Come può un settore tradizionale come quello del tabacco affrontare la transizione ecologica senza perdere competitività? Questo uno dei temi al centro del primo evento del Tavolo Agricoltura del Distretto di Economia Civile dell’Alta Valle del Tevere, tenutosi lo scorso 11 ottobre a San Giustino.
L’incontro promosso da Fondazione Progetto Valtiberina ha rappresentato un momento di confronto tra imprenditori agricoli, esperti e rappresentanti istituzionali sul futuro di uno dei comparti più identitari della valle. Tra i momenti salienti della mattinata, una tavola rotonda dedicata alle nuove pratiche e ad alcune particolari sperimentazioni in corso nel nostro territorio.
Con questo articolo TTV inaugura una serie di approfondimenti dedicati ai temi emersi nel corso dell’incontro di Villa Graziani, per restituire voce e contenuto alle riflessioni più significative. Nei prossimi giorni seguiranno altri focus dedicati alle esperienze e ai progetti presentati.
Per chi desidera rivedere integralmente la discussione, l’intero incontro è già disponibile in versione integrale sul nostro canale YouTube.
I due volti del tabacco valtiberino
Il tabacco, da sempre una delle colture simbolo della valle, continua a rappresentare una parte importante dell’economia locale. Nel nostro territorio convivono due varietà principali: il Kentucky, diffuso soprattutto sul versante toscano della valle e destinato alla produzione del sigaro, e il Bright Virginia, coltivato prevalentemente nell’Altotevere umbro e utilizzato principalmente per le sigarette. Due comparti distinti ma complementari, che insieme costituiscono il cuore di un sistema agricolo che negli ultimi tempi, al pari di altre colture, sta cercando di coniugare competitività e sostenibilità.


Intelligenza artificiale e coltivazione sostenibile
Durante la prima tavola rotonda, moderata da Jacopo Orlando e intitolata “Il tabacco in Valtiberina: innovazione per la transizione ecologica”, i tabacchicoltori Tommaso Poggini e Marco Masala, insieme all’imprenditore altotiberino Aldo Spapperi e a Michele Falce di Novamont, hanno illustrato i risultati dei primi esperimenti condotti in alcune piantagioni di Kentucky e Bright del territorio.
Al centro della prima sperimentazione, l’uso di macchinari per la sarchiatura meccanica dotati di sistemi di intelligenza artificiale in grado di riconoscere e rimuovere selettivamente le erbe infestanti, senza ricorrere ai diserbanti chimici. “La scorsa estate abbiamo coltivato circa 19 ettari con questa pratica – ha spiegato Poggini – Siamo partiti con una preparazione del terreno classica, poi tra la prima e la seconda irrigazione siamo intervenuti con la sarchiatrice, che agisce sia sulla fila che sull’interfila muovendo il terreno a un circa un centimetro di profondità. Successivamente, abbiamo impiegato due macchinari a intelligenza artificiale, una con organi rotanti e un’altra con organi fissi, che lavorano sia in superficie che in una profondità medio-bassa estirpando le malerbe”.
I primi test in campo hanno evidenziato un impatto ambientale inferiore rispetto alle tecniche tradizionali, garantendo al tempo stesso livelli di efficienza e produttività pienamente in linea con le pratiche consolidate. “Il tabacco parte molto prima, non essendo intossicato dai diserbanti. Abbiamo guadagnato dieci giorni senza intaccare resa e qualità” ha aggiunto Poggini.
Come evidenziato nel corso della tavola rotonda, al momento il principale ostacolo per l’adozione di queste tecnologie è rappresentato dai costi iniziali per l’acquisto dei macchinari, utilizzabili peraltro solo su trattori con guida satellitare. La sfida sarà dunque quella di rendere sempre più accessibili strumenti e macchinari intelligenti anche alle aziende di piccole dimensioni, affinché l’innovazione possa diventare patrimonio diffuso e motore di crescita per tutto il comparto. “Grazie alla tecnologia siamo passati da macchine molto elementari a strumenti di alta precisione – ha ricordato Spapperi, sottolineando la necessità di investimenti e risorse per innovare l’agricoltura – Dobbiamo andare incontro alle esigenze della società di salvaguardare la società e la salute, per questo ci vogliono investimenti e abbiamo bisogno di un sostegno concreto in questa fase di evoluzione”.

La “chimica verde” come alternativa
A completare il quadro, gli interventi di Masala e Falce, nei quali sono stati illustrati i vantaggi dell’acido pelargonico, una sostanza di origine vegetale per il controllo del germoglio che garantisce anche in questo caso risultati più che soddisfacenti, con l’aggiunta di un abbattimento sensibile dei costi.
“L’acido pelargonico è un acido grasso di origine naturale, totalmente biodegradabile e non nocivo per l’ambiente né per gli operatori”, ha spiegato Falce, Responsabile area produzioni agricole del gruppo Novamont, illustrando le potenzialità del prodotto nei trattamenti agricoli. “Non si accumula nel suolo perché viene degradato rapidamente dai microrganismi, come avviene per i residui vegetali, e già dopo poche ore perde ogni residuo attivo. Il suo meccanismo d’azione è semplice ma molto efficace: agisce sulla cuticola dei tessuti vegetali accelerando l’evapotraspirazione, con risultati visibili in appena tre ore. Rispetto ai diserbanti tradizionali – ha aggiunto Falce – garantisce una maggiore rapidità d’effetto e una distribuzione più uniforme sulle superfici, grazie alla stabilità dei coformulanti che ne migliorano l’efficacia”.
“Sono circa quattro anni che abbiamo iniziato ad utilizzare questo prodotto e l’impatto è stato ottimo perché fin da subito funzionava bene – ha raccontato Masala – Il primo anno abbiamo effettuato un test su un appezzamento di un paio di ettari: l’anno successivo ho subito esteso l’impiego a tutte le nostre coltivazioni. Per quella che è stata la nostra esperienza, non abbiamo notato differenze rispetto al passato, se non nella maggiore attenzione necessaria durante i trattamenti”.
Masala ha quindi aggiunto che in caso di una corretta frequenza nella somministrazione, l’acido pelargonico può garantire un sensibile risparmio per l’azienda che ne fa impiego. “I costi sono molto inferiori, si parla di circa il 30% in meno, e dunque il risultato vale ampiamente lo sforzo in più che viene richiesto all’agricoltore”.
Come facilitare l’innovazione?
La strada è ancora lunga, ma l’approccio sta cambiando. Anche l’agricoltura locale guarda oltre i confini del presente, si apre all’innovazione e alla collaborazione come strumenti per migliorare la qualità della vita e del lavoro.
Ora la sfida è far sì che a questo rinnovato slancio seguano politiche e sostegni concreti da parte delle istituzioni, perché la transizione ecologica possa davvero diventare un’opportunità condivisa per tutto il territorio.
Di questo tema parleremo nei prossimi giorni all’interno degli ulteriori approfondimenti che TTV dedicherà al Tavolo Agricoltura e ai progetti di innovazione di filiera, per raccontare come le buone pratiche e le idee emerse possano tradursi in esperienze concrete di sviluppo sostenibile.





