“Non ho studiato giornalismo. Quando ho iniziato la prima cosa che ho fatto è stato cercare su Google: ‘Come essere una buona giornalista’”. Rita Baroud, 22 anni, da mesi documenta la situazione palestinese per il quotidiano la Repubblica e venerdì 19 settembre è stata insignita del massimo riconoscimento dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano per i giornalisti. L’atmosfera festosa dell’evento è però rotta dalla commozione e dal cordoglio per tutte le vittime perite negli ultimi 23 mesi nella Striscia, tra cui figurano 245 giornalisti.
Prima del 7 ottobre 2023 Baroud era una normale studentessa di francese. Dopo lo scoppio della guerra, Fabio Tonacci di Repubblica – ospite anche lui della premiazione – ha contattato il padre di Rita, professore di Arte all’Università di Gaza City, per avere una testimonianza dal fronte. Attraverso di lui ha conosciuto la figlia, dotata di grande competenza come reporter, e le ha offerto di documentare la situazione. Baroud inizialmente ha rifiutato il compito, fino a quando non ha capito di avere una responsabilità: “Ho cominciato a documentare quello che accadeva a Gaza dall’inizio del genocidio facendo video e fotografie che davo a giornalisti internazionali. Dopo ho capito di avere una mia voce e che potevo diffondere cose a mio nome. Il primo articolo risale al 7 maggio del 2024. Quando Repubblica mi ha contattata avevo appena perso la mia casa e non me la sentivo di raccontare, ma ho capito che era un mio dovere aiutare la mia gente. Quello che sta accadendo a Gaza è apocalittico. Si vedono macerie ovunque, bambini che piangono, le persone soffrono la fame. Ci sono migrazioni forzate, le persone abbandonano le loro case che vengono distrutte. C’è un esodo di massa”.
La giornalista a un certo punto ha dovuto lasciare la sua casa. Il suo viaggio per arrivare a Pieve è stato lungo e tortuoso: “All’inizio sono stata evacuata in Giordania, poi sono arrivata a Parigi il 25 aprile del 2025. Io ho avuto un forte rifiuto di lasciare Gaza, perché ho pensato ‘sono una giornalista, non posso abbandonare la mia gente’. Non posso spiegare quanto sia stato difficile. Quello che mi sono lasciata indietro, probabilmente non lo rivedrò mai più. Ho pianto e piango ancora tutti i giorni. Non voglio vivere una vita normale perché dopo un’esperienza del genere non c’è una vita normale. Lasciare la propria gente è una morte lenta. Spesso mi sono sentita impotente, ma non voglio essere costretta al silenzio. Quando sono arrivata in Italia è stato stranissimo, perché vedevo le persone intorno a me che vivevano la propria normalità, mentre io mi sento anestetizzata. Anche se non sono una personalità politica, comunque ho la responsabilità di raccontare quello che accade a Gaza. Lo devo a chi è rimasto là”.
Interrogata in merito all’organizzazione terroristica Hamas, Baroud afferma di non voler fare un discorso politico, ma umanitario: “Quello che è accaduto il 7 ottobre ha scioccato la popolazione. Io non ho l’autorità per esprimermi su Hamas e la politica. Questa è la mia prima esperienza di un conflitto, anche se questa non è una guerra, è un genocidio. Le persone giovani vorrebbero dedicarsi al proprio futuro e poter vivere in pace. Questo genocidio imperversa da quasi due anni, la mia città è stata distrutta. Vorrei solo svegliarmi al mattino e scoprire che tutto questo è stato solo un incubo”.
Baroud è orgogliosa e felice del fatto che le persone, anche qui in Italia, supportino la Palestina e la gente di Gaza, ma ritiene che i governi europei non stiano facendo abbastanza per fermare il genocidio: “Mi rendo conto che la gente e la società civile di tutto il mondo sta facendo di tutto per mobilitarsi e manifestare. I movimenti popolari si scontrano con i governi. Mi sento impotente, perché vedo la gente per strada con bandiere palestinesi, ma la società civile ha le mani legate per via dei governi che continuano a mandare armi ad Israele. I giornalisti, così come la comunità internazionale, non sono ammessi a Gaza. Gli aiuti umanitari non entrano e questo ostacola il processo di mobilitazione per la Palestina”.
Nonostante la tragedia che si sta consumando, Baroud afferma che in Israele esiste una distinzione tra la popolazione e il governo. Esistono ancora molte persone che manifestano contro il premier Netanyahu e i suoi ministri: “Non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, ci sono un sacco di persone in Israele che sono contro questo genocidio. È una questione di umanità. C’è una componente nella società civile israeliana che non è d’accordo, reclama il proprio futuro e vuole vivere in pace”.
La società civile si è mossa anche nel nostro Paese e oggi iniziative come la Global Sumud Flottilla sono sotto gli occhi di tutto il mondo: “So che le persone in Italia stanno facendo del loro meglio. Stanno mandando cibo e tutto quello che possono. Ma il governo non vuole fare nulla. Spero che il governo italiano possa evacuare gli studenti, e se non possono fermare il genocidio, che faccia qualcosa per il futuro dei giovani”.
Un lungo e commosso applauso ha accolto l’arrivo della giornalista in piazza Plinio Pellegrini, di fronte al Comune di Pieve Santo Stefano. Fabio Tonacci, presente all’evento, ha ricordato che le voci da Gaza sono sempre di meno, poiché mentre i giornalisti stranieri vengono fermati fuori dai confini, quelli dentro o riescono a scappare o rischiano la propria vita.





