“Il patrimonio culturale di questo luogo è enorme, sono felice di essere tornata a Pieve Santo Stefano”. Così si è espressa Antonella Bundu, reduce dalla campagna per le ultime elezioni regionali della Toscana. Nata a Firenze nel 1969 da madre italiana e padre originario della Sierra Leone, Bundu è stata la prima donna afrodiscendente a candidarsi alla presidenza della Regione e una delle figure più riconoscibili della sinistra sociale del territorio. Consigliera comunale a Firenze per due mandati, è attiva da anni nei movimenti per i diritti civili e sociali, l’antirazzismo e l’emergenza abitativa. La sua storia familiare, profondamente intrecciata con temi di migrazione e cittadinanza, ha influenzato la sua attività politica e la sua attenzione alle periferie.
Venerdì 20 ottobre, Bundu è stata ospite del programma Tv Dritto e Rovescio, in onda su Rete4, in collegamento da Pieve Santo Stefano, dove si era recata per visitare L’Archivio Diaristico Nazionale e il Piccolo Museo del Diario. È proprio nel comune valtiberino che l’abbiamo incontrata.
Cosa l’ha spinta a tornare a Pieve Santo Stefano a seguito della campagna elettorale?
Sono tornata perché durante il tour ero passata all’Archivio e al Piccolo Museo, ma la visita era stata troppo breve, senza il tempo necessario per visitarli come meritano. Mi ero ripromessa di tornare e, avendo amici qui a Pieve, ne ho approfittato. Questa volta sono venuta anche con mia madre e abbiamo fatto il percorso insieme. La guida, Luigi Burroni, ci ha illustrato la storia del museo con grande cura: è un luogo che dovrebbero conoscere tutti. Nel mio primo incontro ho conosciuto anche la direttrice Natalia Cangi.
Cosa l’ha colpita maggiormente della visita agli Archivi e al Piccolo Museo del Diario?
Il fatto di essere un luogo profondamente democratico. Accolgono i diari di chiunque, senza distinzione, e ogni storia racconta un pezzo del nostro Paese. Anche vicende che sembrano semplici hanno una forza enorme. Il museo è ben curato, inclusa la parte multimediale, ma ciò che fa davvero la differenza è la passione delle persone che ci lavorano: tener viva la memoria è fondamentale.
Venerdì 20 novembre è stata ospite alla trasmissione Dritto e Rovescio, dove si è parlato del tema della sicurezza. Il 21 mattina Libero l’ha criticata in un articolo. Vuole chiarire la sua posizione?
Volevo correggere alcune falsità: non è vero che chi commette un reato viene sempre liberato subito. Esiste un problema di sicurezza in Italia, ma non si risolve aumentando soltanto la repressione, e non è vero che a delinquere siano necessariamente le persone di origine straniera. Bisogna lavorare sulle cause: marginalità, povertà, mancanza di alternative, mancanza di opportunità nei quartieri, in special modo nelle periferie. Quando le istituzioni si fanno da parte, le persone cercano altri punti di riferimento, talvolta sbagliati. E questo è evidente nei territori dove lo Stato è assente.
Data la sua posizione politica e la sua storia personale, cosa l’ha convinta a prendere parte a un programma come quello di Rete4?
In realtà, in principio, avevo deciso di non tornare a Dritto e Rovescio: anni fa non fu una bella esperienza. Non mi riferisco agli ospiti, è normale pensarla diversamente. Ma spesso molte opinioni nascono da informazioni sbagliate: per esempio, dire che chi vive in strada viene mandato ai domiciliari è falso. Ho visitato il carcere di Sollicciano insieme ai Radicali: il 70% dei detenuti è di origine straniera, spesso senza accesso alle misure alternative. La “guerra tra poveri” nasce da queste distorsioni. Ma tornando al programma: mi avevano proposto di intervenire in trasmissione a Milano; ho detto che ero a Pieve Santo Stefano e hanno mandato una troupe per il collegamento. Non ambisco a essere una presenza fissa in Tv. Ritengo opportuno parlare anche in dei contesti che non mi sono vicini a livello politico o formale, ma non è un obbligo.
Pieve Santo Stefano e la Valtiberina hanno votato molto più a destra della media regionale. È un problema strutturale della sinistra?
Ci sono vari aspetti che hanno influito su questo voto. Il primo ostacolo, per noi, è stato farci conoscere. In molte zone della Toscana non sapevano nemmeno che si votasse o che esistessimo come lista. In Campania ho visto un’altra dinamica: candidati che promettono aumenti in busta paga ai pensionati. Questo si chiama voto di scambio. Anche in Toscana ci sono territori dove il voto si muove sulla base di reti di favori, l’esempio classico è del tipo “se vinciamo, avrai un lavoro”. Qui non c’è più il voto di tradizione del vecchio Pci, ma non c’è nemmeno un voto sui programmi: né centrosinistra né centrodestra l’hanno presentato. Solo noi lo abbiamo fatto. E poi: se non si ascoltano le persone, se non si passa tempo reale nei territori, è difficile riconquistare fiducia.
Lei e Dmitrij Palagi avete annunciato un ricorso al Tar sull’esclusione dal Consiglio Regionale a seguito delle elezioni. Come procede?
Va presentato entro il 30 novembre. La risposta arriverà tra dicembre e gennaio. Esiste un precedente in Veneto che ci dà solide ragioni: la legge elettorale toscana, così com’è, è incostituzionale. Oggi 72.000 persone non hanno rappresentanza politica in Regione, mentre Lega e Movimento 5 Stelle – con percentuali inferiori alle nostre – hanno tre consiglieri regionali. È una distorsione riconosciuta persino da alcuni membri della maggioranza e dallo stesso Presidente Giani.
Se il ricorso venisse accolto e lei entrasse in Consiglio, quali sarebbero le prime azioni?
Prima cosa: cambiare la legge elettorale, che oggi impedisce la partecipazione di molti soggetti e liste alle elezioni. Poi vorrei agire sulle grandi opere: smettere con quelle dannose e puntare su quelle davvero utili. L’aeroporto di Firenze è un esempio negativo; invece vogliamo sviluppare il Parco Agricolo della Piana. Sulla sanità bisogna ridurre le liste d’attesa senza spingere il settore verso il privato. E l’acqua e i rifiuti devono essere gestiti in modo pubblico e trasparente, senza piegarsi alla logica delle multiutility. Sul rapporto con Giani: collaborerò dove è giusto farlo, senza rinunciare ai principi.
La Valtiberina è un territorio periferico al confine della Regione. Qual è, a suo avviso, l’intervento più urgente che necessita per migliorare la vita dei cittadini?
La mobilità. Da questo dipendono diritto allo studio, lavoro, servizi. Oggi molti studenti fanno ore di viaggio, talvolta arrivando in altre Regioni. Con la gara unica dei trasporti non si è migliorato il servizio, anzi: in diverse zone è peggiorato. Considerando le risorse pubbliche investite, è assurdo. Il diritto alla mobilità deve essere essenziale. Si parla molto di “aree interne”, anche a livello nazionale, ma finora si è fatto troppo poco. Abbandonare i piccoli Comuni per concentrare tutto sulle città non fa bene a nessuno.





