grazie alla presenza del teatro è stato un momento di conforto e di piacere, ma anche di gratitudine verso chi è capace di creare una simile atmosfera di energie e di aspettative ”.

In un mondo sempre più diviso e polarizzato, il maestro dell’Odin parla di una possibilità che è anche una speranza. “Il teatro può creare una tregua nell’incomunicabilità degli esseri umani. È possibile avere un dialogo fatto non di concetti, ideologie o visioni del mondo, ma di armonie composte da colori, tenerezza e ricordi personali, che permettono di stringere vincoli e legami tra generazioni diverse e personalità contrastanti”.

A contare non sono il numero opere pubblicate o di spettacoli messi in scena, che anche volendo forse non si possono contare. Ciò che ha importanza è la lezione di vita che i due artisti comunicano: vivere l’arte con passione e ricerca, per invecchiare restando giovani e senza preoccuparsi troppo del futuro. D’altronde, citando il titolo di un loro incontro, “l’eredità pesca da sola i propri eredi”.

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