Violenza contro le donne, Toscana e Umbria fanno il punto

Dalle istituzioni regionali un appello alla responsabilità collettiva. I dati e le iniziative messe in campo

Nel giorno in cui il mondo richiama l’attenzione sulla violenza contro le donne, anche i territori dell’Alta Valle del Tevere — divisi amministrativamente tra Toscana e Umbria, ma uniti da dinamiche sociali comuni — si fermano per guardare dentro un fenomeno che continua a crescere e che chiede risposte nuove, più solide, più coordinate.

Da Perugia e Firenze arrivano due campagne istituzionali che, pur con accenti diversi, convergono sullo stesso punto: la violenza di genere resta una delle emergenze sociali più gravi e radicate, capace di attraversare generazioni, contesti familiari, livelli culturali.

“Fenomeno ancora diffuso”: la fotografia della Toscana

Il 17° rapporto sulla violenza di genere in Toscana, presentato nell’ambito de La Toscana delle donne 2025, restituisce un quadro difficile:
5.600 donne hanno contattato i centri antiviolenza (contro le 4.540 dell’anno precedente)
2.701 accessi al pronto soccorso con codice rosa
9 femminicidi e 4 minori orfani
– casi in aumento tra giovanissimi e anziani, fasce prima quasi escluse dal fenomeno

Oltre al presidente Eugenio Giani, che richiama un “supplemento di impegno da parte di tutte le istituzioni”, a emergere sono soprattutto le voci femminili che governano la rete delle pari opportunità. L’assessora regionale Cristina Manetti collega la violenza non solo alle aggressioni fisiche, ma alle radici culturali:

“La violenza nasce dalle piccole rinunce all’autodeterminazione: dipendenza economica, scelte di lavoro forzate, rinunce alla libertà personale. È su questo che dobbiamo intervenire.”

Ancora più netta è la presidente della Commissione pari opportunità del Consiglio regionale, Francesca Basanieri, che pone al centro l’educazione sentimentale e relazionale:

“La violenza evolve, e oggi colpisce anche giovani e anziani. Dobbiamo lavorare sull’educazione affettiva, sulla comprensione del consenso e sul sostegno agli anziani, spesso isolati e vulnerabili.”

Per Lia Burgalassi, delegata ANCI Toscana e sindaca di Cecina, la chiave è la rete territoriale: “I Comuni sono fondamentali. Senza servizi di prossimità e senza progetti educativi negli istituti scolastici non si può frenare il fenomeno.”

“La violenza nasce anche da piccole rinunce all’autodeterminazione. È lì che dobbiamo intervenire.”

Il rapporto segnala inoltre un dato inedito: 1.155 uomini autori di violenza hanno avviato un percorso di ravvedimento, il doppio rispetto al 2023.

Umbria: un mese di iniziative e un approccio strutturale

Dal 25 ottobre al 25 novembre la Regione Umbria ha promosso 127 iniziative all’interno della campagna Umbria contro ogni genere di violenza, con oltre 50 enti e istituzioni coinvolti: scuole, ospedali, USL, forze dell’ordine, associazioni.

Anche in questo caso sono le istituzioni femminili a guidare la riflessione.

La presidente Stefania Proietti parla di responsabilità collettiva:

“La violenza contro le donne è una delle più gravi violazioni dei diritti umani. Nessuna deve essere lasciata sola. Serve un lavoro quotidiano, stabile, non simbolico.”

L’assessora alla parità di genere Simona Meloni insiste sull’indipendenza economica come condizione essenziale per uscire dalla violenza:

“Troppo spesso manca la valorizzazione del talento delle donne. Senza autonomia non c’è libertà e senza libertà non si spezza il ciclo della violenza.”

A livello tecnico, la direttrice regionale Salute e Welfare Daniela Donetti ricorda il valore dei dati e del coordinamento:

“La violenza è un’epidemia silenziosa. Servono competenze, monitoraggio, tavoli permanenti. Solo così si costruiscono politiche efficaci.”

Nel corso della giornata l’Umbria inaugurerà nuove panchine rosse, installazioni simboliche e incontri pubblici nei comuni della regione, con un coinvolgimento diffuso dei territori.

Il 25 novembre come punto di partenza

Da Firenze a Perugia il messaggio istituzionale è simile: il 25 novembre non è una ritualità, ma una chiamata alla responsabilità. Il lavoro dei centri antiviolenza, le attività educative nelle scuole, i percorsi per uomini maltrattanti, le reti di supporto alle vittime: tutto questo non è sufficiente senza un cambiamento culturale.

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